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Associazione Culturale
May 09

9 maggio 1978, il giallo Aldo Moro

Il 12 maggio del 1978, esattamente trenta anni fa, si svolgono in una Roma ancora scossa ed in austera solennità i funerali del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, morto tre giorni prima per mano delle Brigate Rosse, a seguito di un rapimento ed una detenzione durata quasi due mesi. Ai funerali di Stato partecipano ovviamente tutte le autorità italiane e molti rappresentanti esteri, il lutto è condiviso trasversalmente da tutte le realtà sociali e partitiche. Ma in un clima di tale condivisione emotiva mancano i parenti dello statista, decisi a non voler partecipare poiché in aperta polemica con le autorità che, a loro dire, non avrebbero fatto tutto il necessario per far sì che la trattativa coi rapitori potesse rilevare spiragli di speranza per le sorti del loro famigliare. In effetti questa grave vicenda storica è contornata fin dalle origini, fin da momenti precedenti al rapimento, da ombre che ne oscurano la logica ricostruzione dei tasselli che la compongono e la indirizzano nel corposo ed inquietante alveo dei cosiddetti misteri irrisolti d’Italia. Eventi, questi ultimi, spesso di una efferata tragicità, che condividono tutti delle sinistre caratteristiche quali le morti sospette di testimoni, l’occultamento e il depistaggio di prove, le indagini non svolte, il coinvolgimento frequente dei servizi segreti, organizzazioni massoniche e, un po’ meno frequente, di gruppi della criminalità organizzata. Mai la certezza di individuare i colpevoli reali, troppo spesso la necessità di trovarne di comodo e di gettare in tal modo ulteriore discredito sul prestigio storico del “bel paese”. L’approssimazione e il maldestro tentativo di presentare versioni alquanto incredibili vengono sovente condannati dalla indiscutibile importanza dei fatti. Alcuni di questi fatti non possono che essere messi in evidenza e destare punti interrogativi anche nel caso dell’omicidio Moro. Come dicevamo poco sopra, questa vicenda assume delle prime avvisaglie già quattro anni prima: ”Nel 1974 - spiega Galloni, allora esponente della Democrazia Cristiana - il presidente americano Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia) convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone e il ministro degli Esteri, Moro. Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro, quando, dopo il referendum sul divorzio, iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista. Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale”. Lo stesso Galloni spiega che Moro successivamente gli confidò di essere certo che all’interno delle Brigate Rosse vi fossero elementi infiltrati dalla Cia e dal Mossad e che dunque avrebbe mantenuto una guardia alta. Ma perché questa ostilità americana nei confronti di un noto esponente di un governo italiano presieduto da una DC da sempre strumento d’oltreoceano e rassicurazione di un loro controllo sulle politiche di un paese che avevano invaso nel 1945 e che ancora oggi non cessano di voler tenere sotto il proprio controllo? Forse l’Aldo Moro precursore del governo dalle larghe intese eccedeva di autonomia decisionale? Forse non era ben accetto il fatto che per neutralizzare i comunisti volesse integrarli all’interno del sistema proponendogli incarichi in cambio del voto di fiducia al governo Andreotti? Possibile; agli americani conveniva magari relegare il comunismo ed ogni altra eversione in Italia ai margini della società, nel terrorismo e nella logica fratricida degli opposti estremismi, affinchè l’opinione pubblica avvertisse la necessità di mettere al bando ogni ideologia che si opponesse a quella imposta dallo Zio Sam. Ipotesi, queste. Fatti, invece, quelli che fanno della vicenda del rapimento e dell’uccisione di Moro un mistero. Il primo dubbio sorge in merito al luogo in cui avviene il rapimento, a Roma in via Fani. I rapitori fin dal giorno precedente all’azione hanno pianificato il tutto. Eppure, apparentemente nessuno dovrebbe sapere che la mattina del 16 marzo Aldo Moro percorrerà via Fani, in quanto i suoi innumerevoli impegni quotidiani lo portano a cambiare tragitto continuamente. Ma nessuno riesce ad evitare l’agguato, nonostante oltretutto nei giorni precedenti, in una trasmissione di Radio Città Futura giunge una pesante indiscrezione: le Brigate Rosse starebbero preparando un “colpo ad effetto” contro lo Stato proprio per la mattina del 16 marzo, giorno in cui verrà votata la fiducia di DC e PCI al governo Andreotti. Agguato molto deciso che non intende risparmiare nessuno: transita una moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo. Una spara alcuni colpi di mitra contro due testimoni. Nessun investigatore ha mai identificato queste persone. Nessuna conferma è mai giunta dai brigatisti, irriducibili, pentiti o dissociati. Inoltre, vengono uccisi tutti gli uomini della scorta, come se anch’essi potessero rappresentare scomodi testimoni di un qualcosa che deve rimanere segreto. Viene però risparmiato il colonnello del Sismi Gueglielmi, stranamente presente su quella medesima strada la stessa mattina. La sera del giorno successivo iniziano a manifestarsi i primi sospetti: alla direzione della Polizia giunge una segnalazione precisa: in via Gradoli, una traversa di via Cassia, al numero civico 96, vi è un covo delle Brigate Rosse. In quello stabile, all'interno 11, vivono da giorni Mario Moretti e Barbara Balzerai. La mattina successiva agenti di polizia perquisiscono gli appartamenti di via Gradoli 96 (che tra l’altro appartengono tutti ai servizi segreti…), tranne uno, quello occupato appunto dai brigatisti. Come ogni mistero che possa esser definito tale in ogni sua sfaccettatura, non può mancare la componente esoterica, elemento che annuncia la presenza come attori protagonisti di strutture legate da vincoli di confraternita massonica. Componente che irrompe in questa vicenda il 2 aprile del ’78 nei pressi di Bologna: un gruppo di professori universitari, tra i quali Romano Prodi e moglie, tiene una seduta spiritica. Nel gioco del piattino compare la parola "Gradoli". La notizia viene comunicata alle autorità e la Polizia fa un blitz a Gradoli, cittadina in provincia di Viterbo, dove vengono perquisite tutte le abitazioni ma non viene trovata traccia di Moro nè dei rapitori. In quelle ore concitate, Eleonora, moglie di Aldo Moro, si rivolge alla Segreteria del Ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Chiede se Gradoli sia anche il nome di una via di Roma. La risposta è secca: a Roma, via Gradoli non esiste. Il 18 aprile irrompe invece nella vicenda la componente criminale: una telefonata al quotidiano romano Il Messaggero annuncia l'arrivo di un messaggio delle Brigate Rosse. Nel comunicato numero 7 si annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si troverebbe "nei fondali limacciosi del lago della Duchessa." Ma il comunicato è visibilmente contraffatto. Nonostante ciò le forze dell'ordine si recano con elicotteri e uomini lungo le rive del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Anche in questo caso, di Moro nessuna traccia. Il documento viene scritto materialmente da un certo Tony Chicchiarelli, falsario della Banda della Magliana (gli stessi che assassineranno il giornalista Mino Pecorelli, personaggio legato alla massoneria che sapeva molto su Aldo Moro ed amava scriverne sulle pagine dei giornali), in contatto con uomini del Sismi e della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Contessa che ricorre nella vicenda: in via Caetani, proprio laddove sorge il palazzo della contessa in questione (quella a cui è intitolato il lago reatino e la via romana), verrà fatto ritrovare dai terroristi il corpo di Aldo Moro in data 9 maggio 1978. Nel mese di marzo scorso, in occasione della ricorrenza del rapimento, la TV francese France 5 ha mandato in onda un film-inchiesta dal titolo “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”. Il momento più importante dell’inchiesta è l’intervista a tal Steve Pieczenik, ex membro del Dipartimento di Stato statunitense, inviato da Jimmy Carter ufficialmente come “consulente psicologico” durante il rapimento, ma che in realtà si rivela un ambasciatore con l’obiettivo di rendere la situazione il più possibile sotto il controllo americano. Egli rivela davanti le telecamere: "Era necessario che Aldo Moro rimanesse in vita il tempo necessario a mettere in opera una strategia per garantire la stabilità politica italiana" dichiara Pieczenik ed aggiunge "la decisione conseguente, il prezzo per mantenere la stabilità politica era la morte di Aldo Moro". Giunti alla quarta settimana di prigionia ed aumentati i rischi di comunicazione da parte di Moro di segreti di stato, "è stato necessario prendere la decisione se poteva vivere o morire" e "la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti". Peccato che questo filmato non sia stato ancora trasmesso da alcuna emittente italiana e che qui da noi addirittura se ne ignori l’esistenza. Sta di fatto che l’intervista a questa figura misteriosa si conclude così: "l’uccisione di Moro ha impedito il crollo dello Stato, la ragion di Stato ha prevalso sulla vita dell’ostaggio". Parole sibilline che lasciano pensare all’ennesimo complotto perpetrato ai danni del paese attraverso oscure trame che fanno muovere i fili della politica ufficiale da dietro le quinte, oggi come ieri.
aldo+moro+unità
May 05

5 maggio 1981, martirio di Bobby Sands

 

Mi hanno dato per casa un'angusta cella, rubato il mio cuore e il mio destino; hanno detto che sono pericoloso: qualcosa di cui non bisogna parlare.
Hanno percosso il mio corpo e torturato la mia mente, facendo lo stesso agli altri; e quando qualcuno arriva alla fine dei suoi giorni è soltanto un problema in meno.
Ho sognato le mie montagne, le mie valli, i miei laghi, le bianche case, i bambini nelle strade e i vecchi che cantano nei pubs: gli inglesi pensano che Dio abbia commesso un errore nel dare una terra così bella agli Irlandesi e per 800 anni hanno provato a porvi rimedio.
Hanno rinchiuso il mio corpo, ma non le mie parole e nemmeno la speranza del futuro; hanno rinchiuso solo un BOBBY SANDS, ma molti altri ce ne sono in Irlanda. Ho scelto di morire per poter sopravvivere, ma non ho niente di cui pentirmi... ....e se qualcuno sentisse parlare di un tale Bobby Sands, ricordi che è solo uno dei tanti che ha lottato per la sua terra, la sua gente, il suo Dio in quell'inferno chiamato Nord Irlanda”.

 

 

Bobby Sands, carcere di Long Kesh  8 aprile 1981

 

 

Bs

April 28

28 aprile 1945: piovon fiori su Piazzale Loreto...

 

«E' evidente che un'Italia forte e fiorente, come l'avevo fatta io, era un organismo politicamente, strategicamente ed economicamente contrario agl'interessi politici dell'Inghilterra. Sarà quindi proprio l'Inghilterra ad aver cura che l'Italia torni ad essere quella che era nel 1914.

Tutto sarà fatto nel nome della democrazia, della giustizia e della libertà: un paravento dietro il quale si nascondono gli interessi del più sudicio capitalismo, venga questo da Londra, da New York o da Mosca.

Il popolo italiano vivrà un periodo amarissimo, che vedrà scardinati tutti i principi dell’onestà e della morale».

Benito Mussolini.

Mussolini a cavallo

April 25

25 aprile: lutto!

E’ pazzesco, è evidente dimostrazione di inettitudine o, peggio, di malafede travestita da falso moralismo. E’ un insulto esplicito all’Europa, agli anni contrassegnati dallo splendore nelle arti e nella guerra, dal dominio sul mondo intero in ogni campo culturale. E’ un falso storico che riecheggia ogni anno ad aprile e che fa si che ci si autoconvinca masochisticamente che nello stesso mese dell’ormai lontanissimo 1945 sia avvenuto per il continente, per il pianeta tutto, un fatto positivo. Si celebra la data che rappresenta il suggello di un’infame guerra civile che ha visto uomini della stessa nazione scannarsi come fiere mosse da primitivi impulsi, gli uni per difendere ogni brandello della propria terra dall’invasione di popoli che, provenienti dall’Est bolscevico o dall’Ovest plutocratico, erano accomunati dal medesimo proposito: aggredirci ed imporre la loro visione del mondo, il loro giogo alle nazioni legate da un patto d’acciaio all’insegna del latino fascio littorio e dal nordico swastica. Oltraggioso nei confronti della nostra dignità di europei, della catena di sangue e spirito che ci ricollega idealmente a secoli e secoli di affascinante storia, non riconoscere che nell’aprile del 1945 non vi sia stata esclusivamente una sconfitta per gli italiani o per i tedeschi. E’ necessario ribadire fino a che avremo fiato in gola ed inchiostro da poter spendere su carta che la seconda guerra mondiale fu persa dall’Europa. Fregiati del titolo di vincitori hanno perso la guerra anche gli inglesi e i francesi, i belgi e gli olandesi, gli slavi e gli scandinavi, così come i neutrali spagnoli. Sebbene alcuni di questi paesi abbiano decorato il loro petto con medaglie luccicanti ed abbiano partecipato alla miserabile spartizione di territori al tavolo degli americani e dei sovietici. Chiunque abbia un minimo di cognizione di causa in materia storiografica, chiunque si approcci all’argomento con un barlume d’obiettività e di logica, rileva come quell’aprile 1945 abbia segnato la fine di un prestigioso percorso che, attraversando il tumultuoso e talvolta severo corso della storia, aveva insignito il Vecchio Continente quale guida, politica e spirituale, degli umani eventi. A seguito di quei giorni cupi l’Europa, da soggetto, si avviava a diventare oggetto della politica mondiale. I fatti ci hanno dato inesorabilmente ragione, a prescindere dagli starnazzi da oche dei burattini e dei burocrati della politica che ci paventano presunto vigore e senso di comunità, forti di quella meschina struttura prettamente economica che risponde al nome di Comunità Europea. Starnazzi che come tali, al cospetto dell’evidenza di un’Europa sempre più americanizzata nei costumi e sempre più appiattita come coscienza dal cancro dell’individualismo e del mito del progresso materiale, rappresentano per le nostre orecchie inquinamento acustico. Nulla potrebbe oggi l’Europa qualora le onde degli orgogliosi e devoti popoli islamici, delle stoiche e volenterose neo-potenze asiatiche decidessero di urtare contro le sue decrepite strutture sempre più dipendenti dal padrone a stelle e strisce. La loro veemenza è dimostrata dall’enorme mole immigratoria che riescono a muovere verso di noi; la loro scafatezza e volontà d'affermazione e di espansione, le loro donne dal ventre sempre energicamente propenso a generare nuove vite. Di contro, la secolarizzazione della nostra fede, la desolazione delle nostre di donne, dal ventre dedito al massimo a muoversi al ritmo musicale su di una pista da ballo. Questa è un’Europa svuotata da ogni slancio verticale dal materialismo e dal benessere borghese che rendono l’uomo relegato a cane da guardia della proprietà, del suo cantuccio, della sua effimera libertà di sentirsi padrone anarchico di se stesso e di ciò che lo circonda, del prezioso bene con cui Dio ci ha donato di convivere: la natura. Questo lo squallido paesaggio verso cui i nostri destini di europei si sono affacciati il giorno in cui ci venne aperta innanzi la porta della libertà: un grigiore che col passare dei decenni s’è infittito e ci sta condannando sempre più evidentemente alla stregua di volgo urlante ed isterico; materia grigia scarsamente stimolata, cuore vuoto d’ogni fede, ecco il tipo umano deriso e truffato da caste di abbuffini che speculano sulla sua miseria, facendolo soltanto credere libero e tenendolo realmente come uno scodinzolante cagnolino al collare di subdole ed invisibili dittature presiedute da lobby finanziarie che dettano regole a governi che “democraticamente” la massa elegge attraverso la farsa della croce sulla scheda elettorale. Ebbene, è coerente allora con la loro bassezza che i nostri contemporanei riconoscano nel 25 aprile una data chiave della turpe svolta cui fu vittima sacrificale l’Europa, la definitiva affermazione della deriva antropologica di cui sopra. Il merito storico di tentare una svolta a tale deriva viene riconosciuto ancora oggi da chi crede ancora nella purezza del proprio cuore e del proprio sangue che ne pompa le arterie. Riconoscimento che va all’Asse italo-germanica, non è un caso che l’ostracismo di tutto il mondo occidentale (quello dei plutocrati) fosse stato palesato verso i fascismi ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Una solida Asse che si prefisse il nobile scopo di ridare una spina dorsale all’Europa tutta, di ricondurla sulla strada della grandezza e della sovranità, spezzando le reni alle sanguisughe dell’alta finanza che intendevano avventarsi su di essa. Nell’Asse riviveva, in forma contestualizzata al periodo storico, il mito del Sacro Romano Impero, quell’incontro operante tra romanità e germanesimo che aveva assicurato all’Europa la fioritura della civiltà medievale. Non a caso a Berlino si guardava alla spiritualità nordica ed a Roma riviveva il classicismo imperiale. Inevitabile fu lo scontro radicale con le potenze nemiche, con chi opponeva a questa comunione di spiriti una visione del mondo nel nome del materialismo. In molti, a prescindere dall’appartenenza nazionale, ebbero la sagacia di cogliere la portata universale di un tale scontro ed ebbero, prima la qualità spirituale di riconoscersi nell’Asse, poi la volontà e il coraggio di condividerne la barricata. Ogni angolo del Vecchio Continente è testimone di episodi che videro protagonisti eroi di tutte le nazioni che, nonostante l’impari superiorità meccanica del nemico, tennero duro fino alla fine, sino in fondo, fin davanti al plotone d’esecuzione o davanti alle condanne delle Corti eccezionali. L’Europa è dunque morta nell’aprile 1945, ma l’ha fatto con onore. I suoi ultimi cavalieri ne hanno tenuto alto il vessillo: lo hanno fatto i francesi della divisione Charlemagne sotto il Reichstag berlinese fino ad oltre un mese dalla fine della guerra, lo hanno fatto i falangisti spagnoli caduti presso Leningrado o nella prigionia siberiana, come i superbi combattenti della Legione Vallone che arrivarono fino al Caucaso o i camerati dell’Est che tentarono coraggiosamente di difendersi dalla crudeltà dell’orso sovietico. Lo hanno fatto gli ultimi superstiti germanici per difendere strenuamente i ponti dell’Adige e del Po, accanto ai marò della X flottiglia MAS. E’ nostro compito oggi cogliere il senso del loro sacrificio, raccoglierne l’ideale torcia e badare a tenerla accesa al fine di creare uno spiraglio di luce nel buio della notte cui oggi siamo noi tutti condannati, auspicando che tale luminosità venga alimentata da chi dopo di noi sarà chiamato a farlo. Laddove c’è sincero ricordo di un passato dignitoso c’è speranza di un futuro nuovamente tale. Viva L’Europa!
europa-tradizione
April 20

XXI Aprile

“Roma non è soltanto una entità geografica.

Roma non è circoscritta da fiumi, monti o mari.

Roma non è un fatto di razza, sangue o religione:

Roma è un ideale.”

 

E’ partendo da questo concetto che si deve fondare ogni meta ideale, riferimento, aspirazione a quel prestigioso mantra di quattro lettere che racchiude in sé una potenza di tale portata da renderla trascendente nel tempo. Il 21 aprile non v’è in città alcuna festa patronale, né tantomeno comunale; il 21 aprile è una data sui generis, un ancestrale mistero storico in cui riconoscere l’inizio di un superbo cammino a tappe che riproduce nel proprio microcosmo la ciclicità delle vicende umane. Celebrare il 21 aprile è un rito che costantemente si ripete al fine di esumare quelle forze arcaiche che corrispondono a valori di fede, onore, gerarchia, volontà, a prescindere dall’appartenenza geografica. Concetti che vengono riassunti dall’impetuoso termine Imperium, le cui vestigia furono ammirevolmente ereditate da altre degne progenie nel corso dei secoli successivi alla caduta dell’ultimo Cesare. Roma, dunque il 21 aprile che ne rappresenta i sacri natali, è la Tradizione, è la volontà di evadere dai liquami del mondo moderno e di proiettare sé stessi verso la luce di quella dimensione metastorica che funge da ponte tra cielo e terra, tra sacro e materiale. E’ dunque azione che riconosce il proprio punto focale in una precisa data ma che si svolge quotidianamente, beffandosi d’ogni mera e incapacitante staticità nostalgica; Roma và affermata, non contemplata. Del 21 aprile vanno fieri di celebrarlo quanti si riconoscono in tutto questo, non quanti intendono esclusivamente sostenere la festa vuota di contenuti dell’agglomerato di individui che oggi popolano la città senza condividerne lo storico destino aureo.

Affermare Roma è quindi la nostra parola d’ordine, farlo riscoprendone i segnali che quel suo passato di gloria ci propone per vivificarli e renderli attuali nella nostra lotta al mondo moderno, quello che si pone agli antipodi da Roma, quello in cui vige l’ateismo ed il potere si riflette nel mondialismo che vuole schiacciare anche noi, stoici baluardi della Tradizione, verso l’appiattimento della società che ha prodotto.  E’ bene stimolare la lotta che ci proponiamo di portare avanti scrutando talvolta tra gli angoli più oscuri, rispolverandoli dal dimenticatoio dei più, quegli episodi che si rendono sintomatici della maestosità di Roma. In tal senso vogliamo riferirci a quanto avvenne nel giugno del 451 d.c. nel Nord della attuale Francia, precisamente nei pressi di Châlons-en-Champagne (località oggi famosa per la produzione dell’omonimo vino). La Battaglia dei Campi Catalaunici non è un episodio storico da ascrivere esclusivamente alla già ampia lista di vittorie delle insegne imperiali, bensì è uno spunto di riflessione, un breve lasso di tempo se paragonato alla vastità di diversi secoli d’Impero Romano ma denso di significato: un riassunto della superiorità di Roma, del suo stile apollineo, coerente, lineare scolpito nel marmo innanzi alla barbarie della violenza priva d’ogni indirizzo trascendente e di ogni coscienza di volontà. E’ un periodo, quello intorno al 451, in cui l’Impero, giunto oramai quel lasso temporale di inesorabile declino chiamato tardo impero, è suddiviso in Oriente ed Occidente; il riferimento a Roma si è trasformato in un mero apparato burocratico che produce disgregazione, caos ed anarchia, con lotte tribali e pericolosi campanilismi tra popolazioni vicine. La totale assenza di compantezza ed unità d’intenti che contraddistinsero gli anni più prestigiosi di Roma nell’ambito del suo vasto Impero sono ormai un ricordo, l’attuale situazione di precarietà è tangibile anche al di fuori dei confini imperiali e porge il fianco ad eventuali velleità belliche di qualche violenta popolazione barbarica. L’occasione di infliggere un duro colpo nel cuore dell’Europa civilizzata, dell’Impero Romano, è fin troppo ghiotta per gli Unni del feroce Attila, popolo di stirpe turco-mongola che, tra un saccheggio e l’altro, và imperversando per tutta l’Europa dell’Est, seminando morte e terrore. Un popolo, quello unno, che sa trasformare il nomadismo in affilata arma di espansione e conquista, si fa beffa delle difese poste innanzi alla sua avanzata verso Ovest e riesce a penetrare sino in Gallia, mettendo in ginocchio antiche roccaforti romane e ponendosi l’obiettivo di occupare Tolosa, capitale dello stato dei Visigoti e fulcro dell’Impero in quella zona dell’Europa. E’ da queste prerogative che inizia il duello decisivo con Roma; la perdita di una città di così vitale importanza comporterebbe un fardello quasi mortale per l’Impero tutto. E’ qui che entra in scena uno degli uomini più insigni della storia degli ultimissimi anni dell’Impero Romano, il fulveo generale Ezio, germanico da parte di padre e patrizio romano da parte di madre. Un adulto figlio d’Europa assume quindi l’onere di sbarrare la strada alle mire blasfeme dei nomadi Unni; responsabile militare dell’Impero d’Occidente e fervido fedele al nome di Roma, prepara scrupolosamente quello che prevede sarà lo scontro decisivo con i nemici. Mobilita tutte le popolazioni della Gallia, scuote le Legioni, convince che ne vale della sopravvivenza dell’Europa, delle proprie diverse tradizioni che Roma seppe integrare senza mai confonderle né soppiantarle. Rompendo finalmente gli indugi, parte all’indirizzo di Orleans, laddove arriva però in ritardo: gli Unni stanno appena finendo l’assedio, lasciando alle loro spalle fiamme e disperazione. Ma Ezio intuisce che gli Unni sono ormai stanchi, le loro forze vengono sempre meno ed essi, riluttanti alla disciplina e all’ordine, da buoni zingari, non possono concepire il concetto di ritirata in stile classico, un eventuale ripiegamento al contrario provocherebbe spaccature insanabili tra le file comandate da Attila. Per questo Ezio li tallona e fa sì che i due schieramenti si trovino a fronteggiarsi nei Campi Catalaunici. Lo scontro sarà violentissimo, la stima dei caduti si aggira intorno alle 300 mila unità. Militarmente la bilancia si inclina dalla parte dei Romani, tanto da far convincere Attila che l’Impero sul campo, impersonato nella figura del generale Ezio, è ancora solido come un tempo, imbattibile.Un episodio che colpì profondamente Attila, una sconfitta che fu tanto atroce nei numeri quanto nella carica simbolica che la stessa assunse, consapevolezza che costrinse il condottiero unno all’insonnia la notte successiva. Egli vagò col suo cavallo per i campi, teatro di battaglia poche ore prima, e, scrutando i corpi senza vita dei soldati ed ascoltando i lamenti dei mutilati lasciati sul terreno, apprese una dura verità. La lotta contro Roma non era una lotta contro un territorio nemico, come d’altronde le tante che aveva condotto nel passato e che gli valsero i galloni dell’abile condottiero. Roma era un principio ed una civiltà ordinatrice che non poteva certo esser soppiantata dagli istinti primordiali di un popolo della steppa. Attila capì che i suoi uomini avevano un limite che mai gli avrebbe concesso la grandezza di un Impero: essi, slanciati verso la conquista, dimostrarono abilità ed efferatezza nel distruggere, ma mai nel riedificare, al contrario dei Romani. Roma era le città, le strade che le collegavano, il sistema giuridico che ne regolava la vita all’interno e le Legioni che ne badavano all’incolumità sui suoi confini. Roma era l’arte e la cultura dei suoi raffinati mecenati, l’edilizia ed i mercati degli astuti uomini d’ingegno, la politica dei sagaci governanti, la religione fermamente radicata nell’animo della gente e magicamente catalizzata intorno ai templi ed ai suoi sacerdoti, la solidità delle famiglie ed il culto della propria discendenza, dei propri avi. Tutto ciò era Roma, passato ed avvenire, un principio trascendente e nobile che si colloca al di sopra d’ogni dottrina meramente storica. Attila, il coraggioso, l’astuto, il cinico, dovette ammettere la propria inferiorità, quella del suo popolo, alla razza che seppe esprimere cotanta aristocrazia dello spirito e che, seppur in un periodo di oggettivo declino, regolò i suoi uomini, specialisti del terrore e dello stupro, con una sonora sconfitta. Vicenda storica che rappresenta un emblema: fu dimostrato in quell’occasione che la barbarie non può vincere sul principio dell’ordine ed è d’uopo riscoprirne il senso al fine di rendere attuali e capacitanti le celebrazioni del 21 aprile.

legionario
April 06

Campagna elettorale in salsa "Ciarra"...

Ci risiamo, la sarabanda mediatica che ricorre baldanzosa intorno al fenomeno della politica parlamentare ha ritrovato il suo apice. Tra una settimana esatta si vota di nuovo per le elezioni politiche, stesso sistema elettorale di due anni fa, seppur sia stato trasversalmente vituperato, e stesso clima incandescente, annesse vicende talmente gustose nella loro ridicolezza da poter essere ascritte meritevolmente nella storia della comicità italiana. In un periodo di tale fermento il gioco delle parti dei vari schieramenti politici (spesso intercambiabili a seconda dei periodi e delle convenienze di vario tipo) ci propone una vasta gamma di possibilità, innumerevoli e confondibili simboletti sopra i quali barrare una croce a matita e sentirsi dunque parte attiva del paese, avendo adempiuto probamente al proprio diritto-dovere di esercitare il voto. Dicasi democrazia! Ma altrettanto dicasi democrazia l’inutilità di questo atto puramente simbolico, dal momento che i due poli che si contenderanno la posta in gioco hanno già avuto modo di dimostrare di essere due facce di una stessa medaglia (medaglia saldamente tra le mani di poteri che da dietro le quinte prendono decisioni e limitato dunque alla coalizione di governo la sovranità sulla nazione) e di ammiccare verso un governo di larghe intese. E altrettanto dicasi democrazia quel fenomeno burlesco, per non dire squallido, che fa da cornice all’evento caratterizzandone la campagna elettorale. Trasformismi, colpi bassi, accuse degne di una rivista di gossip sono le armi di cui si servono i politici in questo periodo per riempire in modo folcloristico il loro vuoto d’argomenti. Demonizzare gli avversari per evitare di focalizzare le attenzioni sulla propria mediocrità. Bistrattare e censurare la comparsa di liste realmente scomode; basti focalizzare le attenzioni sul silenzio tombale dei media in merito alla lista civica di Beppe Grillo, alla luce della sua proposta di legge di sciogliere l’albo dei giornalisti e la totale mancanza di attestati di solidarietà alla sua candidata alla presidenza della Regione Sicilia, vittima di minacce di morte. Alcune di queste armi, probabilmente frutto della “evoluzione tecnica” ed al passo coi tempi, sono state introdotte da poco nell’ambito politico, altre sono vecchie come quella incartapecorita prostituta nata dal rapporto mercenario tra un ricco mercante yankee ed una donna italiana di poco affidamento proprio nell’aprile di qualche decennio fa. Una di queste armi, forse l’antesignana, probabilmente la più efficiente come lo è la vecchia lama affilata tanto in voga fin dall’alba dei tempi, è l’accusa di fascismo. Basta pronunciare il termine “fascista!” per creare scalpore e provocare una marea di indici puntati verso la vittima di turno del truce insulto democratico. Anche questa campagna elettorale si è dunque contraddistinta per aver avuto il suo fascista da dover mettere in pubblica gogna; nel 2006 fu il caso dei cosiddetti impresentabili, parola che fu pronunciata dagli inquisitori con una tale enfasi misto di sdegno e preoccupazione da farla associare a qualcosa del tipo della cinematografia dell’orrore: visitors, zombies... Quest’anno a togliere il sonno degli antifascisti dalla dialettica facile è niente popò di meno che Giuseppe Ciarrapico, il vecchio imprenditore ciociaro, già docente di giornalismo alle università di Cassino e di Campobasso e proprietario di diverse aziende d’acque minerali.  "Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici". Da questo esiguo stralcio di intervista pubblicata da Repubblica qualche settimana fa il terremoto che ha investito tutto il territorio nazionale. Questa innocente dichiarazione dal tono molto velatamente nostalgico e neanche troppo esplicita è bastata per far diventare Ciarrapico il nemico numero uno, secondo i sinistri della politica italiana il motivo preponderante per dichiarare il PDL un partito reazionario, bieco, conservatore, intollerante, razzista e chi più ne ha più ne metta, per il solo motivo di candidare (all’undicesimo posto nella lista senato del Lazio) un personaggio come lui. Che importa se all’interno di quello stesso cartello elettorale c’è già chi non ebbe riserve nel dichiarare anni fa “I became an unconscious fascist” (Io sono diventata una fascista inconscia), a farlo fu Fiamma Nirenstein ed il suo fascismo è ben altro rispetto a quello parolaio, nostalgico di Ciarrapico; il suo è quello di un’ebrea, è quello sanguinario sionista, quello verso il quale nessuno può obiettare pena l’accusa di antisemitismo, accusa ancora peggiore rispetto a quella di fascismo, accusa che è ricaduta inesorabile su di un noto fumettista italiano che ha rappresentato la fervente israeliana sommariamente così come lei non esitò a dichiararsi. Gogna mediatica sempre operativa in tal senso; meglio guardarsene bene ed avventarsi su quella frase aleatoria del “Ciarra” allora. E’ bene pertanto indignarsi per quello stralcio d’intervista, trasformare il grasso ciociaro nel cattivo di turno e presentarcelo sui quotidiani e nei TG mentre fa il saluto romano oppure seduto in qualche aula di tribunale. Che importa se in qualche aula di tribunale ci sia finito non per apologia di fascismo, eversione nera o quant’altro, bensì per bancarotta fraudolenta, crac ed altre simili condanne finanziarie. Ma come scritto più sopra, l’intento dei politici è quello di demonizzare l’avversario per non porre le attenzioni sulle proprie mediocrità, figurarsi quindi se si va a far riferimento a ciò; se non altro, nella politica italiana, chi è senza peccato in merito a temi finanziari, scagli la prima pietra… Intanto le pietre sono state lanciate verso Ciarrapico, il fascista perfido che vuole insidiare attraverso qualche losca trama quel mondo perfetto che risponde al nome di Repubblica Italiana. Che importa (scusate per la terza ma necessario ripetizione) se lo stesso Ciarrapico fino ad un anno esatto fa non era propriamente così sgradito a sinistra, nel PD stesso; infatti il Partito Democratico gli offrì, con gli onori del caso, di partecipare alla sua struttura politica. Lui accettò, scagliandosi anche contro il centrodestra. Oggi, da buon democristiano lui ha voltato gabbana e loro, da buoni perbenisti ipocriti, lo accusano di incompatibilità con la democrazia. Ci giunge poi notizia che le urla di indignazione siano state recepite fino a Strasburgo: laddove campeggia quella struttura moderna ma decrepita concettualmente qual è il parlamento europeo, pare che un tale Junker (Junker nel nome, ma sicuramente non nei fatti) - a nome di quel conglomerato di sigle politiche che risponde al nome di Partito Popolare Europeo - abbia condiviso l’accanimento anti-Ciarrapico degli antifascisti italiani ed abbia tenuto a ribadire che nel sopra citato partito non v’è posto per fascisti. Ebbene, se a Ciarrapico toglieste l’etichetta impropria di fascista e gli affibbiaste al contrario quelle legittime di voltagabbana, pregiudicato, imprenditore traffichino, sicuramente risulterebbe tutt’altro che fuori posto: il talamo della politica è casa sua. Per concludere, tra la desolazione umana, spirituale, sociale che incombe in Italia, lo squallido teatrino politico che teoricamente dovrebbe possedere le qualità per governarla, ci regala quantomeno qualche piccola perla d’alta comicità. Meglio riderci su che farsene strumento di speranze o di preoccupazioni, insomma…
marionette
March 23

Sul mito del '68

Ormai hai quarant’anni, è ora che tu sappia di chi sei figlia, cara società contemporanea…

E’ parafrasando uno slogan ironico apparso qualche stagione fa su uno striscione di curva che vogliamo aprire una parentesi, una nota di breve analisi su ciò che è stato quattro decenni fa, sulle condizioni che fecero da premessa allo scaturirsi di quegli eventi e sui pessimi frutti che gli stessi hanno generato. E’ bene riconoscere la nostra assoluta estraneità a quel complesso di superstizioni che caratterizzarono un anno in cui non avvenne alcuna guerra, né rivoluzione, ma che rappresenta oggi il simbolo delle rovine del nostro tempo al di sopra delle quali è nostro imprescindibile compito elevarsi. Sintomatico il fatto che chiunque voglia legittimare sé stesso nell’ambito del mondo moderno debba riconoscersi in continuità ideale con quella stagione all’insegna del caos e della degenerazione, o debba quantomeno riconoscere in quell’inestricabile susseguirsi di eventi una valenza positiva. Una stagione di affermazione, di conquiste. E’ così che ci è stato sbrigativamente riferito.

I venti provenienti da occidente iniziarono d’altronde a soffiare sulla nostra amata Europa sin dallo sbarco americano in Normandia, minacciosamente ma non sempre con impeto, prima attraverso le bombe, poi in modo subdolo ebbero la capacità di installare il virus della modernità più bieca, quella dell’american way of life, del sogno consumista a stelle e strisce. L’occupazione del nostro suolo millenario da parte delle U.S. army fu soltanto il primo tassello di un atroce processo a fasi che si assunse il compito di stravolgere usi e costumi scalfiti nella storia, le specificità dei tanti popoli europei che composero per secoli un armonioso mosaico di identità. Catapultati improvvisamente nel dopoguerra, i popoli europei assaporano la comodità del benessere dopo anni di sacrificio e sofferenza. Questa la capacità della martellante propaganda americana: passando per la desolante elemosina chiamata piano Marshall e per la commercializzazione di prodotti allettanti, creò nell’europeo occidentale la convinzione che non vi fosse società migliore di quella che gli occupanti stavano proponendo loro, minando i valori identitari, quei capisaldi che hanno composto da sempre la spina dorsale del Vecchio Continente. Un processo di sovversione dunque, che pone le premesse per una ribellione disordinata e piuttosto confusa nei contenuti, che si riconosce soltanto nella riluttanza anarchica verso ogni tipo di autorità, di principio, di rettitudine. Vietato vietare è la parola d’ordine. Nessuna proposta alternativa, soltanto il capriccioso battere i piedi di un immenso gregge di bambini mai cresciuti e annoiati dal grigiore borghese. A quali conquiste può condurre un quadro di cotanta disgregazione ed assenza d’ideali, se non altrettanta disgregazione ed appiattimento mentale? Non è certo un caso che la presunta scorsa di chi condusse quella crociata verso il nulla, mossa esclusivamente da personale insoddisfazione, si sia dissipata all’interno delle quattro mura di un salotto presenziato da benpensanti dediti alla dialettica come un innamorato allo sfogliare la margherita, rappresentanti dell’odierna borghesia, la più statica e presuntuosa degli ultimi decenni. Quella affezionata alle etichette istituzionali che concedono ai reduci delle occupazioni universitarie e dei concerti triviali stile Woodstock titoli di dottori e professori. Esimi rappresentanti dell’attuale classe dirigente che alle costose giacche e cravatte che indossano oggi preferivano in gioventù lo squallore estetico quale simbolica riluttanza verso la società che li aveva generati, squallore delle lunghe chiome affannosamente legate da fascette sulla fronte, degli stracci colorati con parvenze da camicie e da pantaloni. Edulcorati sessantenni che alla lettura ed al contributo culturale che oggi ostentano preferivano all’epoca il comodo “6 politico” e l’abbattimento di ogni residuo comunitario, gerarchico e umanistico che la scuola vantava fino a prima del 1968. Ecco chi sono oggi gli artefici di quel tanto rumore per nulla, le brutte copie dei loro nemici d’allora. I vecchi paladini di ogni qual tipo di libertà, di istinto primitivo, di ogni qual tipo di diritto, senza minimamente contemplare il concetto di dovere. Hanno regalato ai loro figli cambiamenti ben poco invidiabili: l’avvento definitivo dei movimenti di massa, rivelatosi strumento di soppressione verso l’individualità dell’uomo, la morte del millenario concetto di popolo in nome dell’internazionalismo livellante; il diffondersi dell’uso delle droghe più disparate in nome della necessità di trovare nuovi ed originali stimoli al di là della noiosa semplicità della natura umana, un diffondersi che è degenerato mietendo vittime a migliaia, un fenomeno più efferato di una guerra; la liberalizzazione dei costumi sessuali che ha svuotato di bellezza e di sacralità quel mistico meccanismo che rappresenta l’unione amorosa tra uomo e donna, quella ideale proiezione cosmica di naturale complementarietà è stata relegata ad un grezzo istinto bestiale; l’emancipazione della donna che l’ha pian piano allontanata dalla sua dimensione di madre, di custode del fuoco famigliare, rendendola un volubile oggetto sessuale che pur di affermare la propria autodeterminazione arriva a concedere il proprio delicato corpo senza riserve o, peggio, a rivendicare la morte di una vita che porta in grembo. Ecco la libertà, ecco le conquiste. Ecco la coerenza di quanti ne furono i protagonisti di quell’anno che noi ripudiamo; i vecchi sessantottini, la loro società del nuovo millennio sono la testimonianza del fallimento delle loro giovanili utopie. Unica nota positiva, che fu chiaramente emarginata dalla miseria ideale dell’occidente, l’anticomunismo della Primavera di Praga e l’estremo sacrificio dell’unico vero eroe del ‘68, Jan Palach, immolatosi per la propria patria. Concetto quest’ultimo, che coi sessantottini ha in effetti poco a che fare…

Nessuna occasione persa per chi non si riconobbe e non si riconosce tuttora in quei frenetici sussulti anarchici; soltanto il vanto di chiamarsi fuori dal gregge del pensiero unico e definirsi orgogliosamente schivi all’omologazione, per l’identità e l’appartenenza. Spavaldi di essere noi stessi, individui assoluti, contro la massificazione delle coscienze di cui il ‘68 ne è simbolo.

statua libertà

March 08

Tra mimose e rivendicazioni: sul tema dell'aborto

Il 22 Maggio del 1978 in parlamento viene approvato il disegno di legge "norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria dela gravidanza", meglio nota come legge 194. A quasi 30 anni dalla sua promulgazione si riaccende il dibattito sulla “lecicità” di questa pratica. Il dibattito è stato riaperto, inaspettatamente, da Giuliano Ferrara. Il noto presentatore di salotti televisivi, comunista fervente in età giovanile, oggi insigne rappresentante della schiera liberal-capitalista e considerato il massimo rappresentante italiano della corrente neo-con tanto in voga negli Usa. Fedele al suo materialismo, che in passato gli faceva brandire la bandiera rossa ed oggi un microfono dell’emittente LA7 dal quale spara anatemi da incallito liberista, Ferrara non è cattolico, non è cristiano e non è neanche credente. Vede la religione non come atto di Fede, ma come atto personale; ognuno ha il suo Dio, insomma: il Deismo tanto in voga tra i philosophes illuministi. A Ferrara poco importa  se il cattolicesimo fa risalire alla fecondazione dell'ovulo la vita umana, e considera quindi un abominio l'aborto, o se il giuramento d'Ippocrate recita « [...] Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere. Per lo stesso motivo mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la vita sia la mia arte ».

Il suo pensiero è  “L'aborto selettivo e la manipolazione selettiva in vitro sono oggi la principale forma di discriminazione su base eugenetica, razziale e sessuale nei confronti della persona umana. Quella stessa persona umana che le Nazioni Unite tutelano all'articolo 6 della propria carta dei diritti”. C'è una critica razionale alla discriminazione attuata nei confronti dell'abortito, non c'è un discorso etico alla base. Probabilmente Ferrara nutre un gusto spiccato per la ribalta mediatica e per il sensazionalismo, forse questa è solo una nuova fase della sua vita. Ben venga la sua proposta ma ricordiamoci che l' "ateo devoto", come Ferrara si definisce, si schiera in favore di battaglie cattoliche solamente in funzione neo-con, cioè anti-islamica e soprattuto pro-Israele (ricordiamoci la sua manifestazione per il diritto di Israele a esistere e la proposta di istituire un Israel day e la continue dichiarazioni in favore della cultura "giudeo-cristiana" contro gli arabi che manifestano la propria ostilità verso la società occidentale; per non parlare delle pagine che il suo quotidiano, “Il Foglio”, ha dedicato all’ammirazione per la setta ebraica integralista dei Lubavitcher). Politica in voga tra i neo-con e del suo fondatore, l'israelita Strauss, quella di assimilare giudaismo e cristianesimo in funzione occidentalista. Riteniamo doveroso questo preambolo al fine di mettervi in guardia da chi cavalca battaglie di vera civiltà senza averne il retroterra spirituale, lo spazio eccessivo dedicato a Ferrara è giustificato dal fatto che lo stesso giornalista di tale battaglia se n’è fatto paladino.

Ma torniamo ora alla storia: in Italia a Maggio del '78 veniva approvata la legge sull' interruzione volontaria della gravidanza, questo fa seguito all'ondata contro-culturale sessantottina e alla nascita dei movimenti femministi in particolare. Così in Europa tra il '67 (Inghilterra) e il '94 (Spagna), tutti i paesi, ad eccezione dell'Irlanda, hanno promulgato leggi in cui lo stato garantisce il diritto di sopprimere il feto a spese dello stato stesso. Per tutti i progressisti questa legge fu un atto di civiltà, in quanto, a loro dire, emancipava le donne, che potevano finalmente gestirsi l’utero e i frutti della loro sessualità (non importa se animalesca): si andava considerando la propria creatura come un oggetto, un qualcosa sulla quale si avesse diritto di vita e di morte. Magari proprio gli stessi che lottavano per abolire la pena di morte , che si riempivano la bocca con proclami di uguaglianza, ci comunicavano che dopo aver provato un effimero piacere col proprio compagno/a si doveva essere "liberi " di sbarazzarsi del frutto indesiderato di quell'atto. Lo stato così si fa garante della libertà del genitore, e quella del nascituro chi la garantisce? L'aborto è visto come norma atta a garantire la "laicità" dello stato, massima paura dei sacerdoti dell'ateismo è infatti l'ingerenza ecclesiastica negli affari di stato, conseguenza di ciò il dualismo abortisti-difensori laicità/non abortisti-teocratici.

Da un punto di vista etico anche non cattolico, la soppressione arbitraria di una vita umana è inammissibile, tanto più se la vittima è innocente. Da un punto di vista demografico l'infanticidio di più di un miliardo di europei dagli anni '70 ad oggi ha incrementato quei flussi migratori indispensabili per attuare lo sradicamento culturale, cardine del processo globalizzante. Da un punto di vista morale la legalizzazione dell'aborto equivale alla fine della responsabilizzazione dell'individuo in ottica familiare; la ragazza rimasta in stato interessante non si sposa, ma si fa abortire, ponendo un rimedio tanto celere quanto atroce alla sua negligenza. Inoltre l’aborto è un flagello che irrompe anche sui costumi della società: fa si che la donna subisca la trasformazione definitiva rispetto alla sua figura naturale, avuta in tutte le società tradizionali: non più creatrice di vita, ma donna oggetto dei propri desideri materiali e dunque definitivamente autonoma in una scala gerarchica appiattita e verticalizzata, tipica della società borghese che vede l'eteronomia (la dipendenza) come nemico cardine. Quindi la donna vuole essere l'uomo e non può accettare che la sofferenza della gravidanza debba spettare solo a lei, così il non essere madre è visto come fattore di emancipazione. In più, se avviene il cosiddetto "fattaccio", la donna è libera di scegliere se buttare o meno la propria creatura. Libertà di scelta, insomma… Nel mondo in cui le organizzazioni internazionali più disparate si riempiono la bocca con i "diritti umani", in cui le organizzazioni non governative si adoperano per portare aiuto ai popoli di ogni angolo del pianeta, ogni anno 50.000.000 di bambini sono abortiti, nel mondo del consumismo anche il nascituro diviene un oggetto.In nessuna epoca storica si può riscontrare una tale ondata abortista; nel mondo greco-romano infatti la soppressione avveniva in base alla non integrità fisica, considerata in contrasto col concetto classico d'armonia, tuttavia se veramente l'uomo evolvesse, oggi non si dovrebbe considerare legittimo fare di peggio scartando il nascituro aprioristicamente, per il mantenimento della propria "libertà". Noi non intendiamo accodarci alle richiesta di moratoria in quanto suddetta richiesta ci sembra inutile se non sterile, ripudiamo chi specula sulla vita strumentalizzando la delicata tematica quanto chi della vita di un bimbo in grembo di una madre se ne fa beffa. La nostra battaglia è battaglia di coscienza, chi ne ha, sa come deve comportarsi! L'Europa, se vuole rialzarsi, deve puntare in primis sulle sue risorse ponendo fine all'unico genocidio del XX secolo, che ha fatto si il miliardo d'Europei mai nati sia stato rimpiazzato dal sovrappiù dei paesi in via di sviluppo. Lo sradicamento socio-culturale inizia anche da qui anzi, questo processo ne è stato il culmine!

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February 20

Ode alla nazione serba

Scegliamo una eloquente strofa dell'Ode alla nazione serba, scritto del Vate Gabriele D'Annunzio risalente al lontano e sanguinoso 1915, ma quanto mai attuale nel descrivere poeticamente la sofferenza e la tenacia di un popolo europeo fiero e chiamato in modo ricorrente a fare i conti con una storia che vuole sradicarlo delle proprie radici. Il Kosovo è Serbia, è baluardo della identità cristiana che la contraddistingue, è dunque suolo d'Europa ed è necessario ribadirlo. Questo vilipendio alla nostra civiltà si sta consumando oggi a qualche centinaio di chilometri di distanza dai nostri confini, ieri si è consumato altrove, domani non ci è dato saperlo. Restiamo in guardia! Viva l'Europa!
 

XIV.

Tronco s'ebbe Lazaro il capo
nel piano di Còssovo, e perso
fu il regno, fu spenta la gloria.
Da Scòplia il Bulgaro nero
al piano di Còssovo sfanga
fiutando l'ontosa vittoria.
Tieni duro, Serbo! Odi il rugghio
di Vèlico che si rappicca
e possa rifà. Tieni duro!
Se pane non hai, odio mangia;
se vino non hai, odio bevi;
se odio sol hai, va sicuro.
Non erbe coglie nel monte
la Vila, non radiche pesta,
per le piaghe a te medicare.
Non a ferita combatti,
a morte sì, per l'altare
combatti e pel focolare.
Se caschi in ginocchio, ti levi;
se piombi riverso, e ti levi;
se prono, e ti levi a lottare.”
 
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February 09

10 febbraio 1947: mai dimenticare!

In questa data fu stipulato un cosiddetto “trattato di pace” tra l’Italia ed i paesi vincitori della seconda guerra mondiale. Termine che abbiamo voluto inserire tra le virgolette perché si trattò più esattamente di un diktat vero e proprio, una palese prepotenza che il governo italiano accettò senza fiatare, coprendosi di vergogna agli occhi del mondo. Il rappresentante del nostro paese si vide costretto a mettere una firma su un documento che, in uno dei suoi 90 articoli, giustificava e rendeva tutelati tutti coloro i quali si erano resi protagonisti, fin dall’inizio delle ostilità, di collaborazione con gli anglo-americani o con i bolscevici. Insomma, tutte le spie che agivano nell’ombra e si schierarono contro l’Italia già prima dell’8 di settembre. Inoltre, ancor più grave, un articolo legittimava le eventuali requisizioni forzate da parte dei paesi vincitori sui beni privati dei cittadini italiani presenti sul proprio territorio. Proprio così. Un furto ai danni di civili inermi veniva reso ufficiale ed accettato dai governanti di coloro i quali lo avevano dovuto subire sulla propria pelle. Questo il preambolo alle conseguenze geopolitiche del trattato: i trasferimenti territoriali ai quali l’Italia dovette piegarsi a favore delle nazioni confinanti vincitrici nel conflitto. L’articolo 11 elencava le terre che dovevano essere cedute alla Jugoslavia. Si trattava del territorio di Zara, del Carnaro, dell’isola di Lagosta e di gran parte della Venezia-Giulia, ossia l’Istria, Fiume, il Carso triestino e goriziano e l’alta valle del fiume Isonzo. Terre italiane da sempre. La città di Trieste, considerata territorio libero, venne suddivisa in due zone: la zona A affidata agli alleati e la B agli iugoslavi. Nel 1954 la zona A tornò all’Italia, mentre la B continuò ad avere un’amministrazione slava. Nel 1975, infine, con il trattato di Osimo, altra tappa che copre di ignominia il nostro governo, la zona B veniva definitivamente lasciata alla Jugoslavia. E così il nostro paese perse per sempre l’estremità nord-occidentale della penisola istriana con le città di Pirano, Isola e Capodistria abitate da una popolazione in gran parte italiana. La tanto decantata autodeterminazione dei popoli venne così vituperata e i bellicosi e famelici propositi della Jugoslavia di Tito vennero avallati. Anni di atroci sofferenze subite dalle popolazioni italiane in territori in cui da secoli erano state sovrane, checché ne sostenga una pessima retorica antifascista ancora oggi, e profanate da politici inetti o, come nel caso di Togliatti, in mala fede. Zerbini assupinati al bagliore della stella a cinque punte si piegarono al cospetto degli jugoslavi proponendo la cessione della città di Gorizia, purchè Trieste rimanesse all’Italia. Fortunatamente l’ingordigia di Tito fece sì che la pezzente proposta venisse rigettata al mittente con giustificato spregio verso i miserevoli del PCI. Spregio che veniva concesso a Tito anche da parte delle potenze anglo-americane che riconoscevano nella sua figura l’unico in grado di poter tenere a bada nei Balcani le ambizioni sovietiche di avere uno sbocco sul Mediterraneo. Chi cercò di opporsi in tutti i modi a quella triste evenienza furono le popolazioni istriane, fiumane e zaratine che, attraverso i loro rappresentanti, si pronunciarono chiaramente a favore dell’Italia. La delegazione, che si incontrò più volte con De Gasperi, non fu, però, neanche ammessa al tavolo delle trattative. Così come rimase inascoltata la richiesta del Comitato di Liberazione Nazionale di Pola che chiedeva un referendum per stabilire quale dovesse essere il destino delle terre di frontiera. Tutto però fu inutile. Ormai i giochi erano belli che fatti. E tutti a danno dell’Italia. Lo ammise lo stesso presidente del consiglio Alcide De Gasperi, ammise esplicitamente che secondo i canoni di giustizia quell’immondo trattato non sarebbe dovuto essere accettato, ma le cosiddette cause di forza maggiore agirono anche in quel caso. E così avvenne che il nostro ambasciatore, Meli Lupi di Soragna, pose la propria firma e ratificò il trattato; ratificò un supplizio che dovranno subire sulla propria pelle 350.000 italiani costretti all’esilio, quelli in sostanza che non finirono torturati, uccisi e precipitati nelle foibe carsiche dai partigiani titini, come invece accadde a migliaia d’altri. Quello stesso 10 febbraio Maria Pasquinelli, come estremo atto dimostrativo, uccise il comandante della guarnigione inglese d’istanza a Trieste De Winton, e lasciò questa laconica confessione:"Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d'Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio". Onore a lei e a quanti si sacrificarono per la causa della loro terra, disprezzo per chi ancora oggi ne dissacra la memoria attraverso il metodo della mistificazione di chiaro stampo antifascista…
nonscordo
February 03

03/02/1998 Rossa è la neve del Cermis...

Tra le bianche nevi del Cermis, nella Val di Fiemme, un tragico errore di un pilota americano impegnato in un volo d'addestramento e forse in una demenziale sfida coi colleghi provoca una strage: il cavo di una funivia viene tranciato dall'ala dell'aereo e 19 europei di diverse nazionalità stipati nella cabina caddono e muoino dopo un volo di 80 metri. Nonostante la richiesta dei pubblici ministeri di processare gli imputati di tale strage (quattro marines) in Italia, dunque secondo la giurisdizione del paese in cui si è consumato l'episodio, il giudice per le indagini preliminari, forte di una convenzione sullo statuto dei militari NATO, ritenne che i quattro dovessero essere giudicati negli Stati Uniti, laddove nel 1999 verranno assolti dall'accusa di omicidio. Esplicativa testimonianza di occupazione militare ed assenza totale di sovranità nazionale da parte dei nostri governi. Dieci anni; noi non dimentichiamo le vittime innocenti di un folle episodio.
tornado
January 29

Ricordando il bloody sunday

Ogni anno il 30 gennaio il cielo grigio di Derry fa da cornice ad una marcia commemorativa che vede sfilare centinaia di persone irlandesi e straniere, il tutto all’insegna di solennità e slogan che chiedono invano una giustizia che il governo britannico ha sempre voluto negare, gestendo nel modo più arrogante una vicenda che lo ha visto protagonista in negativo di una mattanza indecorosa. In questa data, nel lontano 1972, i paracadutisti inglesi del 1^ reggimento, inviati a presidiare una pacifica manifestazione di cattolici che protestavano contro le severe norme che prevedevano la reclusione preventiva senza termini temporali per i militanti repubblicani sospettati dalla giustizia di sua maestà, aprirono indiscriminatamente il fuoco sulla folla ed uccisero 13 manifestanti. E’ bene tener vivo l’interesse su simili accadimenti del recente passato, è bene ricordare che un governo tra i più influenti della storia e simbolo di una tale opulenza democratica da potersene autodefinire esportatore mondiale si sia reso protagonista di crimini di una certa risma, oltretuttto mai puniti ma anzi talvolta encomiati. E’ attraverso il ricordo delle vittime innocenti, dei combattenti patrioti caduti, che si ridesta quel senso d’identità europea che tiene viva la consapevolezza che l’Europa non è ancora morta per mano dei mercanti che la vogliono relegare ad una mera espressione geografica, strumento di loschi affari economici. Fino a ieri nel nostro amato Vecchio Continente c’era chi sacrificava la vita per la strenue difesa di una fetta di terra in cui idealmente vedeva affondare le proprie radici; questa è l’espressione più romantica ed affascinante che questo enorme agglomerato di nobili regioni dall’antico retaggio culturale possa offrire al cuore puro di chi ne ama gli stupendi paesaggi, ne rispetta le secolari tradizioni e si riconosce in ogni sua corteccia d’albero, in ogni suo granello di sabbia ed in ogni goccia d’acqua che sgorga rigogliosa dagli imponenti monti. Passano gli anni e le dinamiche del cosiddetto progresso impongono nuovi scenari politici e sociali, sembrano distanti i giorni in cui l’isola d’Irlanda conosceva quotidianamente nuove violenze ed il sangue dei suoi figli scendeva impietoso sull’asfalto delle città che urlavano ed urlano tuttora la propria insofferenza verso una redenzione negata da un popolo invasore. Sono soltanto un ricordo i tonfi sordi dei proiettili che i RUC (polizia nordirlandese imposta dai britannici) sparavano tra le vie ribelli di una Derry mai doma ed unica roccaforte a maggioranza cattolica; giorni di fermento che culminarono nel sangue di quella domenica del 30 gennaio 1972, il Bloody Sunday. Oggi è chiaramente percepibile un cambiamento, i gruppi paramilitari di entrambi gli schieramenti hanno, almeno di facciata, abbandonato ormai tutti la lotta armata e una convivenza fino a qualche decennio fa insperata appare sempre più condivisa, almeno per inerzia. Un vento di cambiamento che ha investito però principalmente la sfera politica, laddove interessi comuni e meschine logiche di compromesso sono consuetudini oramai assodate anche in un territorio che porta ancora le ferite aperte di una efferata guerra civile perdurata nei secoli. Lo scorso maggio si è insediato nella capitale Belfast un governo caratterizzato dalla promiscuità tra protestanti e cattolici; basti pensare che l’attuale primo ministro è Ian Paisley, anziano arringa folla votato al sacerdozio battista e protagonista in passato di velenose predicazioni anti-cattoliche, e il vice-ministro è invece Martin McGuinness, militante dell’IRA in gioventù. In questo clima i cattolici del Sinn Fein hanno addirittura riconosciuto la polizia che in passato sparava sui suoi figli come legittima. La stessa polizia collusa coi paramilitari dell’Ulster Volunteer Force (UVF): li utilizzava come informatori infiltrati nella malavita locale, ne coprì omicidi, ne garantì immunità da crimini d’ogni tipo distruggendo prove e conducendo interrogatori-farsa. Insomma, pare che anche i politici cattolici abbiano voluto sposare una linea molto in voga negli altri paesi d’Europa, quella che impone una coalizione di governo caratterizzata da una patina di buonismo ed apparente unità d’intenti. Come se non bastassero le già note difficoltà di convivenza tra protestanti e cattolici a smascherare tali dinamiche, si è voluto esagerare ed è stata eletta una parlamentare cinese, una tale Ann Lo… Patetiche forzature, perché è vero che oltre i colletti imbellettati di chi presiede le aule di parlamento stringendo mani che nei secoli si sono accaparrate con foga imperialista delle terre sovrane che ora amministrano con spavalderia c’è dell’altro. Ci sono dei veri e propri ghetti recintati da filo