Associazione Cu...'s profile_/\_ZENIT_/\_PhotosBlogLists Tools Help

_/\_ZENIT_/\_

Associazione Culturale
Photo 1 of 2
qui potete scaricare gratuitamente le varie edizioni del nostro ciclostile!
June 28

Sul concetto di cittadinanza

Concetto tanto antico quanto la nostra civiltà. E se volessimo scrutare ancor più a ritroso nel tempo i concetti di clan o comunità esistono fin dall'alba dei tempi.
L'appartenenza a una determinata famiglia-clan-comunità portava ad avere particolari privilegi, nonchè doveri, come poi lo fu l'essere cittadino greco o romano, dove la politica era, per la concezione filosofica classica, il punto più alto del vivere aggregato. Essa dipendeva dal sentimento passato costituito dalla Tradizione e dal senso futuro, in senso strettamente non progressista, ossia le generazioni prossime, bensì dal sentimento comune del vivere sul suolo dei padri, ma soprattutto dal tentativo, che accompagnò tutta la nostra antichità, di riportare all'unità il molteplice e fare di individui nati nella stessa terra una "polis". Era proprio questo il fine ultimo della politica, quella politica che poi si trasformerà con la modernità e la nascita delle ideologie, con l'individualismo borghese, in partitismo e tutto ciò che ha contribuito a far prevalere la diade sull'uno.
L'essere cittadino stava così a significare il privilegio di essere parte dell'unità tramite il riconoscimento del proprio "io"
solo in funzione sociale-politica (ricordiamo che per Aristotele l'uomo è animale sociale. Solo le bestie e gli Dei possono vivere al di fuori della società). Questo tentativo appariva ben chiaro nella Roma imperiale ove la cittadinanza man mano fu estesa dagli abitanti dell'Urbe a quelli dell'Impero, tramite una volontà sincretista attenta ad assimilare tutto in funzione del tutto per giungere all'unità e alla Pax.
Avendo ben chiaro il concetto di cittadinanza intesa come l'insieme di persone creanti un continuum tra generazioni e nella generazione stessa, possiamo comprendere come oggi nell'era dell'economicismo sfrenato, dell'individualismo più spietato, sia molto difficile riuscire a concepire quello di cittadinanza come concetto chiaramente definito. Ove l'unità e la continuità dell'istituzione politica si disgregano nella capacità concorrenziale, nell'assoluta preminenza dell'aspetto economico del libero scambio, può svilupparsi unicamente la cultura materialista del feticismo consumista. In tal modo il tardo capitalismo ha potuto creare un polo unificatore della "comunità mondiale" solamente negli eventi di massa internazionali, nell'apertura delle frontiere alla comunicazione, ai flussi monetari e finanziari nonchè migratori, modificando con ciò gli elementi costitutivi dello stato nazionale. La permeabilità dei confini fa decadere la dimensione territoriale dello stato stesso, andando ad incidere anche sull'altro elemento fondativo della statualità, ossia il popolo che, trasformato in massa, è in balia di un potere non più politico ma opportunistico, pronto ad intervenire solo quando il fondo già è stato toccato, considerante solo la dimensione presente. Il popolo ridotto così a massa informe passa dall'essere elemento creativo-attivo ad inerme-passivo.
In queste condizioni la fisiologica risultante di un mondo globale diviso tra paesi sviluppati, in via di sviluppo e terzo mondo, con un modello occidentale specchietto per le allodole, non può che essere di libera circolazione di merci e uomini. In quest'ottica le diatribe pro o contro immigrazione risultano essere parte di quei teatrini fratricidi figli della politica moderna: nessuno in grado di fare lucide analisi, tutti buoni a difendere la propria barricata ideologica; nessuno alla ricerca di un'idea alta come era per la politica classica, tutti pronti a cavalcare l'opinione "del giorno".
Ragionare da appartenenti ad uno stato sovrano è ormai concetto antipolitico, dovendo prendere come dato di fatto l'assorbimento degli stati nazionali da parte

di entità sovranazionali, per cui i primi, per la maggior parte delle costituzioni, si

X

sottomettono in modo automatico o quasi alle seconde: il trattato di Schengen che regolamenta la libera circolazione all'interno dell'unione europea, ne è prova lampante. Può essere definito trattato di "cooperazione forzata" e chi ne fa parte non può uscirne se non per un breve periodo; proprio questa situazione ha consentito ai media di strumentalizzare "l'allarme rumeni", tra i gruppi etnici presenti in Italia unici veri "intoccabili" in quanto membri della CE.
Certamente i processi migratori hanno raggiunto livelli non più fisiologici bensì patologici, e il problema riguarda in minima parte i clandestini e la micro-criminalità (oltretutto in diminuzione negli ultimi anni), di contro agli immigrati regolari che lavorando entrano in maniera sostanziale in società incidendo così direttamente sulla cultura del paese.
Tuttavia c'è da fare un distinguo tra migrazioni e immigrati: trovare nei secondi la causa di tutti i mali corrisponde al prendersela col termometro che segna la febbre e non con il germe che ha contaminato l'organismo malato. Se vivessimo nel 410 anzichè nel 2009, potremmo incolpare Alarico e i visigoti di aver invaso Roma in modo belligerante e saremo tutti pronti a fronteggiare ciò che andava contro il nostro ordinamento, contro la nostra organizzazione politica. Così non è oggi, poichè l'immigrazione è la normale evoluzione del liberismo, del libero scambio di merci e di uomini - si intende - e laddove non è regolamentata dalla politica, è legittimata dall'economia. La specificità è il peggior nemico di un sistema che prevede la specializzazione e l'unificazione dei mercati come chimera (il magnate della tv satellitare Murdoch dice che il suo più grande sogno è un'umanità "monoglotta" per offrire un solo palinsesto internazionale).
Condizioni che devono farci rendere conto di come gli stati nazionali europei non abbiano:

-         una sovranità che possa concedergli di decidere di assegnare cittadinanza a loro discrezione;

-         un'identità tale da assorbire gli immigrati

-         la libertà di assegnare status differenziati agli stranieri.

 

L'unica forma di lotta rimasta è culturale. Essa consiste nel riuscire a prendere le contromisure al cospetto degli input del tardo-capitalismo, cercando di salvare il salvabile. Purtroppo la situazione è pessima, peggiore che in Tibet dove gli orgogliosi ribelli al giogo cinese hanno almeno un'identità da difendere e un nemico visibile, la Cina appunto. In occidente siamo di fronte al paradosso di trovarci ad essere nemici di noi stessi, ad accettare la vulgata comune, a farci frustrare dal problema immigrati, a corrucciarci perchè "i rumeni sono cattivi".

I cattivi, nel senso che stiamo abbrutendo al basso livello dell’appiattimento, siamo noi: privi d'identità e di senso comunitario, di combattività e sempre pronti a scannarci per chi è pro e chi è anti... ma in tutto questo, riusciremo forse un giorno a comprendere chi siamo noi europei, da dove veniamo e dove vogliamo dirigere le nostre aspirazioni?

Vogliamo forse assistere indisturbati al decadimento della nostra più nobile ed un tempo rigogliosa civiltà, quella che non si è arresa al paradigma del 25 aprile?
 
June 22

Il Rito

Al fine di individuare il carattere che più d’altri differenzia una civiltà moderna rispetto ad una società di stampo tradizionale, è imprescindibile risalire alla diversa accezione della realtà delle cose che esse due assumono. L’immagine della realtà che è propria all’uomo moderno non va oltre il mondo dei corpi che si muovono nello spazio e nel tempo, che sono dunque visibili, tangibili e studiabili nelle loro prerogative attraverso dei metodi scientifici. Ciò che vada oltre questo sistema di credenze, è fuori dalla propria concezione del reale e viene automaticamente ascritto alla categoria del dogma religioso; elemento che fatica sempre più ad integrarsi in un mondo che procede diritto verso l’ateismo e rischia oramai di venir relegato, nell’immaginario collettivo, come pura superstizione, se non addirittura folclore. Diametralmente opposta la forma mentis dell’uomo tradizionale, concepiva una natura duale della vita, composta dal mondo mortale e dal mondo dell’immortalità, una dimensione fisica ed una metafisica. Forma mentis che accomunava popoli del passato delle più disparate latitudini e si manifestava nei modi più appropriati alle diverse specificità culturali d’ognuno di essi. Questo spunto proviene dalle pagine di “Rivola contro il mondo moderno” di Julius Evola: «Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’esistenza, e le vie che dall’uno conducono all’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che sta di là sia da vita che da morte. Conobbe che l’esistenza esterna è nulla, se non è un’approssimazione verso il sopramondo… Un mondo tradizionale conobbe la Divinità Regale. Conobbe l’atto del transito: la Iniziazione – le due grandi vie dell’approssimazione: l’Azione eroica e la Contemplazione – la mediazione: il Rito – il grande sostegno: La Legge tradizionale, la Casta – il simbolo terreno: l’Impero». Questa premessa è necessaria per comprendere come il concetto di “progresso” si riduce ad un mero decadimento della società ad una dimensione materialista della vita, soppiantando così una concezione più vasta della realtà che non si soffermava al solo apprendimento sensibile, al rozzo fattore fisico; bensì apriva gli orizzonti dell’uomo verso l’alto, verso la vastità infinita ed apparentemente imperscrutabile dei cieli, diramandoli sui binari di tre diversi metodi percettivi: corpo, anima e spirito. Riaffermare questi principi tradizionali è volontà di ogni comunità, tribù, stato, gerarchicamente ordinati e organicamente disciplinati, cementati da una concezione che trascenda i diversi individualismi ed esalti al contrario il mito del cameratismo, la comunione fideistica di un sentire radicalizzato nel cuore di ogni aderente. Il Rito, nelle sue diverse sfaccettature: ordinato, commosso, disciplinato, austero dei suoi cerimoniali, distingue i fascismi del secolo scorso dal brulicame scomposto ed ingiuriante che si abbina alle adunate oceaniche richiamate dai moderni sindacati o dai partiti di massa. Ci è utile, per comprendere il nesso fondamentale tra concezione metafisica della realtà e ritualità fascista, questo estratto da “Essenza mistica del fascismo totalitario” di Luca Fantini: «...La guerra, per il futuro duce, fu certamente un'esperienza decisiva: in qualsiasi senso, spirituale, morale, politico. Mai, non a caso, dal cuore e dalla mente di Mussolini - come lui stesso poi narrerà - potè poi svanire, nel successivo cammino, l'immagine dei camerati caduti al fronte: con essi, con tutti i patrioti caduti, Mussolini, una volta tornato dalle trincee e finita ormai la guerra, volle stabilire una simbolica comunione del sangue, un effettivo rito di rigorosa aderenza alle forze metafisiche sprigionate dai caduti nel momento dell'estremo sacrificio...».La massima espressione del Rito si manifesta dunque durante il Fascismo attraverso la liturgia funeraria dei caduti. Una sfilata rigorosamente silenziosa ed austera, scandita solo dal rullo ritmato di tamburi e tinta da gagliardetti a lutto, passava le vie della città e culminava con l’orazione funebre, l’inquadramento degli squadristi davanti al feretro, l’appello ai fascisti morti a cui si rispondeva in coro “presente!”, accompagnato dal braccio destro alzato, teso a salutare romanamente l’ascesi del camerata oltre la dimensione terrena. Dopodichè, a comando, gli squadristi si inginocchiavano al cospetto del feretro; all’ordine di alzarsi veniva pronunciato il nome del morto accompagnato dal grido guerriero dannunziano “alalà”. Il Rito funebre sancisce così un passaggio da parte del caduto alla dimensione dell’immortalità, imprimendo indelebilmente il suo nome nell’ideale effigie che sormonta la lotta dei suoi camerati, il principio patriottico e superindividuale che ne muove le gesta. A tal riguardo, sempre dal libro di Luca Fantini, Il Duce a proposito dell’estremo sacrificio di Filippo Corridoni: «...Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo i fedeli del Nazzareno si comunicassero non col pane ma col sangue. Ognuno si incideva le carni in direzione del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo che passava di labbro in labbro. Anche noi, in nome dei nostri morti, vogliamo praticare la comunione del sangue. Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i nostri amici a mille e a mille hanno versato senza paura e senza rimpianto. E' sangue della migliore giovinezza d'Italia: sangue latino. Noi guardiamo in alto. Guardiamo a Filippo Corridoni. Non lo sentimmo mai così vivo, così presente alla nostra ingrata fatica. La sua effigie ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione delle materie; chiediamo alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli che meditano il tradimento. Non si getta il fardello prima di avere toccato la meta. Non si tradiscono i morti... ». Queste parole così fortemente appassionate, testimonianza di un animo avvolto da coscienza mistica, sono estremamente indicative a rappresentare la connotazione tradizionale del movimento fascista: il suo essere altro rispetto alla cosiddetta civiltà del progresso, il suo riferirsi a elementi che trovano riscontri storici fin dalle epoche ancestrali e si proiettano come luci tra le tenebre nel XX secolo ad infiammare i cuori di quanto vogliano accoglierne la sacralità. Altrettanto indicativa la descrizione che lo stesso Luca Fantini fa nel suo libro a proposito della Mostra della Rivoluzione Fascista dedicata ai martiri: «...Il Sacrario dei Martiri era concepito dallo spiritualismo fascista come l'Altare del sacrificio di centinaia e centinaia di camicie nere, cadute nel combattimento o per vile imboscata; il sacrario esaltava il martirio dei Caduti nei giorni della 'vigilia', in quelli della Rivoluzione ed in quelli dell'insurrezione, sacrificatisi per difendere la vittoriosa avanzata fascista: Il Fascismo conferisce al sacrificio dei Caduti il regno più alto che lo corona di immortalità. La gloria ed il martirio vanno oltre la persona e l'episodio, per divenire simbolo sacro della capacità di sacrificio di una razza, della certezza futura, difesa e garantita dallo spirito invincibile dei Morti. Gli architetti Adalberto Libera ed Antonio Valente hanno saputo ben conferire a questo Sacrario dei Martiri quel senso di misticismo guerriero che ispirò i Martiri stessi nell'impeto in cui trovarono la morte». Il Rito dunque, inteso tradizionalmente: non come mero gesto abitudinario, privo di adesione interiore, spirituale, svuotato del suo profondo ed originario significato, che si adagia passivamente nel folclore dei moderni, buono soltanto per stuzzicare l’interesse annoiato di estranei in cerca di curiosità stravaganti. Il Rito come atto di comunione, come adesione ad un impegno che trova coscienza e convinzione per mezzo di una funzione liturgica. Un grido: “Presente!”, che scuote i silenzi e gli animi dei partecipanti, perpetuando l’Idea attraverso il tempo, sebbene la secolarizzazione della società, nonostante lo sprofondare verso gli abissi del materialismo da parte dei suoi accoliti che ci contornano, si, nel quotidiano, ma senza mai avvolgerci nella loro miseria. Cantavano i Londinium SPQR a proposito del Rito: “Le file sono schierate,/ la piazza che ascolta in silenzio,/ abbiamo acceso le torce ma l’importante è cogliere il senso./ Stanotte la piazza si ferma,/ sono passati vent’anni,/ ma non basta gridare un nome nemmeno facendolo tutti gli anni. Il mito si incarna nella lotta!.

 

June 17

...sulle elezioni in Iran

Nell’immaginario collettivo del fruitore medio di informazioni, ciò che sta avvenendo in questi giorni in Iran ha tutti i connotati dello scontro frontale tra due realtà: un popolo sovrano ed una manciata di oligarchi che, con alla testa il loro spietato despota, intendono soggiogare le legittime istanze provenienti da ogni strato sociale della società iraniana. Del resto è questo il messaggio che si sta tentando di propinare insistentemente da parte dei media di massa; si reclama di brogli elettorali, del presunto (e solo presunto…) arresto del candidato politico moderato Moussavi, di una feroce repressione che sta soffocando le rivolte di una intera nazione che all’unisono scende in strada ad urlare il proprio dissenso. E’ dunque evidente la manovra tesa a screditare uno di quei famigerati “Stati canaglia”, delegittimando il suo leader Ahmadinejad, che i paladini del mondo occidentale (Usa e Israele) hanno indicato giurando loro ostilità. Ma l’Iran del suo legittimo presidente Ahmadinejad e degli Ayatollah non è il Cile di Pinochet, né l’Indonesia di Suharto, nemmeno la Cuba di Batista o il Nicaragua di Somosa Garcìa, e neppure il Kosovo del terrorista UCK Thaci. In Iran, come i fatti dimostrano (i fatti reali, non quelli alterati da una scientifica manipolazione mediatica asservita), non sta avvenendo alcun colpo di Stato, nessun metodo “antidemocratico” viene utilizzato da Ahmadinejad per investirsi della carica di guida del suo popolo. Costume, quello dell’imposizione militare, anti-popolare, che invece avviene laddove gli interessi finanziari occidentali impongano. Gli esempi sopra citati potrebbero servire a qualche solerte delatore dell’Iran “Stato canaglia” a guardarsi bene da coloro i quali si arrogano sentenze ed orchestrano dissensi, a grattar bene oltre la patina strumentale troverebbero di certo macchie di sangue sulla fedina penale dello yankee moralista. Ahmadinejad ha stravinto, non vinto, delle democratiche elezioni con oltre il 60% delle preferenze, a fronte di un’altissima affluenza (circa l’80%). Nulla di anomalo rispetto a quanto si prospettava dai sondaggi, ai quali si contrapponeva soltanto un disperato quanto privo di riscontro monologo di Moussavi che, a poche ore dallo spoglio dei voti e presumibilmente sollecitato da quel circuito esterno che ne sosteneva l’improbabile ascesa, dichiarava una sua impensabile vittoria. A seguito della lagna del torto subito, prontamente enfatizzata dai media occidentali, sciami di oppositori al governo di Ahmadinejad si sono riversati nelle strade del centro di Teheran uscendo dalle loro abitazioni dei quartieri alti della capitale. Forti del sostegno estero, dei riflettori internazionali puntati su di loro, soprattutto di una qualche garanzia dettatagli da qualche mecenate, cosiddetto filantropo, dedito per mestiere a fomentare “rivoluzioni colorate” laddove necessario, hanno tentato in modo virulento di sovvertire il verdetto dei voti paventando brogli. Ipotesi brogli subito scongiurata dallo stesso Ahmadinejad che, sicuro del consenso popolare costruitosi in anni di politica sociale, è pronto a farsi carico del riconteggio dei voti. Un consenso che si sta manifestando anche fisicamente e di cui le nostre televisioni ovviamente non trasmettono immagini, tuttalpiù ne fanno timido accenno. Milioni di cittadini delle fasce popolari e contadine, gli stessi che hanno accompagnato con passione tutta la campagna elettorale di Ahmadinejad, stanno invadendo le strade di Teheran e soprattutto dei centri più piccoli per festeggiare sì, ma soprattutto per far valere il proprio democratico parere al cospetto degli interessi di quei pochi coccolati da occidente. Vi invitiamo caldamente a diffidare dalle notizie ufficiali, quelle artefatte diffuse su vasta scala da un’industria mediatica che è lo strumento di cui si nutrono i veri tiranni, quelli a stelle e strisce e quelli dalla stella di Davide insieme ai loro alleati lacchè. La minaccia non è certo l’Iran; un paese libero di interpretare eventi storici come tali senza piegarsi ad alcun dogma, un paese libero di portare avanti il proprio diritto al nucleare per fini civili (a fronte tra l’altro di una firma apposta sul Trattato di non proliferazione di armi nucleari), un paese in cui sono garantite l’assistenza sanitaria e l’istruzione gratuite e la disoccupazione è a livelli molto bassi rispetto ad altre realtà geografiche affini, un paese libero di costruirsi un destino in linea con una tradizione islamica secolare che un truce mondialismo vorrebbe invece disintegrare. E per farlo - i suoi criminali paladini non lo nascondono affatto - si intendono utilizzare le maniere forti, se è vero, come è vero, che Israele ha già pronto un piano militare per attaccare l’Iran (il Times ne ha svelato di recente l’autenticità della voce), forte di una bomba atomica di cui non deve chiaramente render conto a nessun organo internazionale. In Iran ha vinto la volontà di un popolo di potersi definire tale, di poter sostenere con orgoglio la propria specificità culturale facendo fronte alle pericolose minacce che provengono da oltreconfine. Onore ad un popolo sovrano. Il resto è speculazione giornalistica.

June 10

...a dieci anni dalla fine dell'operazione Allied Force

Di recente le regioni dell’ex Jugoslavia hanno ricevuto una visita da parte del vice presidente degli Stati Uniti, l’affabile democratico Joe Biden, il cui sorriso sembra fatto apposta per catturare le simpatie degli elettori, rendendo il bianco vice di Obama una macchina di consensi ad empatia per il governo americano. Eppure, dietro la patina degli ostentatissimi sorrisi a treantaquattro denti, pare esserci ben poco di gioviale, almeno stando alle parole che proferisce in merito ai destini politici di quelle regioni. Arrivato nella bosniaca Sarajevo, Biden si esibisce in un’orazione che assume i chiari connotati intimidatori all’indirizzo del popolo sovrano che lo sta ascoltando. Egli afferma che "Washington è preoccupata per la direzione in cui la Bosnia Erzegovina sta andando". Meglio spiegandosi in questo passo: Se non siete in grado di entrare in UE, resterete tra i paesi meno sviluppati dell'Europa. Le conseguenze ricadranno sulla vostra storia e i vostri figli se perderete questa occasione. In questi ultimi tre anni prende piede la retorica nazionalista. Siamo stati testimoni di un tentativo di riforma che ora sta ritornando indietro. Deve essere fermata". Questo sfrontato atteggiamento è pienamente in linea con la politica che lo stesso Biden in persona ha perseguito ai danni dell’etnia serba. Ebbene, non c’è dunque da stupirsi della tipica spocchia yankee di cui Biden si è rivestito nel pronunziare morali al cospetto di un popolo che, proprio a causa dell’atroce trattamento riservatogli dalle bombe americane, ha subito uno sradicamento irricucibile del proprio tessuto culturale, per fini geopolitici di strutture sovranazionali. Morali che assumono una veste preoccupante se si considera che arrivano proprio nel mezzo del decennale da quei terribili giorni in cui i Balcani erano sotto attacco da parte NATO. L’anello di congiunzione tra quegli episodi di sangue e distruzione che tutti noi abbiamo ancora impressi negli occhi e le parole di Biden è il marchio politico del Partito Democratico americano. Democratica era l’amministrazione Clinton che nel ’99 decise di bombardare la Serbia; democratica l’amministrazione Obama che oggi va imponendo ricette politiche ai neo-nati stati balcanici. Elemento che dimostra, qualora ve ne fosse bisogno, la totale inconsistenza del sistema elettorale americano; semplice teatro di marionette che rispondono ad ordini che, da dietro le quinte della sterile contrapposizione conservatori/democratici, impartiscono le linee guida della politica statunitense. A pochissimi chilometri di distanza dall’Italia si consumò in quei mesi di dieci anni fa una vera e propria mattanza tesa ad estirpare politicamente della propria sovranità la nazione serba. Come ogni operazione militare americana, non mancò il casus belli palesemente creato ad arte al fine di condizionare l’opinione pubblica sulla necessità di un intervento con la forza. Esso si consumò nel gennaio del 1999 nella località di Racak, laddove accesi scontri tra gli indipendentisti kosovari-albanesi dell’UCK e l’esercito serbo costringono l’OSCE ad intimare un cessate il fuoco bilaterale che regolarmente avvenne. Ma la mattina dopo l’UCK vide bene di giocarsi una fondamentale pedina vittimistica al cospetto della stampa internazione e degli osservatori OSCE. Mostrò una serie di cadaveri accatastati che sarebbero stati torturati, uccisi e mutilati dalla polizia serba. Lo sgomento provocato dalle immagini macabre dei cadaveri e la pena dei pianti teatrali dei miliziani dell’UCK, creano quello humus mediatico molto fertile alle intenzioni belliche di cui gli statunitensi intendono farsi garanti. Quella di Racak da quel momento non verrà più raccontata come una battaglia, bensì come un eccidio, una strage da parte di efferati aguzzini serbi. Un terreno che produrrà i suoi frutti funerei e gli effetti tragici sul destino politico del popolo serbo col temibile nome anglofono “Allied Force”. Eppure nessun organo internazionale avrà mai l’autorità di poter chiedere che gli Stati Uniti paghino il giusto, severo conto con una realtà dei fatti venuta a galla attraverso le indagini di una commissione della Comunità Europea: causa modalità ed ora del decesso non possono essere accertate, non compaiono mutilazioni o segni che possano ricondurre ad una esecuzione e non esiste certezza sul fatto che le vittime siano originarie di Racak.

Saranno necessari 78 giorni di bombardamenti per far sì che, il 9 giugno 1999, la Serbia sia costretta ad abdicare accettando la presenza delle truppe NATO sul proprio legittimo territorio del Kosovo, la cui amministrazione verrà ceduta all’UCK, nota organizzazione criminale dedita al servizio degli USA.

Ecco. Tornando alla visita di Biden, si pensi che lo stesso alto rappresentante della Casa Bianca, in veste di Senatore degli Stati Uniti, è stato tra le personalità che ha contribuito a scagionare dalle accuse del tribunale internazionale de L’Aja (lo stesso tribunale così solerte nell’avviare persecuzioni ai danni dei patrioti serbi Milosevic e Karadzic, quali autori del fasullo eccidio di Rakac) il criminale albanese-kossovaro Haradinaj, reo di crimini verso la popolazione serba. La sentenza favorevole al criminale dell’UCK così recita: “Haradinaj ha una eccezionale reputazione personale e politica, confermata da una serie di politici, funzionari militari e diplomatici di alto livello internazionale (Tra questi, appunto, Joe Biden)". Le cifre di un massacro perpetrato ad una costola d’Europa grazie alla complicità italiana che il governo D’Alema garantì consentendo agli aerei NATO di decollare dall’aeroporto militare di Aviano:

lanciati 10 mila missili Cruise, sganciate 21 mila tonnellate di esplosivo, 1.085 cluster bomb che spargono sul terreno di più di 35.000 bombette, mine che ancora oggi mettono a rischio l’incolumità di oltre 160 mila civili. Colpiti quasi mille obbiettivi, contaminata gran parte della regione con i micidiali proiettili all’uranio impoverito, uccisi “per errore” duemila civili, sia serbi che albanesi, seimila le persone rimaste gravemente feriti; 33 gli ospedali distrutti, decine le scuole colpite; centrate le aree residenziali, gli uffici pubblici, le infrastrutture, le antenne televisive e radio, le stazioni ferroviarie e di autobus, i ponti e le strade; danneggiate le ambasciate, i monasteri e i luoghi di culto. Colpiti 14 aeroporti, più di cento fabbriche, decine di centrali elettriche e 23 raffinerie.
June 01

Razzismo buono, razzismo cattivo

Da mesi gli organi di informazione ci hanno tenuti informati sulla visita del Papa in Terra Santa, aggiornandoci costantemente su questioni diplomatiche, minate in alcuni frangenti a tal punto dalle esternazioni di Mons. Williamson e Don Abrahmowitz da far pensare che il viaggio verso Gerusalemme potesse essere annullato. Ovviamente alle “bestemmie laiche” di questi coraggiosi sacerdoti legati alla Confraternita di S.Pio X (che, in quanto tali, sono freschi di reintegro nel romano pontificio), è seguito il severo e convinto disappunto vaticano che ha scongiurato, come era prevedibile, uno strappo di relazioni con le autorità rabbiniche di Israele. Viaggio avvenuto, dunque. Ma cosa ha contraddistinto questa prima visita in Terra Santa di Benedetto XVI, scontato itinerario religioso a parte? Che alla retorica ecumenica che oramai contraddistingue i recenti Santi Padri, condita da velleitari slogan e sterili gesti al volemosebene, si sia aggiunto il parere politico sulla questione mediorientale, atteggiamento consono d’altronde ad ogni capo di Stato. Benedetto XVI non è voluto esser da meno ed ha sciorinato un suo punto di vista, un auspicio in merito all’avvenire del popolo palestinese nei propri territori. Egli ha espresso il sostegno vaticano alla volontà di creare uno stato palestinese indipendente. Semplicemente, ha allineato il suo pensiero ad un luogo comune largamente diffuso, dato che tale principio viene superficialmente associato alla lotta del popolo palestinese ma trova uno scarso riscontro in quella che è la loro reale volontà. Questo, per almeno due ordini di motivi: allo stato attuale delle cose, non sembrano esserci grossi margini di avvicinamento tra le due rappresentanze palestinesi, Hamas ed ANP; inoltre, la distribuzione disomogenea dei territori occupati, i quali andrebbero a formare lo Stato di Palestina, rende inimmaginabile un’uniformità amministrativa. Questa uscita del Papa si rende ulteriormente inopportuna poiché implica il suo riconoscimento ad uno Stato sionista etnicamente indirizzato, all’interno del quale non vi sia possibilità di cittadinanza per gli arabi e per i quali viene dunque auspicato di trovare una propria dimensione al di fuori dei confini di Israele. Ora, facciamo un salto di qualche migliaio di chilometri più a Nord-Ovest e spostiamo le nostre attenzioni su quanto è avvenuto in Italia nello stesso periodo. Dirigiamoci precisamente dalle parti di Palazzo Chigi e Palazzo Madama, laddove il governo Berlusconi sta per far approvare il decreto sicurezza, norma che prevede, tra le altre cose, il reato di clandestinità. Norma che si abbina al pugno di ferro mostrato sulle coste a Sud, nel respingimento delle navi di immigrati verso la Libia di Gheddafi con la quale è stato sottoscritto un documento di cooperazione in tal senso. Questo ferreo atteggiamento da parte italiana a voler porre un freno agli sbarchi indiscriminati di clandestini sulle proprie coste, ha provocato veementi reazioni di sdegno da parte di varie strutture solitamente dedite a poter pontificare esercitando diritto di ingerenza. Tra loro, un’insolita alleanza che parte dai laicisti della Comunità Europea, passa per i massoni dell’ONU, fino ad arrivare alla Comunità Episcopale Italiana. Forse quest’ultima, la più esacerbata dalla circostanza che potrebbe creare un preoccupante precedente in tema di sovranità dei propri confini da parte degli Stati nazionali. Il modello sociale mondialista è fruttuoso per le casse della Chiesa e la stessa manifesta dunque il proprio interesse a dichiararne il principio virtuoso ed a renderne intaccabili gli effetti devastanti a scapito delle identità dei popoli: lo spostamento incontrollato di milioni di disperati che cercano lontano dalle loro terre, dai luoghi in cui nel corso dei secoli si è sviluppata la loro specificità culturale irriproducibile altrove, fortune apparenti che si rivelano presto chimere, parzialmente lenite appunto dalle organizzazioni della Chiesa (su tutte, la Caritas) che gestiscono, attraversi gli Otto per Mille ed altri tipi di introiti da offerte, l’accoglienza degli immigrati più indigenti. Ebbene, associare le dichiarazioni del Papa e ciò che esse implicano all’atteggiamento di condanna della CEI, apertamente schierata contro il razzismo per mezzo di una dialettica tristemente contraddistinta da moralismo di bassa lega, rende evidente l’ipocrisia di una Chiesa che assume una linea a seconda di quella che è la propria convenienza. In Europa, puntuale ed inflessibile nel perorare una società promiscua suonando fortemente il campanello d’allarme laddove vi sia il pericolo che sedimenti xenofobi possano instillarsi nelle coscienze dei cittadini. In Israele - nel paese “etnicamente puro” in cui non è gradita presenza di non ebrei, che vengono così relegati in campi profughi - corretta e diligente nel seguire il dettame imposto dai “fratelli maggiori”, volto enfaticamente a condannare il “male assoluto” attraverso le fatidiche tappe della memoria e i canovacci da leggere pubblicamente senza sbavature stilistiche. Questo, tra l’altro, ignorando o quasi le sofferenze del popolo di Gaza, costantemente assediato, recentemente bombardato e storicamente vessato dall’occupante sionista. Non una parola su un Israele che si fa beffa di centinaia di risoluzioni ONU, che viola ogni diritto internazionale, che straccia la Convenzione di Ginevra, che compie rapimenti, arresti e torture in barba alla giurisdizione, che usa armi non convenzionali, che lede i fondamentali diritti dell’infanzia, che, più genericamente, perpetra genocidi.

A margine, poniamo un’ipotesi che possa esulare dalla malizia all’indirizzo del Papa e della Chiesa che ci ha contraddistinti nella stesura di questo articolo: Evidentemente, il Santo Padre a Gaza, di muri su cui accovacciarsi mestamente onde poter esprimere il proprio dolore, avrebbe avuto difficoltà a trovarne, dato che l’aviazione sionista da quelle parti ha provveduto impunemente a radere al suolo tutto ciò che, di animato e non, si reggeva in piedi…
May 15

Una pellicola contro il mondo moderno: Point Break

Quella che all’osservatore superficiale può apparire come l’ennesima pellicola all’insegna di azioni adrenaliniche che ne catturano l’attenzione estemporanea, è invece un vero e proprio manifesto di anti-modernità che irrompe tra la ripetitività monotematica della cinematografia holywoodiana anni ’90 come un fulmine dal cielo portatore di un messaggio di affrancamento e di libertà, di rivolta contro il mondo moderno. Un messaggio di cui qualche più acuta sensibilità inizia a sentirne il bisogno proprio a ridosso del nuovo millennio, laddove eventi storici di bassa tensione sociale susseguitisi per almeno una decina d’anni hanno prodotto uno stile di vita contraddistinto da un esasperato individualismo che proietta l’uomo verso l’inizio di un nuovo corso sotto i peggiori auspici. Il mito della gratificazione materiale trova negli anni della tecnocrazia la sua massima espressione nella figura dello yuppie (Young Urban Professional), quel giovane professionista rampante che abbraccia l’economia capitalista ed in essa, attraverso i suoi meccanismi di alta dedizione al lavoro quale preoccupazione prioritaria di vita, trova la realizzazione personale. Di questa figura ne è rappresentante adeguato uno dei due protagonisti di Point Break, il giovanissimo e brillante Johnny Utah. Faccia pulita e modi educati, degni del suo bagaglio accademico da prestigioso college in cui ha conseguito con ottimi voti una laurea in giurisprudenza. Elegante ed intelligente, così come scaltro ed ambizioso; talmente ambizioso da aspirare a scalare nel più breve e nel più decorato modo possibile la carriera professionale all’interno della prestigiosa FBI. Pur di ottemperare alle proprie mire, da buona matricola assecondante, è pronto a mettersi in gioco ed a far valere le qualità di un bravo yuppie fin dai suoi primi vagiti all’interno del maggior ente della Polizia Federale. Affiancato ad un collega di maggiore esperienza, viene messo sulle tracce di una abile banda di rapinatori che negli ultimi due anni colleziona una serie di colpi in banca riuscendo ogni volta a sfuggire senza lasciar indizi efficaci a rintracciarne la matrice. I loro unici segni distintivi sono la velocità con cui mettono a segno il colpo, il disinteresse nei confronti del caveu della banca nel quale risiedono le maggiori ricchezze e le maschere indossate, ognuna delle quali rappresentante un ex presidente degli Stati Uniti; da qui il nome che viene loro affibbiato negli ambienti di Polizia: gli Ex-Presidenti. Ma un’inascoltata impressione all’interno dell’FBI del suo più anziano collega trova invece orecchie attente nell’acuto Johnny: una serie di piccoli e quasi impercettibili indizi farebbero risalire ad un gruppo di surfisti gli autori delle rapine in banca. E’ così che la voglia di osare pur di emergere da parte di Johnny trova il suo modo di realizzarsi. I due colleghi concordano nell’inviare il novello investigatore ad infiltrarsi tra i surfisti delle spiagge di Los Angeles, a fare il gioco sporco al fine di scovare qualche utile aiuto al loro lavoro. Un gioco davvero sporco, che implica l’immedesimazione nei panni dell’indiziato e la necessità di non destare neanche il benché minimo sospetto, al punto di rendersi affidabile, di esser considerato “uno dei nostri”. Questo l’arduo compito che spetta assumere a Johnny, ragazzo del freddo ed entroterro Kansas: quello di entrare nella consolidata tribù dei surfisti, di scorgerne gli atteggiamenti e di farli suoi, di scrutarne ogni dettaglio ed utilizzarne quelli proficui. Johnny trova in una affascinante ragazza dai modi un po’ grevi il suo canale prediletto per immergersi nella realtà del surf. Riesce a convincerla a farle da insegnante di questa disciplina colpendone l’emotività attraverso il racconto totalmente inventato della sua vita, struggente e tragico da assomigliare proprio a quello della bella Tyler, di cui intanto ha ricavato informazioni per mezzo di un database dell’FBI. Tra i due inizia un immediato rapporto di complicità ed attrazione che convincerà Tyler a presentare il suo nuovo amico al gruppo di surfisti di cui ella fa parte. Ciò verso cui Johnny si lascia condurre è quanto di più magnetico possa far presa sulla sua intaccabile personalità, quasi fosse la porta d’ingresso di una dimensione parallela, esoterica, avvolta negli angoli più inesplorati di un animo umano secolarizzato. Quello che inizia a conoscere è un gruppo d’amici dalla parvenza di un antico ordine cavalleresco, contraddistinto dall’arditismo mostrato tra le onde del mare sulle proprie tavole da surf, dal forte spirito comunitario ed dal senso di gerarchia che trova nel solare e carismatico Bohdy la sua vetta piramidale. Bohdy, non a caso diminutivo della semi-divinità orientale Bohdysattva (colui che ha fatto voto di raggiungere l’illuminazione), riesce ad esercitare un immenso ed inspiegabile fascino. Fisico scolpito e carnagione chiara da ricordare i modelli classici, sguardo penetrante degli occhi azzurri come l’oceano che egli stesso cavalca e modi affabili, voce autoritaria e parole di una saggezza talvolta magistrale. Questa figura dall’aspetto mistico, rassomigliante ad un sacerdote di una fede intransigente, ardita e comunitaria, avulsa dai ritmi imposti dalla società capitalista, sembra rispondere alla domanda di sacro che il solitamente cauto Johnny riserba evidentemente dentro di sé, nelle viscere del proprio io. Estremamente trascendentale quando rivolge quest’invito a Johnny: “Devi sentire l'onda, ascoltare la sua energia, sincronizzarti e poi lasciarti andare. Non hai bisogno di vedere!”. E’ altresì caustico ed esplicativo quando, nel denigrare una banda di rudi energumeni che ha appena regolato in uno scontro fisico insieme a Johnny, avvezzi alla prepotenza verso i più deboli e dediti al surf solo per moda, li definisce gente che non “sa cogliere il lato spirituale del surf”. L’immedesimazione nel ruolo di infiltrato sembra suggestionare il giovane poliziotto più di quanto egli potesse immaginare, fino a coinvolgerlo sentimentalmente con Tyler ed a ricevere attestati di stima da parte di tutto il gruppo di surfisti ed in particolare dal loro capo Bohdy, che riconosce in Johnny qualità rare di onestà nel rapporto umano e coraggio nel rapporto con le inesorabili onde marine. Ma la finzione, seppur coinvolta, cammina sul filo del rasoio e rischia fortemente di apportare un improvviso e indelebile taglio al destino dell’uomo. Durante un appostamento davanti l’entrata di una banca, Johnny ed il suo collega colgono in fragrante la famigerata banda degli Ex Presidenti che fugge col bottino appena rubato. Ne nasce un inseguimento adrenalinico, prima in auto, poi a piedi, che però non impedisce ai rapinatori di fuggire e, paradossalmente, finisce per far togliere quale unica maschera quella ideale finora indossata da Johnny come guardia infiltrata. Il gruppo di surfisti, evidentemente gli autori di tutta la sequenza di rapine in questione, capisce così di esser stato scovato da colui il quale aveva al contrario ricevuto da loro il più autentico affetto. La loro vendetta, per ordine di Bohdy, si consuma in modo fine: conducono Johnny su di un velivolo e facendogli montare l’apparecchiatura da paracadutista così come fa tutti loro, lo costringono ad un volo mozzafiato caratterizzato dalla condivisione emozionante da parte del gruppo d’amici. Una condivisione che sa di beffa per Johnny, un gesto che sa di ultimo atto della sua appartenenza ad un mondo al di fuori del grigio della società che quotidianamente la brillante carriera professionale gli presenta. Un’emozione estrema a dimostrargli quanto il lato più autentico e virile del suo animo appartengano a quell’inseparabile gruppo di scanzonati ribelli alla società materialista legati tra loro dall’affiatamento. E’ in questo modo estremo e non violento che gli servono una cruda consapevolezza e che si sancisce il legame spezzato dalla barriera della legge, la stessa legge che successivamente spingerà Johnny a seguire alle calcagna il latitante Bohdy in tutti i suoi viaggi extra-nazionali che lo portano a sfidare le onde sulle coste asiatiche. Dopo un lungo pedinamento avrà modo di ammanettarlo soltanto sulla spiaggia Bells Beach, in Australia, laddove Bohdy si sta accingendo a sfidare con la sua inseparabile tavola da surf la più rabbiosa tempesta degli ultimi cinquant’anni, quella circostanza in cui “due volte ogni secolo l'oceano ci ricorda quanto siamo veramente piccoli” che lo stesso Bohdy presagiva già da anni con fare profetico, lasciando immaginare che agganciasse a questa predizione l’altra sua rivoluzionaria massima “Deve essere bello morire facendo quello che ami”. E’ l’attimo che non può esser strappato alla sua dimensione mitica e dunque Johnny ricoglie quel fascino insito in Bohdy e si convince a liberargli il polso dalla manetta, a lasciarlo andare verso quella tempesta che sembra chiamare a sé un suo figlio, riappropriarsi di un’entità celeste che le forze della natura hanno inviato nel mondo degli uomini per redimerli dal loro conformismo borghese che li rende omologati consumisti privi di aspirazioni metafisiche, svincolandoli dalla frenesia metropolitana e indirizzandoli verso una dimensione comunitaria e virile, di quotidiano rapporto d’amore e sfida alla natura stessa. Sintomatico il gesto finale di Johnny al cospetto di cotanta spiritualità: il lancio a terra stizzito della sua tessera di poliziotto. La presa di coscienza che della tavola da surf ci si possa servire per restare in piedi sopra le rovine.

Da scolpire sulla pietra:

Noi non ci battiamo per i soldi, noi ci battiamo contro il sistema, quel sistema che uccide lo spirito dell'uomo; noi siamo l'esempio per quei morti viventi che strisciano sulle autostrade nelle loro infuocate bare di metallo, noi dimostriamo con la nostra opera che lo spirito dell'uomo è ancora vivo. (Bodhi)
 
May 09

9 maggio 1978. Sulla morte di Aldo Moro...

Steve Pieczenik, funzionario del dipartimento di Stato americano. Questo cognome, caratterizzato dal numero di consonanti da renderne facilmente percepibile l'origine est-europea, suona piuttosto insolito all'udito dell'italiano medio; a quello stesso udito meccanicamente abituato alla retorica che accompagna annualmente gli anniversari delle tragedie nazionali. A due anni dall'intervista concessa da Pieczenik al giornalista francese Emmanuel Amara per la TV France 5, nessun collega italiano ha osato rompere la coltre di omertà e proporre le interessanti parole che questa figura politica ha da proferire a proposito della morte di Aldo Moro anche al pubblico italiano. In attesa che la chiarezza su quanto di torbido avvenne in quegli anni per opera di insospettabili burattinai possa non essere più tabù nel nostro paese, vi proponiamo un indicativo stralcio di questa intervista in lingua francese dalla quale emergono elementi di estremo interesse (oltre al nostro articolo a tema su questa ricorrenza pubblicato un anno fa:
http://assculturalezenit.spaces.live.com/blog/cns!C1184C3DDAF5042B!948.trak)
 
    
 
May 04

La generazione insorta di un'isola senza pace

Il 5 maggio di ventotto anni fa veniva scritta nel blocco H della prigione di Long Kesh, a Belfast, una importante quanto ennesima triste pagina di storia di quella meravigliosa isola situata a Nord. Quell’Irlanda che pare emanare una fascinosa luce color smeraldo che abbaglia incantevolmente gli sguardi di noi altri europei che dalle nostre terre ferme ci rivolgiamo con interesse alle sorti del suo orgoglioso popolo mai domo. Quegli incantevoli paesaggi nei quali il tempo sembra essersi cristallizzato ad epoche ancestrali sembra intrecciarsi attraverso un ideale nodo celtico alle degradate periferie cattoliche dell’Ulster che covano rabbia e sete di libertà al cospetto del britannico invasore. L’ormai lontano 5 maggio 1981 sancisce l’atto sacrificale di Bobby Sands, militante repubblicano irlandese, il primo di una serie di dieci martiri che scelsero di donarsi integralmente alla causa della patria. Il loro gesto estremo in risposta allo spregio che Downing Street, nella figura della irreversibile premier britannica Margaret Thatcher, intese perpetrare alla lotta per l’indipendenza dell’Ulster attraverso la famigerata frase da lei pronunciata: “Crime is crime, is not political”. Frase che rappresenta il disconoscimento da parte di Downing Street di quei fondamentali diritti di prigionieri politici che i militanti repubblicani reclamavano dagli interni delle carceri nei quali vennero reclusi per essersi opposti all’oppressione straniera sul loro suolo natio. Il gesto tragicamente eroico consegnò Bobby Sands ed i suoi nove seguaci al paradiso degli eroi, in compagnia di quei simboli d’Irlanda che nel corso dei secoli hanno contribuito a costruirne l’epopea. Ma servì anche, concretamente, alla vittoria della volontà umana sul metodo repressivo dell’Inghilterra che credeva già vinta questa battaglia di nervi ma che, in virtù dello stoicismo dei detenuti, vide la fermezza della Thatcher ripiegare e concedere, il 3 ottobre dello stesso anno, lo status di prigionieri politici ai detenuti chiesto mesi prima.

Una pagina di storia che alberga nel cuore di tutti coloro i quali vedono in Bobby Sands e nei suoi camerati un simbolo non solo nazionale, bensì europeo; di quella sacra Europa che è concetto trascendente e indomito di estremo amore per la propria identità.

Una pagina di storia, appunto. Ma fino a che punto è possibile considerarla relegata al passato e quindi irriproducibile oggi? Del resto, la volontà umana, quando l’animo è persuaso a tal punto da intaccare lo spirito, non conosce circostanze temporali e può manifestarsi nei modi più impensabili al contesto storico. La figura di Bobby Sands potrebbe apparire oggi fuori luogo rispetto ad una Belfast che tentano di presentarla agli occhi forestieri come una ridente città universitaria multietnica.

Eppure, come dicevamo, le sue periferie cattoliche sembrano ancora trasudare vivace dissenso verso questo appiattimento di coscienze e perdita del sacro senso di identità patriottica. Accade oggi a Belfast che alcuni episodi sembrano rimandare indietro di ventotto anni le lancette: Colin Duffy, ex prigioniero dell’Ira e fondatore di un gruppo politico, Eirigi, che non riconosce il governo di Belfast, sarebbe stato picchiato dagli agenti e sottoposto a forti pressioni psicologiche, tanto che in cella ha cominciato uno sciopero della fame per protesta, subito imitato da altri dieci militanti finiti dietro le sbarre.Sempre recentemente un altro episodio che conduce la memoria a quegli anni: la direzione del carcere di Maghaberry ha proibito ai detenuti politici repubblicani di indossare gli “easter lillies”, i gigli pasquali della tradizione cattolica che simboleggiano il ricordo dei compagni caduti. Chi l’ha fatto è stato messo in isolamento per 48 ore. Questo, poche settimane dopo gli eventi che hanno creato un pericoloso punto di rottura rispetto agli accordi di pace sottoscritti dai gruppi armati irlandesi e la Gran Bretagna nel 1997. Nel mese di Marzo si sono contati due attentati: il 7, due militari britannici sono morti e altri due sono rimasti feriti in un attentato alla base militare di Massereene, nella Contea di Antrim; e due giorni dopo è  stato ucciso un poliziotto a Craigavon, nella Contea di Armagh. A firmare gli attentati, sigle staccatesi dall’IRA in evidente disaccordo rispetto agli accordi di pace del ’97. Ondate di violenza che montano la propria carica nel malcontento soprattutto giovanile tuttora presente in quei margini di realtà sociali, forse nascosti agli occhi dei riflettori dell’opinione pubblica, che non accettano un’omologazione che evidentemente non giova ai loro spiriti ribelli cresciuti nel mito degli eroi del passato. A tali ondate risponde la solita irritante repressione sorda e cinica degli inglesi che non fa altro che gettare benzina sul fuoco rischiando di far degenerare una situazione già precaria. Arresti indiscriminati, perquisizioni violente e spesso immotivate, tempi di fermo che sforano i sette giorni previsti per legge e misure detentive (come raccontato sopra) particolarmente antipatiche e lesive della dignità umana.

Non è oggi dato sapere se quella che Bobby Sands chiamava orgogliosamente nel suo diario dal carcere la “generazione insorta” sia intenzionata a ripresentarsi seriamente sullo scenario della storia per recitare un ruolo da protagonista. Stando a come conclude il comunicato della Continuity IRA in cui rivendica l’omicidio del poliziotto, c’è da pensare che le intenzioni siano alquanto bellicose: «Fin quando ci sarà l’occupazione britannica, questi attacchi continueranno»…

Dal canto nostro, una preghiera per Bobby Sands nella ricorrenza della sua ascesa ai cieli come martire europeo.
 
April 28

Fiumi d'Europa

Viaggiando sopra i cieli limpidi d’Europa su di un aeroplano e volgendo i nostri occhiall’oblò, verso quel vuoto che ci distanzia qualche migliaio di chilometri da terra, il nostro sguardo viene catturato dalle sinuose, magiche, affascinanti forme da cui è caratterizzato il Vecchio Continente. Specificità territoriali che non sono da considerare soltanto meri elementi geologici, bensì assumono un’importanza assoluta quali reali motivi di distinzione, poiché posseggono entro di sé le radici dei molteplici popoli europei e ne conservano, attraverso il modo di presentarsi al profondo occhio curioso dell’uomo, le prerogative d’ognuno. Dalla rudezza degli immensi bassopiani ad Est può evincersi la asprezza dei popoli slavi, dall’aridità e dalla limpidezza a Sud della penisola iberica o dell’Italia il calore dei mediterranei, dall’austerità delle vette innevate la freddezza dei nordici e così via… E’ meraviglioso comprendere l’importanza del ruolo svolto dalla geologia nel definire le differenze tra europei atte a comporne un mosaico antico, come è davvero sorprendente quanto possano incidere gli stessi fattori geologici nei destini della nostra storia, ma non meno di quanto sia oggi sorprendente passare sopra territori così vasti e teatri di vicende protrattesi secoli, in modo rapido e comodo per mezzo di un moderno ed inflazionatissimo mezzo di spostamento: l’aereo. Ciò di cui vogliamo occuparci questo mese, concedendoci una licenza poetica, è l’elemento tra i più importanti in tale questione: i fiumi; analizzandone alcuni significativi rappresentanti. Quelle arterie

tortuose che si insinuano nell’entroterra europeo con tutta la loro naturale possanza ed appaiono al nostro sguardo dall’alto come enormi draghi di un colore azzurro soffuso di cui raramente riusciamo a scorgere all’orizzonte la foce. Importanza la loro che si esprime sotto diversi aspetti: la fertilitàdelle terre limitrofe resa tale dal loro scorrere perpetuo, il corridoio navale concesso al fine di poter stimolare il commercio e lo scambio culturale, l’enorme riserva d’acqua da cui poter attingere con costante affidabilità. Non è certo casuale il fatto che città non solo dell’Europa dense d’importanza universalmente riconosciuta siano nate e si siano sviluppate in tutta la loro magnificenza proprio presso dei noti fiumi: su tutte, la nostra amata Urbe immortale. Altrettanto importante il loro ruolo di naturale segmento di confine che divide inesorabilmente la terra tanto quanto la storia di chi la vive; così come, al contrario, il ruolo di compagno di viaggio e di indicatore, attraverso quel suo fluire, di popoli lanciati verso l’avventura, la scoperta, le conquiste. Caratteri questi due appena citati (il radicamento presso un territorio e la sete di viaggio) che rappresentano due piatti apparentemente distanti ma la cui complementarietà rende saldamente in equilibrio un’ideale bilancia proiettata presso i secoli di storia. Due anime antiche ed egualmente nobili che tracciano due assi di coordinate di una immensa distesa di territorio chiamata Europa e ne sanciscono la sacralità, l’uno lanciato in direzione orizzontale e l’altro in verticale, disegnando una croce. Fedeli alla stessa identica geometria sembrano essere i due più autorevoli fiumi le cui acque scorrono nel cuore come sangue che ne stabilisce i palpiti. Dalla schiva e neutrale Svizzera, un tempo l’ultimo avamposto germanico a meridione, nasce il Reno che si staglia rigoglioso verso il Mare del Nord. Dall’alta Germania inizia invece il corso del Danubio che si protrae attraverso tanti e diversi territori accomunati dalle origini slave fino ad immergersi nel Mar Nero. Quest’ultimo fiume porta al cuore dell’Europa le influenze asiatiche e viceversa concede alla vita europea di aprirsi ad orizzonti ad Est. Il Reno sembra invece quasi voler dividere il mondo teutonico da quello latino, quando in realtà finisce per rappresentarne punto d’incontro e simbolo d’affinità sotto una comune effige continentale. Effettivamente il suo corso per molti chilometri assume una funzione di frontiera: tra Svizzera ed Austria, tra Svizzera e Germania, tra Germania e Francia. Ma la sua reale identità emerge se si analizza non superficialmente un dato aspetto: nel Nord, nella tedesca regione della Westfalia, il Reno passa attraverso una città di incommensurabile valore artistico e storico. Città spiccatamente tedesca, la cui bellezza ne rappresenta un fiore all’occhiello; eppure, città romana. Romana nei suoi geometrici viali, romana nel nome antico di cui in italiano resta tuttora la prima parte: Colonia Agrippina. Spostiamoci ora un po’ più ad Ovest, sempre all’interno dello stesso Land tedesco chiamato appunto Nord Reno, ove sorge una città il cui nome pronunciato in lingua indigena lascia indifferenti i più: Aachen. Ebbene, questo nome dal suono così metallico corrisponde al nostrano Aquisgrana, antica sede del Sacro Romano Impero. Fortissimamente la volle tale Carlo Magno, Re carolingio che, per mezzo di una serie di vittoriose campagne militari, ricostituì lo scettro imperiale in Europa. Egli, dopo aver scelto Aquisgrana quale cuore del suo capolavoro politico, la impreziosì ordinando che vi fosse costruito un maestoso palazzo imperiale tuttoggi apprezzato quale cattedrale ed al cui interno stanno le reliquie dello stesso imperatore. Città dunque saldamente legata a Roma, alle sue origini divine; legame reso manifesto nella data del Natale dell’anno 800: giorno che corrisponde all’incoronazione imperiale di Carlo Magno da parte del Papa Leone III nella Basilica di San Pietro in Vaticano. L’epicentro del lungo fiume Reno è così reso un ponte tra le due più aristocratiche e considerevoli culture europee: quelle dei latini e dei germani. Se la Francia è bagnata dal Reno che ne rappresenta la frontiera con la vicina e rivale Germania, se è anche l’Italia ad entrare a pieno diritto tra le nazioni presenti nel Reno attraverso(abbiamo visto) la grandezza di Roma lungo i secoli, non di meno un’altra tipica espressione latina può non essere annoverata sotto questo aspetto: la Spagna. L’influenza spagnola sul fiume Reno fu introdotta da Carlo V d’Asburgo. E’ grazie a quest’altro eccelso sovrano europeo che le truppe iberiche mossero in direzione Renania, cuore d’Europa, portando con sé l’influenza del loro solare spirito mediterraneo. Figlio dell’asburgico Imperatore del Sacro Romano Impero Filippo il bello e della regina spagnola Giovanna di Castiglia, ereditò un Impero vastissimo sul quale egli stesso ebbe modo di affermare "non tramonta mai il sole". Un Reno crogiuolo di civiltà proprio poiché le sue terre sono state teatro di incontri tra popoli, di sacre fusioni, ma anche di aspre battaglie. Ultimo disperato tentativo di mantenerne integro questo aspetto squisitamente europeo prima della capitolazione del 1945, fu l’operazione Guardia sul Reno: alla fine del 1944 le divisioni valloni e fiamminghe di SS del Terzo Reich, attraverso una perentoria ed inaspettata offensiva, tentarono invano di strappare le proprie terre natie agli occupanti anglo-americani spingendosi con coraggio ed ottimo auspicio sul fronte Ovest oltre Reno rispetto al territorio del Reich. Un gesto disperatamente mirato a mantenere una linea di coerenza con la storia d’Europa che da lì a poco abdicherà tutta al cospetto dell’invasore occidentale. Da un invasore orientale verrà invece impossessato a termine della II guerra mondiale (a parte che per il tratto austriaco) l’altro grande fiume a cui abbiamo accennato: il Danubio. Sarà del resto un indegno muro grigio a decidere la spartizione dell’ambito bottino di guerra ed a dividere così entro due distinte sfere d’influenza questi due famosi fiumi. Ma, a differenza del più radicato ed interno Reno, il Danubio nella storia è sempre stato testimone di invasioni dall’Est. Esso si insinua attraverso di diverse capitali di indiscutibile importanza: Vienna, Bratislava, Budapest, Belgrado, Bucarest. Terre di passioni impetuose e violente, principalmente di costumi rudi e di civiltà contadine. La sua longitudine ha indirizzato le furiose avanzate delle truppe mongole di Gengis Khan che terrorizzarono il continente tutto, oltre ad esser stati i suoi territori meta desiderata e conquistata dagli spietati guerrieri ottomani che ne impedirono per secoli la piena integrazione al resto dell’Europa. Eppure abbiamo detto, parlando della spartizione dopo il 1945, che una deliziosa città danubiana non fu oggetto di conquista. Abbiamo appunto fatto riferimento a Vienna, a quella capitale che si esprime in tutta la sua eleganza come uno dei simboli d’Europa. Ciò avvenne in piena linea di coerenza con la storia della capitale dell’Osterreich, sebbene tormentata e spesso sottoposta alle feroci mire straniere. Seppe resistere, grazie anche al contributo di valorosi combattenti provenienti da altri Stati europei, ai vari tentativi turchi di assediarla. Su tutti, quello che culminò con la Battaglia di Vienna del 1683 e che segnò l’arresto dei tentativi di conquista dell’allora temibilissimo esercito ottomano ed il conseguente inizio di un riassorbimento da parte europea delle nazioni dell’Est. Vienna che sarà anche il simbolo del fiorire di un Impero condiviso con i vicini ungheresi che si estenderà anche nel Nord-Est d’Italia e ne segnerà in qualche modo il carattere sobrio e diligente degli abitanti. Le sventure arriveranno negli anni nelle regioni danubiane non solo attraverso le polverose cavalcate da Est, bensì anche via cielo dalle altrettanto barbare bocche di fuoco degli aerei americani. Città emblema che ha dovuto pagare questo tipo di conseguenze militari col destino è Belgrado. Non a torto definita trincea d’Europa, data la sua collocazione geografica, fu dieci anni fa, nel 1999, teatro di bombardamenti della NATO tesi a sradicare questa ultima orgogliosa testimonianza di sovranità nazionale per mezzo del loro caratteristico metodo democratico: il bombardamento indiscriminato teso all’uccisione sistematica di migliaia di civili. Fu così che venne deposto il leader jugoslavo Milosevic e che anni dopo fu deciso l’ultimo e umiliante strappo: la cessione del Kosovo, storica regione della Serbia ortodossa, a beneficio di una canea di criminali d’origine albanese intenzionati ad imporre con forza vandalica una cultura diversa da quella autoctona ed a farne corridoio di malaffare. Un fiume Danubio che non cela il suo aspetto malinconico, che fluttua acqua fredda e cristallina che può trasformarsi in lacrime. Ecco dunque la geologia che abbraccia l’antropologia, un semplice linea azzurra sulla cartina geografica che ricalca in pieno le sembianze dei popoli radicati nei suoi pressi. E’ proprio per rendere virtù a questo assunto poetico che vogliamo terminare con una postilla su due piccolissimi fiumi, gracili e quasi impercettibili dall’alto rispetto all’imponenza del Reno e del Danubio. Due fiumi che rappresentano un’altra dualità d’Europa: la razionale e contabile freddezza anglosassone e lo spirito solare e attivo del mondo latino; lontani geograficamente e culturalmente. Il Tamigi, espressione ideale del progressismo modernamente concepito, nasce rigoglioso e anonimo tra la pacata e apprezzabile natura delle colline inglesi, fino a regredire tra le storture metropolitane: riflesso cupo delle nubi chimiche che perennemente aleggiano sopra i cieli londinesi, si staglia di una continua tortuosità, prima tra le basse case popolari dell’area periferica ad Ovest di Londra, poi nel cuore della finanza nella City e sotto il rappresentativo Big Bang, di nuovo tra case popolari stavolta nel famigerato East End, ove svolge il ruolo di discarica di residui industriali. Uscito da Londra come se da un girono dantesco, rifugge verso la ridente Southend e si disperde nel Mare del Nord. Il Tevere, il cui mito affonda nella preistoria di Roma: all’annegamento nelle sue acque del Re latino Tiberino; ma trova il suo principale riferimento nel mito della fondazione dell’Urbe. Sono le sue fresche acque a trasportare la cesta all’interno della quale gemono Romolo e Remo verso la lupa che, allattando con gesto provvido i due neonati sotto l’auspicio di un albero di fico, dà inizio all’epopea di Roma. Un Tevere le cui acque saranno un compagno di viaggio fidato della storia della città; sicuro rifornimento d’acqua, tendente allo straripamento quanto i romani all’eccesso, registrerà col tempo un inesorabile declino che corrisponde a quello di Roma e dell’Italia tutta. Un declino che fa oggi der bionno Tevere una cloaca piena di sporcizia e di abbandono, ahinoi tipici malcostumi della società che viviamo e che, specchiandoci da un qualsiasi ponte cittadino verso le putride acque che scorrono in basso, riflettono su noi stessi. Quando il fiume è denuncia di una decadenza…

April 25

25 aprile, le Robigalia

Robigo (latino Robigus) è il dio romano della ruggine del grano, una malattia del frumento provocata da un fungo. La sua festività si svolgeva il 25 aprile, nel periodo in cui le spighe iniziano a formarsi e, conseguentemente, emerge il timore che possano essere contaminate da tale malattia. Per scongiurare questo pericolo, veniva sacrificato un cane che dal colore rosso ricordasse appunto la ruggine. Ovidio ci spiega invece il motivo del sacrificio canino col fatto che in corrispondenza di questa data appare in cielo la "Stella del Cane" (cioè Sirio). Dunque una data del 25 aprile piuttosto famigerata secondo la Tradizione romana, caratterizzata da minacciose malattie corrosive per le spighe e da cani astrali proiettati in terra.
April 21

Natale di Roma

pagina del mese di aprile de:"Il mio Diario" anno 1934 XII E.F.

"Già la visione di questa Roma futura sorride al mio spirito. Vive già come una certezza.

Occorre ,perciò, la virtù tipicamente romana: la dura silenziosa tenacia. Questa virtù deve

diventare sacro patrimonio di tutto il popolo italiano".

"E' questo l'auspicio che traggo oggi, annuale del giorno in cui Romolo tracciò, col solco

nella terra e col comandamento dei compagni della sua tribù, il segno del primo infallibile

destino".

"Non ho bisogno di dire che cosa significhi Roma nella storia del mondo e nella storia

d'Italia. Basta pensare che senza le pagine della storia di Roma, tutta la storia universale

sarebbe terribilmente mutilata e gran parte del mondo contemporaneo sarebbe

incomprensibile".

"Di qui si organizzava la civiltà, da queste sette colline lambite dal Tevere. Tutto il mondo

faceva capo a Roma, allora. Come si fa a non essere orgogliosi, a non vibrare di fierezza

pensando che eravamo luce quando tutt'intorno era tenebre, che eravamo civiltà

quando tutto era barbarie?".

" Eleviamo il nostro pensiero a Roma che è una delle poche città dello spirito che ci siano

al mondo .Noi pensiamo di fare Roma città del nostro spirito, il cuore pulsante, lo spirito

alacre dell'Italia imperiale che noi sogniamo".

da "Audacia", stralci di discorsi di Mussolini per i militari- Ministero della Guerra- Roma 1936

"Solo gli italiani fra tutti i popoli possono dirsi discendenti di Roma. Questo che è un

orgoglio, non deve essere un orgoglio passivo: bisogna essere degni di quella grandezza

.Ma non bisogna viverci sopra .Non bisogna sempre essere voltati al passato. Dire: noi

siamo grandi perchè fummo grandi. No! Noi saremo grandi quando il passato non sarà

che la nostra pedana di combattimento per andare incontro all'avvenire!

Quando il passato, invece di essere un punto morto della nostra esistenza, sarà un impulso,

un fremito di vita".

April 07

Emergenza Abruzzo

Beni di prima necessità, punti di raccolta, trasfusioni sanguigne, squadre d'intervento

Donazioni urgenti di sangue: chi ha il gruppo sanguigno 0 negativo, si metta in contatto con gli ospedali locali. A Roma chiami il 06 45437075 o lo 06 44230134

 

Raccolta fondi

unicredit banca - agenzia roma statuto : codice iban it 52 g  03002 05209 000401120134 intestato a Ass. Prom. Soc. CASAPOUND ITALIA causale

"AIUTI ABRUZZO"

per versamenti online con PAYPAL: casapounditalia@yahoo.it

 

Gli aggiornamenti da L'Aquila sono i seguenti:

  • generi alimentari in sovrannumero

mancano:

  • beni igienici (sapone, detersivo, disinfettanti, carta igienica, pannolini, pannoloni, assorbenti)

  • elementi strutturali (tende, sacchi a pelo, coperte, brandine da campo, forni da campo ecc)

Non è vero che non serve gente.

Non serve gente che scavi ma servono braccia, persone per l'organizzazione capillare degli aiuti e del controllo, per l'assistenza, per l'inquadramento e anche per la sorveglianza dagli sciacalli.

La situazione, tra ordini e contrordini, cambia di continuo. Al momento in cui scriviamo è la seguente: al più presto partirà, richiesta da L'Aquila, una prima formazione di Casa Pound cui si aggiungeranno altri volontari nel novero del Mosaico Romano.

Noreporter, se la linea sarà confermata, si porrà come elemento di arruolamento telematico per gruppi e singoli.

La gente servirà soprattutto nelle prossime settimane e almeno fino a metà maggio.

Quello che chiediamo a tutti è di scegliersi i giorni di disponibilità (magari di ferie) e di comunicarceli in modo da poter offrire un contributo continuativo e non soltanto un iniziale slancio emotivo.

Non appena passeremo alla fase operativa (tra oggi e domani si suppone) comunicheremo i modi per proporre il volontariato di ciascuno.


 

Luoghi di raccolta di beni di prima necessità.

 

CASA POUND ITALIA

ROMA - Via Napoleone III, 8
ROMA - Via Napoleone III, 8
ROMA - Via degli Orti di Malabarba, 15
LATINA - Via XVIII Dicembre, 33
SULMONA - Corso Ovidio, 208
TORINO - Via Cellini, 22
MILANO - Via San Brunone, 17
MILANO - Via Pareto, 14
DOMODOSSOLA - Piazza della convenzione, 5
VERONA - Via Poloni, 30
BOLZANO - Bar8 via Dalmazia 16
BOLOGNA - Piazza di Porta Castiglione, 12
PISTOIA - Via Porta San Marco, 161
LUCCA - via Michele Rosi (già via dei Borghi) 63

RIETI - Via Garibaldi, 139

ASCOLI PICENO - via della Fortezza, 7

AREZZO - Via San Lorentino, 51
FERENTINO(FR) - Via Guglielmo Marconi, 100
SORA(FR) - via lucio Gallio 9
ARNARA - via dei fossi snc
SALERNO - Via Galdo, 4
AVELLINO - Via Circumvallazione, 55
AVELLINO - Piazza Trecine, 5
BARI - Via Garruba, 22
PALERMO - Via Tevere, 4
SASSARI - Via degli astronauti, 3
SIENA - Via Stalloreggi, 87
LAMEZIA TERME - piazza s.giovanni 17
TODI - Portici Comunali Piazza del Popolo
PARMA - Via Iacchia, 33
REGGIO EMILIA - Via Montefiorino, 10/h

 

INOLTRE

 

ROMA: Perigeo Lazio e GN Comunication, in collaborazione con Radio Incontro. INFO: Luca Panariello – 338.6261463

Foro 753, via Beverino 49 (18- 21,30)

OSTIA: CMO. GANDALF - Via delle Baleari, 189

FIUMICINO: 2punto11, via G.B Grassi 7

GUIDONIA: Libreria Trevvvù, via Visintini 40

CAVE: Base Militante Cave + Casa Pound via Morino 1 presso la pinetina comunale. per INFO 3809012479 3396326305

RIETI: Sala machine Teseo Tesei direttamente al Comune

CROTONE: Terra Di Mezzo, via Teano

 

Contatti organizzativi:

 

Casa Pound Italia: massimo.carletti@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 3490675700

Mosaico Romano: mosaicoromano@virgilio.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 3492889419

Rieti: manufestuccia@hotmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e 3346746455

e inoltre: ga@gabrieleadinolfi.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. 3391262293

 

March 31

15 giugno 1906 - 31 marzo 1994: Iterum Rudit Leo!

 

Per approfondire: http://www.cmostia.org/Leon%20Degrelle.htm

March 22

Via Rasella '44: l'alba dello stragismo

Via Rasella è una strada lunga e stretta incastonata nel bel mezzo di una delle parti più eleganti del centro storico di Roma, al Rione Trevi. Discende da Via delle Quattro Fontane fino a Via del Traforo. Scivola ripida e serrata come fosse una lacrima che gronda intimamente tra le più commerciali, artistiche e trafficate vie limitrofe; una lacrima sepolta da una storia ufficiale che ha subito l’imprimatur interpretativo dei vincitori e che ha dunque abbandonato al ricordo di pochi gli eventi tragici che portano la firma di sangue di chi ha posto sul proprio capo ingiustificati allori. Una lacrima che si staglia tra l’inconsapevolezza di turisti ignari scaricati dai pullman appena fuori l’uscita del Traforo da cui prende il nome l’omonima via, liberi di poter ricercare ristoro nel piccolo e rilassante pub di chiaro stile britannico “Albert” o di attraversare la strada in direzione Fontana di Trevi; si staglia tra le frenetiche corse di individui troppo impegnati a fare la spola tra studi commerciali, studi legali e altri centri nevralgici delle alte sfere professionali; si staglia tra l’ignavia di consumatori che si lasciano guidare dai richiami di vetrine luccicanti che li attirano a sé come lampadine accese in piena notte con le falène; si staglia tra il lusso sprezzante di caffè, di locali, degli hotel, nondimeno dei musei che sono storicamente prerogativa di questa zona. Si staglia dunque silente questa lacrima densa di rabbia e sobriamente si posa sul viso di quanti ne riconoscono il dolore immenso e l’ingiusta rassegnazione a restare un ricordo di nicchia. Cala il buio dell’ennesima abitudinaria giornata metropolitana contraddistinta dal solito canovaccio convenzionale e regolarmente desiste anche il traffico, i fastidiosi rumori dei clacson e delle auto in moto lascia il monopolio dell’asfalto alle ruote dei taxi impegnate a scarrozzare turisti con maggiore facilità di spostamento; al contempo si accendono le luci delle caratteristiche trattorie a richiamare l’interesse di stranieri in cerca di un posto caratteristico e degli esotici ristoranti che riscuotono un sempre maggior successo tra i romani. Camminando adagio lungo Via Rasella e volgendo lo sguardo ora a destra, ora a sinistra al fine di individuare qualche testimonianza del passato, rimbalzano alla nostra mente le immagini soffuse, ricostruite grazie alle letture di quegli eventi relegate tra gli scaffali più impolverati delle librerie che rappresentano la storia d’Italia. Rimuginiamo gli effetti e la scientifica motivazione di quel vile attentato consumatosi proprio laddove oggi passeggiamo e ci percorre un brivido che attraversa tutta la schiena. E’ come se questa stretta via a senso unico possieda la capacità di elevarci oltre i ritmi moderni e di catapultarci a ritroso nel tempo fino alla mattina del 23 marzo 1944. Fino ad una mattina come tante in un Rione Trevi popolare, assai diverso dal fasto odierno, uno dei cuori pulsanti di romanità di una capitale sconvolta dal susseguirsi di tristi eventi, ferita da una guerra civile che imperversa e disorientata dall’assenza di una guida politica. Succede che i panni stesi infittiscono l’orizzonte che si delinea lungo Via Rasella dall’alto dell’incrocio con Via delle Quattro Fontane, che gruppi di bambini giocano spensierati per la strada, giustamente estranei ad ogni logica di guerra che regola la quotidianità degli adulti in quel periodo, che un reparto di 156 uomini della Compagnia del Reggimento “Bozen” - come prassi da ormai quindici giorni - marcia con passo militare all’indirizzo della propria caserma al ritmo di canti unisoni, tra l’indifferenza di cittadini a cui la presenza di questi soldati altoatesini, tra l’altro riservisti e dunque avulsi ad azioni d’assalto, non ha evidentemente mai arrecato fastidio. Un tranquillo mattino romano sembra ceder posto ad un altrettanto lieto pomeriggio, il tutto sotto l’insegna di una così diversa e così simile consuetudine a quella che constatiamo oggi. Ma improvvisamente la serenità della “Città aperta” è rotta da una deflagrazione enorme, che scuote la pacifica Via Rasella e prepotentemente si afferma nella storia della nostra città come un fulmine da cui dipenderanno un susseguirsi di avvenimenti che per decenni, o forse addirittura per sempre, non cesseranno di far parlare di sé. La causa dell’assordante botto è l’esplosione di una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carretto per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. Gli effetti immediati sono la morte di 32 (che per le ferite riportate diventeranno 40 nei giorni immediatamente successivi) dei 156 militari impegnati nella mite marcia di rientro in caserma e di tre civili, tra cui un bambino di appena dieci anni, uno di quei spensierati fanciulli che fa del gioco per la strada di Via Rasella la propria principale e infantile preoccupazione. E’ una vera e propria strage perpetrata in uno degli anfratti più nascosti della città, i cui autori restano ignoti, lasciando così i destini di altre innumerevoli vite umane tra le brutali conseguenze di una facilmente deducibile logica bellica di ritorsione. Una ritorsione annunciata d’altronde da manifesti affissi per Roma dal Comando Tedesco, che indicavano che per azioni di guerriglia in cui avessero perso la vita soldati del Reich, la proporzione di rappresaglia sarebbe stata di uno a dieci. Dopo tre giorni di temibile silenzio, il 26 marzo i giornali serali pubblicano un lapidario comunicato ufficiale germanico che così avverte la cittadinanza romana: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l'attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest'ordine è stato eseguito”. Ebbene, l’esecuzione dell’ordine a cui il comunicato fa riferimento avviene il 24 marzo alle Fosse Ardeatine, laddove vengono uccisi 335 italiani e la cui responsabilità di questo eccidio grava sulla coscienza di coloro i quali, ammantandosi di indebito eroismo, lanciarono un attacco apparentemente privo di riscontro strategico nei confronti delle truppe tedesche e provocarono la morte anche di tre civili, tra i quali un bimbo. Ma dietro l’apparenza si celano più losche e fredde intelligenze, mirate sì a creare alle Fosse Ardeatine martiri da ostentare da parte comunista per “mettere il cappello” sulla cosiddetta guerra di liberazione, ma soprattutto ad ordire un vero e proprio complotto. Una cinica logica che si propaga direttamente da Mosca ed imbeve gli animi dei comunisti partigiani italiani, aizzati gli uni contro gli altri per motivi legati alla subdola speculazione politica. Da una parte i gappisti, fedeli esecutori degli ordini del Komintern russo, dall’altra i militanti di “bandiera rossa”, formazione partigiana di stampo trozkysta e dissidente nei confronti dei diktat del partito. Esplicativo che tra i quasi 300 partigiani morti alle Fosse Ardeatine ben 68 appartenessero a quest’ultima formazione partigiana, mentre nessuno appartenesse ai GAP. Una coincidenza? Stando a quanto scrisse sul libro “Lettere a Milano” Giorgio Amendola, uno dei membri della rete romana gappista che organizzò l’attentato di Via Rasella, diremmo proprio di no. Egli stesso rivela che fu messo in atto un sistema di spionaggio ed infiltrazioni all’interno del sistema carcerario e della polizia, tale da consentire non solo la riuscita dell’attentato, bensì anche la compilazione della lista dei fucilandi per rastrellamento tedesco. Da non sottovalutare altri due rilevanti episodi: 1) i due civili adulti che persero la vita per lo scoppio dinamitardo a Via Rasella erano anch’essi appartenenti alla formazione “bandiera rossa” e si accertò che restarono vittime di un tranello che li condusse in quel posto in quella data ora; 2) il teste principale di questo turpe complotto, il direttore di Regina Coeli Donato Carretta, venne linciato da una folla comunista inferocita la mattina del 18 settembre 1944, prima dell’inizio del processo al Palazzaccio, ed il corpo ancora semivivo fu gettato nel Tevere. A guerra terminata, a rischi per la propria incolumità oramai ridotti allo zero, gli eroici – consentiteci l’ironia – autori dell’attentato di Via Rasella escono allo scoperto, sono pronti a raccogliere sfacciatamente le onorificenze che la Repubblica Italiana, quel pantano di misteri che si colloca come diretta espressione delle loro indegne azioni terroristiche, è pronta a conferir loro. Coloro i quali a Via Rasella si resero protagonisti non di un vile attentato, travestiti da netturbini o nascosti dall’ombra e dai complici, bensì, per dirla come la Suprema Corte di Cassazione della Repubblica, di un “atto di guerra”, così è stato definitivamente sentenziato nel 2001. Un deplorevole intreccio di vigliaccheria, collusioni e complotti trova dunque la legittimizzazione dello Stato Italiano, andandone a rappresentare uno degli strumenti che ne sancì la nascita e l’affermazione. Un prodromo di quelle stagioni di stragi che di sangue e vergogna contraddistingueranno la storia d’Italia.

Ma ora i nostri passi ci strappano dal coinvolgimento emotivo che così indietro nel tempo ci ha condotti; stiamo abbandonando Via Rasella, non prima di aver volto di nuovo lo sguardo verso quelle piccole voragini che lacerano i muri delle case che affacciano sul luogo di quell’esplosione di sessantacinque anni fa ed infine verso quel grosso ciottolo in marmo sul quale è impressa semplicemente la scritta “Via Rasella”, un’espressione nuda e cruda come avviene solitamente in toponomastica, priva quindi di riconoscimenti istituzionali per quanto di cui fu testimone quest’anfratto romano. Ma quell’espressione è sufficiente per stimolare la nostra sensibilità, sembra volerci invitare a mantener desto il ricordo, a testimoniare il suo bagaglio d’esperienza, così breve quanto doloroso, così fragoroso quanto travisato. Ce ne andiamo a trovar ristoro in un pub nelle vicinanze, a passeggiare per le vie del centro storico della nostra amata città o chissà a cos’altro fare, ma di sicuro accogliamo fieri l’invito pervenutoci da quella apparentemente inespressiva lastra di marmo.
 
March 15

Le Idi di Marzo

La magica alchimia che accompagnò il glorioso cammino di Roma produce pagine di storia talvolta indecifrabili. Proprio nel giorno delle Idi di Marzo, momento di ottimi auspici per la tradizione romana, si consuma il delitto più vile e luttuoso, quello perpetrato ai danni dell'uomo di maggior rilievo dell'età classica. La luce immensa emanata dalla figura di Caio Giulio Cesare - brillante giovane nato nella modesta Suburra romana nel 100 a.c. , astuto uomo politico e militare, influente personalità che cambierà in modo indelebile le sorti di Roma, traghettandola dalla fase repubblicana a quella imperiale - giunge fino a noi, rendendogli la carica di Dittatore perpetuo.
 
« Da parte di madre mia zia Giulia discende dai re; da parte di padre si ricollega con gli dei immortali. Infatti i Marzii Re, alla cui famiglia apparteneva sua madre, discendono da Anco Marzio, ma i Giuli discendono da Venere, e la mia famiglia è un ramo di quella gente. Confluiscono, quindi, nella nostra stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono. »
(Svetonio, Cesare, 6, traduzione di Felice Dessì)
 
 
 
March 13

Facebook è omologazione!

In una società arrivata ad un livello di esteriorizzazione sconcertante, nella quale vi è ormai un abisso di importanza tra l’apparenza e l’essenza, non v’è da stupirsi se un numero immenso di persone d’ogni età non abbia il benché minimo freno inibitore nel pubblicare informazioni sul proprio conto: nome, foto, interessi, hobby, professione, abitudini. D’altronde, in perfetta linea di coerenza col pessimo costume in auge, sapersi vendere alla mera curiosità altrui è una prerogativa di cui esserne validi utilizzatori. Se nel passato l’appartenenza poteva ritenersi un valore in cui credere, oggi, ove regna il materialismo, l’ambizione principale è divenuta trasformare se stessi, uomini fatti di carne, anima e spirito, in allettanti prodotti commerciali che si compiacciono dell’approvazione altrui. La società non ci fa mancare riferimenti a cui tendere: dai programmi televisivi emergono in superficie storie di gente che partendo dal disagio o, semplicemente, dall’ormai obsoleta e denigrata condizione di “normalità”, riesce a realizzarsi, attraverso il danaro e la notorietà. Ne consegue un uomo reso particolarmente fragile, la cui personalità svanisce al cospetto del “così fan tutti”. Ma un uomo privo di personalità è soprattutto facilmente strumentalizzabile. Così, se da un lato l’opinione pubblica si arrovella sullo scandalo intercettazione e la conseguente violazione della privacy, dall’altro milioni di utenti raccontano se stessi in tempo reale su una piattaforma virtuale di libero accesso a tutti gli iscritti. Da questo paradosso nasce facebook. Originariamente uno dei tanti cosiddetti social network che spingevano tanti nostri coetanei a cercar disponibilità dell’altro sesso che potesse tramutarsi in incontri fisici; oggi, il più grande fenomeno di massa che da moda sta degenerando in motivo di dipendenza ed efficace strumento di controllo. Gli utenti, lasciatisi coinvolgere da questa bolgia mitomane, non sa esimersi dal gettarsi a nudo pubblicamente: la confidenza da comare, il proprio stato d’animo, gli impegni personali, niente è più segreto per quella che viene definita da facebook, in modo improvvido, rete d’amici. Tra i quali, oltre a quelli reali, ve ne compaiono innumerevoli che sono alla meglio dei conoscenti, se non addirittura degli amici di amici di cui si conosce poco o nulla dal vivo. Al senso critico di discernimento che ci fa scegliere le persone, guardandole negli occhi, badando alle loro qualità, con cui stabilire un contatto reale, sincero, si sta sostituendo un senso di estrema approssimazione che ci limita al contatto virtuale, comodo e veloce, effimero e artificiale. La dipendenza da facebook ci spinge a rifuggire dalla nostra vita, quella fatta di esperienze estremamente autentiche, positive o negative che siano, conducendoci verso un surrogato di realtà che snatura noi stessi rendendoci soltanto il profilo che vogliamo costruirci digitando i tasti di un pc per attrarre il beneplacito altrui. Se l’ipotesi di una società in pieno stile orwelliano poteva in passato destare tra i cittadini preoccupazione, oggi il sistema pare riuscito ad ovviare a questo impedimento creando un paese dei balocchi virtuale in cui può liberamente schedare tutti quanti mentre ci dilettiamo tra le frivolezze che la società gentilmente ci concede. Più ci lasciamo coinvolgere e meglio esso lavora. Ci osserva, ci studia, ci etichetta e ci controlla. Non concedergli te stesso; sfuggendo al teatrino scenografico dell’individualismo di facebook sfuggirai alla tecnocrazia.
Nella rete finiscono le battute di pesca, non gli uomini liberi!
 
March 05

Cos’è la destra? Cos'è la sinistra?

Cogliendo ispirazione dall'attinente titolo del famoso brano di un altro grande ed "inetichettabile" cantautore italiano, Giorgio Gaber, vogliamo procedere con un excursus teso ad analizzare l'opera poetica di tre diversi cantautori, diversi ma allo stesso tempo uniti dal tentativo di inserirli in schemi tipici, procedimento standard in una società che più di ogni altra cosa teme l'inetichettabile. Dicevamo, molto diversi tra loro Battisti, De Andrè e Rino Gaetano sono per alcuni versi i più geniali e trasversali cantautori del dopoguerra italiano: più scanzonato il primo, antropologo il secondo e sociologo il terzo, hanno offerto punti di vista molto interessanti in un'Italia tempestata dai vari Baglioni, Zero, Venditti e De Gregori con i piagnistei romantici, il trasgredire del momento, i  perbenismi e i "radical-chicchismi" che ne conseguono. Tutti e tre a modo loro antiborghesi, tutti e tre scomparsi in età relativamente precoce, in stile con il loro modus vivendi tendente al non conformismo, che sarebbe venuto meno in età pensionistica. "Faber", come era anche conosciuto Fabrizio De Andrè, sfuggì all'indirizzo conforme impostogli dal padre - ex partigiano vice sindaco di Genova – quando, a sei esami dalla laurea in giurisprudenza, lasciò i suoi studi per andare a impegnarsi in ciò che era la sua grande passione: musicare vere e autentiche poesie. L'antiborghesismo di De Andrè sprizza in ogni rima e tutti gli "autorevoli" estimatori che lo incensano dovrebbero farsi un esame di coscienza prima di aderire così entusiasticamente alla poetica di De Andrè. Come non rammendare il finale della splendida "Città vecchia": Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli/In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori/lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo

strano/quello che ha venduto per tremila lire

sua madre a un nano./Se tu penserai, se

giudicherai/da buon borghese/li condannerai a cinquemila/anni più le spese/ma se capirai, se li cercherai fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo.

O la commovente "Nella mia ora di libertà", in cui si tratta il tema della giustizia carceraria con una profonda riflessione sulla legittimità del potere coercitivo statale. In questo brano protagonista è un innocente - finito in galera per un errore giudiziario - che riesce a comprendere molto dall'esperienza detentiva e dagli "altri vestiti uguali", iniziando a nutrire dubbi su quale sia "il crimine giusto per non passare da criminali". La canzone  pone in evidenza a livello etico, il confondersi dei piani tra criminale e apparato repressivo  con un finale a dir poco struggente:

Di respirare la stessa aria/ dei secondini non ci va/ e abbiamo deciso di imprigionarli/durante l'ora di libertà/ venite adesso alla prigione/ state a sentire sulla porta/ la nostra ultima canzone/ che vi ripete un'altra volta/ per quanto voi vi crediate assolti/ siete per sempre coinvolti./ Per quanto voi vi crediate assolti/ siete per sempre coinvolti.

Faber fu per un lungo periodo "tenuto d'occhio" dalle forze dell'ordine: le sue colpe? Avere un amico anarchico implicato nel processo per Piazza Fontana e cantare in stile personale, non etichettabile, non omologabile... tutti i crismi del potenziale terrorista, no?

Diverso per genere è invece Lucio Battisti, ma sicuramente non meno emozionante. Anche ad esso fu data addosso la croce d’appartenere a una determinata “specie”, uso caro al politicamente corretto, aldilà delle quali (croci) sembra esserci solo il nulla eterno. Lucio, figlio una camicia nera, sregolato e "MeNeFreghista", poco incline alla vita mondana e per giunta nato in una provincia "nera" come quella di Rieti, non poteva non essere un "fascio".Altre prove a suo “discapito” furono la famosa strofa "o mare nero, mare nero, mare ne" in “La canzone del sole" ed il "bosco di braccia tese" de "La collina dei ciliegi". A noi piace però ricordare il suo modo di essere antagonista quando, in barba agli scienziati progressisti imperanti tra gli anni 60 e 70, cantava: Sogno di abbracciare un amico vero /che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro/ e gente giusta che rifiuti d'esser preda /di facili entusiasmi e ideologie alla moda. O apologizzando la vita rupestre, dura e priva di fronzoli in "Le allettanti promesse", dove una voce femminile invita una maschile a passare dalla vita campestre a quella di paese elencando i vantaggi. Tuttavia la risposta sarà fortemente critica e negativa. Il paese, inteso come città-specchieto per le allodole con i suoi divertimenti e le sue frustrazioni, è definito come il posto in cui: " se qualcuno non difende i suoi interessi con le unghie e con i denti/ è degradato ad ultimo dei fessi per non dire degli impotenti."
E ancora nella divertente "Ma è un canto brasileiro" in cui la moglie protagonista di spot pubblicitari è accusata di alimentare l'ignoranza fingendo di servirsi della scienza e in cui è ancora forte il richiamo al "selvaggismo":
Io ti vorrei vedere mentre/ cogli l'insalata dell'orto/che vorrei aver coltivato/ prima di essere morto/ Oh no/ Anche se/ guadagni/ centomila lire al giorno/ non ti puoi scordare che la vita/ e' andata e ritorno. Lucio ben presto abbandonò le luci della ribalta  per tornare a coltivare in campagna, dimostrando che ciò che cantava rispondeva effettivamente al suo pensiero. Poi c'è Rino Gaetano, quello che più di tutti ha "cercato" lo scontro frontale col potere, altro caso eclatante di strumentale superficializzazione. Rimasto nella memoria collettiva come "compagno", appartenenza più volte decantata da Radio Onda Rossa, che ne sfoggia il passato da finanziatore della radio stessa (non dubitiamo che per stima personale nei riguardi di qualcuno, possa aver stretto rapporti). Ma egli ha in realtà dimostrato nei suoi testi di essere al di fuori di qualsiasi etichetta e sempre pronto a schierarsi "contro il potere" in senso lato, di ogni sorta. Palese è la sua estraneità a logiche partitico-ideologiche nella canzone "Le beatitudini", quando ironicamente fa una lista dei beatificati da questa società : Beati i professori, beati gli arrivisti , /I nobili e i padroni specie se comunisti . Il suo essere anti-sistema potrebbe anche essere stata la causa della sua fine prematura (nell'81 a soli 30 anni per un incidente stradale dopo essere stato respinto da 5 diversi ospedali), più volte infatti citò esplicitamente personaggi e fatti, come ad esempio nella canzone "nuntereggaepiù". Era il 1978, si stava per raggiungere l'apice degli "anni di piombo", nel giro di 4 anni si passerà per il rapimento e omicidio Moro, Ustica, la strage di Bologna, Il caso del Banco Ambrosiano con seguente omicidio Calvi. In questo contesto Rino scrive una delle sue canzoni più famose, nominando una serie di personaggi del jet set: imprenditori, politici, sportivi e uomini di spettacolo:

Cazzaniga avvocato Agnelli Umberto Agnelli/ Susanna Agnelli Monti Pirelli / dribla Causio che passa a Tardelli / Musilello Antonioni Zaccarelli / Gianni Brera / Bearzot / Monzon Panatta Rivera D'Ambrosio Lauda Thoeni / Maurizio Costanzo Mike Bongiorno Nureyev Raffa Guccini / onorevole eccellenza cavaliere senatore / nobildonna eminenza monsignore / vossia cherie mon amour/ Tra le tante citazioni c'è anche la spiaggia di Capocotta; anni prima luogo di uno dei grandi misteri italiani: l'omicidio di Wilma Montesi dopo un'orgia a base di alcool e sesso, in cui risultarono implicati autorevoli esponenti della nobiltà e della politica romana. E ancora:
i ministri puliti i buffoni di corte /ladri di polli /super pensioni /ladri di stato e stupratori/ il grasso ventre dei commendatori/ diete politicizzate/ evasori legalizzati /auto /sangue blù /cieli blù/ amore blù/ rock and blues.  Ricordiamo che a causa della citazione, dovette prendersi anche il "rimprovero" di Maurizio Costanzo (uno dei citati, allora membro di una loggia "abbastanza" addentrata in giochi di potere) in diretta televisiva (reperibile su youtube). Prendendo spunto da questi cantautori è facile constatare come l'uomo medio si senta rassicurato dall'omologazione al sistema come certificazione e garanzia. In un mondo di ingranaggi, al di fuori dell'etichetta non vi è nulla se non il superfluo, il terrorifico, l'inadatto, l'escluso. Così, chi ha per anni raccontato ciò che era come era, con poetico realismo, ironia, concretezza, non poteva non essere accorpato a gruppi sociali riconosciuti dal sistema anche se temuti. Il potere nella sua certosina opera di catalogazione raccoglie amici e nemici, sistema e antisistema. Non c'è da stupirsi che per renderli "passabili" ci siano stati raccontati come compagni e fasci. A noi poco ce ne importa; li prendiamo così, per ciò che sono stati e che sempre saranno, senza dover passare per lo steccato mentale positivista della catalogazione e parafrasando Battisti:

             In un mondo che prigioniero è, il nostro canto libero… siete voi!

February 27

Nel cielo di Roma il sangue di Gaza

Oggi qualcuno ricorda i 411 bambini palestinesi morti durante l’operazione Piombo Fuso.

 

Stamani Mosaico Romano, il coordinamento di associazioni operanti nel sociale, ha manifestato nei pressi del Parlamento a Roma.   

 

Abbiamo liberato, con un  gesto semplice, dei palloncini per rendere omaggio ai bambini uccisi a Gaza, ma presto torneremo a parlare dei territori occupati dove l’embargo continua ad uccidere.

 

I cittadini si sono dimostrati sensibili a questo problema nonostante le difficoltà quotidiane provocate dalla crisi del nostro Paese.

 

Abbiamo raccolto firme e distribuito oltre 1300 volantini per informare l’opinione pubblica che la popolazione di Gaza sta morendo nonostante la tregua.

 

Le istituzioni italiane non possono restare a guardare.

Che si attivino per sensibilizzare i governi e far cessare l’embargo.

 

 

                                                                                                         Associazione Culturale Zenit

                                                                                                         aderisce al Mosaico Romano

 

February 16

13-15 febbraio 1945: bombardamento di Dresda

Il 16 febbraio del 1945 un Terzo Reich ormai trafelato ma non ancora arreso, conta i danni ingenti prodotti da una tre giorni di bombardamenti perpetrati sulla città di Dresda. Un attacco violentissimo e premeditato atto esclusivamente all'uccisione di civili, dato che Dresda fu dichiarata fin dal 1944 "città aperta", priva di obiettivi industriali e bellici, nonchè luogo di concentramento degli sfollati. In secondo luogo, l'azione è da ritenersi un crimine verso la civiltà europea, data l'intenzione anglo-americana di colpire al cuore un simbolo di arte e cultura, radendo al suolo uno dei centri più rappresentativi in tal senso. Decine di migliaia i cadaveri rinvenuti nei momenti immediatamente successivi al bombardamento e tanti altri, le cui stime risultano incalcolabili, rinvenuti negli anni a venire fino al 1966. A quando una giornata della memoria per ricordare i crimini dei regimi liberal/capitalisti? La domanda è chiaramente retorica; il moralismo, in quanto ipocrisia, pecca di consistenza e dunque si dissoglie innanzi all'intramontabilità del vecchio adagio "vae victis".
 
February 10

10 febbraio: Noi non dimentichiamo

Il 10 febbraio è il giorno in cui l'Italia veste a lutto, è il giorno del ricordo per tutti gli italiani, per tutti coloro i quali si fossero trovati in Istria, Dalmazia, Giulia in un determinato periodo storico, sarebbero finiti inghiottiti da una lunga cava carsica, sospinti ferocemente dai fanatici di un'ideologia che non ammetteva clemenza nemmeno nei confronti di civili inermi...
Noi ricordiamo le sofferenze ed il sangue versato dei circa 20000 morti infoibati, dei 350000 esuli costretti a lasciare le proprie case, covando tra l'ignoranza ed il silenzio colpevole dei propri connazionali, un'intima malinconia. Ma non ci limitiamo alla garbata e silenziosa commemorazione che ogni anno riserviamo a questa data; noi oggi ricordiamo anche tutto quell'ignobile corollario che ha accompagnato per sessanta anni ed oltre la pagina di storia più vergognosa di un paese già di suo crivellato di buchi nella memoria di diversa natura. Allora ricordiamo il supporto (logistico e materiale, agendo da manovalanza in taluni casi) che i partigiani italiani diedero alle truppe omicide di Tito, tradendo propri connazionali colpevoli soltanto di non aver giurato fedeltà al sole che tentava in quegli anni di sorgere da est e di gettare i propri mortiferi raggi anche sulla nostra Italia. Ma ricordiamo anche l'ipocrisia di una classe politica che per anni ha taciuto, se non legittimato addirittura, l'occupazione ed i crimini iugoslavi nel nord-est, come il famigerato PCI di cui l'attuale Presidente della Repubblica Napolitano fu insigne (sigh!) membro. Ricordiamo la viltà di quei comuni italiani che, presto adattatisi ai diktat della mentalità importata con la cosiddetta "liberazione", respinsero gli esuli affranti e terrorizzati che chiedevano asilo alle città italiane, credendo forse che la mentalità cinica dell'individualismo materialista non si fosse ancora diffusa tra quelli che fino a ieri essi chiamavano a ragione compatrioti. Ricordiamo inoltre di un Presidente della Repubblica (l'ex partigiano Pertini) che caricò di bieco significato la sua presenza al funerale di Tito baciandone la bara dell'ideatore e dell'esecutore della tragedia foibe. Ricordiamo della grande diffusione che ebbe un dizionario (ancora oggi reperibile e consultabile) che definiva la foiba una "dolina con sottosuolo cavernoso e indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra 1940-45, furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista" (dizionario a cura di Carlo Salinari). Insomma, oggi riserviamo un delicato pensiero a quanti persero la vita o si videro costretti a lasciare la propria terra per mai più riabbracciarla a causa di quegli eventi, ma ricordiamo anche di un clima che per anni si è infittito sulle pagine della nostra storia come una infame coltre; un clima che ha prodotto oggi gli epigoni di quegli infoibatori che di terrore ed odio occuparono impunemente parte della storia d'Italia. Epigoni pericolosi per la loro frustrazione, estremamente insofferenti ad uno stato di fatto che lascia pian piano emergere dagli scrigni della memoria, di cui per anni sono stati zelanti carcerieri, la loro identità sudicia di sangue e imbevuta di menzogne. Noi ricordiamo davvero tutto, e vegliamo su quell'odio che potrebbe riaffiorare, smascherato ma non sopito.
 
  
February 01

Crucifige! Crucifige!

Di grossa attualità le disquisizioni in merito alla vicenda legata a Cesare Battisti, l’ex militante dell’estrema sinistra a cui il Brasile ha deciso recentemente di convalidare lo status di rifugiato politico, negando così la richiesta d’estradizione pervenuta da parte italiana. Ignazio La Russa, riferendosi alla partita di calcio amichevole Italia-Brasile in programma prossimamente, sostiene: "Io questa partita l'abolirei e rilancio con forza l'invito. Qui lo sport non c'entra, non mi pare il caso, in questo momento, di fare nulla di amichevole con chi fa circolare un terrorista assassino sulle spiagge di Rio.” . E la sua collega di partito e di governo Giorgia Meloni ha un’altra soluzione ancora: “L'iniziativa piu' giusta sarebbe quella di far indossare ai nostri calciatori il lutto al braccio in ricordo delle vittime di Cesare Battisti e come gesto di solidarieta' nei confronti dei loro familiari''. A questo punto, ci viene sinceramente da chiederci se i due ministri possano aver confuso, per affinità anagrafica, Cesare Battisti con Julio Baptista, croce dei tifosi laziali e delizia dei romanisti per il suo gol decisivo in occasione dell’ultimo derby capitolino, granitico attaccante carioca che probabilmente verrà convocato dalla nazionale verdeoro per questa partita. Dubbio tutt’altro che ironico il nostro; legittimo se si pensa che a voler strumentalizzare un incontro sportivo siano proprio due rappresentanti di quelle istituzioni che non hanno mai lesinato dure condanne, spessissimo repressive e premeditate, ai danni di quel sottobosco giovanile che dell’aggregazione spontanea e talvolta politicizzata delle curve degli stadi ne ha fatto il proprio testamento. Non c’è certo da stupirsi che queste uscite provengano da politici, evidentemente esperti in materia di ipocrisia e demagogia. Avviene così che ai giovani genuinamente accomunati da passioni vive non venga concesso di coltivare liberamente i loro ideali, mentre è invece consentito ai loro denigratori di esercitare autorità politica su un incontro di calcio, per giunta amichevole. Ipocrisia, demagogia, ma anche faziosità, meschinità. Parole chiave queste, che servono per comprendere al meglio l’ambiente dei politici imbellettati che siedono comodamente le proprie natiche a Montecitorio ed a Palazzo Madama. D’altronde, questa persecuzione giudiziaria ai danni di Battisti da cosa nasce se non da quel clima demagogico, in auge tra i politici parlamentari di entrambi gli schieramenti, che fa della demonizzazione dell’avversario il proprio cavallo di battaglia? Per loro Battisti va estradato dal Brasile non in quanto comune assassino di innocenti, come vorrebbe farci credere una certa retorica, ma in quanto ex militante eversivo comunista che ha portato alle estreme conseguenze la propria esperienza politica effettuando omicidi. Il cappio viene minacciosamente agitato soltanto verso coloro i quali debbono rappresentare, nell’immaginario collettivo dell’elettore italiano, la materializzazione estrema di un soggetto politico da dover puntualmente screditare, al fine di coprire in tal modo i propri vuoti argomentativi. Un modo di fare tristemente noto e schifosamente ignobile, irrispettoso innanzitutto nei riguardi delle vittime di tutti gli omicidi commessi sul nostro suolo e per i quali nessuno ha pagato. Il coacervo politico ci è sembrato tutt’altro che solerte in medesimi casi in cui l’estradizione sarebbe dovuta essere richiesta con egual o maggior verve: uno dei riferimenti a cui alludiamo risale al 3 febbraio del 1998. Sul monte trentino del Cermis, laddove l’ala di un aereo militare statunitense impegnato in esercitazione tagliò accidentalmente il cavo di una funivia causando la morte di ben 20 innocenti, tutti cittadini di Stati europei. L’accusa di omicidio colposo mossa ai militari americani che stavano palesemente violando i limiti di altezza di volo minima (forse per un idiota gioco), si concluse con un risarcimento in danaro verso i familiari delle vittime e il processo venne ignominiosamente contraddistinto dal lampante tentativo da parte statunitense di coprire la malafatta dei suoi soldati. L’Italia si proibì senza fiatare di poter giudicare secondo la propria legge questi assassini per via di una Convenzione Nato ed oggi, grazie alla complicità degli USA, i due aviatori accusati si trovano a piede libero nel loro paese. Questo iter giudiziario non fu accompagnato nel belpaese dalla stessa litania piagnucolosa che reclamasse pene severe così come avviene oggi per Battisti, tuttalpiù qualche appena accennato sintomo di dissenso. Evidentemente il tornaconto in demagogia politica non aveva lo stesso peso di un terrorista rosso mangiatore di bambini, anzi… In quel caso gli assassini vestivano la divisa militare verdastra della U.S. Army e recriminare poteva ritenersi un gesto fin troppo insolente verso lo Zio Sam. Il medesimo timore ha evidentemente lasciato che gli statunitensi conducessero in un groviglio di processi, di mistificazioni, di impedimenti l’inchiesta sull’uccisione dell’agente segreto italiano Calipari, il quale fu colpito a morte da un proiettile americano ad un check point di Baghdad mentre scortava con altri colleghi la giornalista italiana Giuliana Sgrena poco prima liberata da un sequestro. A sparare, è stato appurato, fu l’ormai arcinoto marine Mario Lozano, il quale tutt’oggi presta servizio nell’esercito americano poiché assolto dall’accusa. Potremmo citare tanti altri casi analoghi e rinfrescare qualche memoria sclerotizzata a causa dei condizionamenti mediatici, oltre a dissuadere qualcuno dal riempirsi la bocca di principi morali da farneticare all’indirizzo del governo brasiliano: Casi ancora più eclatanti di stragi avvenute in Italia e sui cui nomi dei mandanti restano cupi veli di mistero. Ma non ci dilunghiamo, preferiamo limitarci a registrare quanto sia ipocrita questo stonato belare di pecore matte per l’estradizione di Battisti. Non entriamo nel merito delle sue azioni, di quella stagione politica violenta tra i cui protagonisti figurano troppi innocenti ammazzati. Chiediamo ai più giovani lettori del nostro mensile, anche giustamente avversi all’ideologia comunista e dunque facilmente suggestionabili su questo tema, di non lasciarsi però abbindolare dai millantatori dell’ “anti” che vorrebbero acquisire in tal mediocre modo i consensi. Gli stessi forcaioli di ieri e di oggi che, è bene ricordarlo sempre, hanno costruito le proprie carriere politiche sulla pelle di quei ribelli che, brandendo bandiere di colori diversi ed opposti politicamente, sacrificavano la propria gioventù per un’idea. Leggasi logica degli opposti estremismi. Quella logica infame che riserva il cappio solo alle ingenue pedine di più losche trame…

January 19

19/01/1969: quarant'anni fa il martirio di Jan Palach

Un gesto estremo e tragico scagliato verso un ovest indifferente, il tentativo di scuotere coscienze sopite da una finta libertà chiamata consumismo. Jan Palach rappresenta il vero spirito ribelle ed integro del '68, quello forgiatosi tra le sofferenze di un est Europa chiamato a dover difendere le patrie dall'occupazione sovietica e manifestatosi attraverso l'impersonale coraggio di chi è pronto a sacrificare la propria vita materiale garantendosi l'ascrizione nel sacro e immortale novero dei miti di popolo, eterni simboli di identità e collanti del tempo. Questa la sua lettera di congedo dal mondo terreno:
“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.
Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa.
Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana.
Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.
Firmato: la torcia numero uno.
Jan Palach
 
January 07

La furia distruttiva d'Israele e i media cortigiani...

L’argomento che più ha riscosso interesse e preoccupazione da parte dei media è da qualche mese di indubbia individuazione: la crisi. Crisi dei mercati finanziari e dei mutui che, inizialmente abbattutasi sugli USA, ha coinvolto i mercati di tutto il mondo per effetto domino del sistema capitalista globalizzato. Crisi che ha prodotto un arresto dell’economia che, stando alle previsioni dei tecnici, non sembrerebbe affatto rallentarsi nel 2009, tutt’altro. Una vicenda che in modo molto concreto riguarda i cittadini, minacciandone quella che è oggi diventata, ahinoi, la più importante cosa a cui badare: le proprie tasche. In un clima di terrorismo psicologico causato dalle quotidiane notizie indirizzate in questo senso, risulta difficile che l’attenzione della massa, già di per sé impermeata di cultura individualista, si rivolga in modo attento altrove rispetto a ciò. A maggior ragione risulta difficile se a contribuire a monopolizzare gli argomenti d’informazione sono gli stessi mass-media, utilizzando canoni del tutto arbitrari per decidere il risalto da dare a determinate notizie, arrivando a distorcerle omettendo interessanti elementi. E’ così avvenuto che nel mese di dicembre, mentre le attenzioni dei più si rivolgevano all’effetto di questa famigerata crisi sui consumi di Natale e alle disastrose previsioni economiche sull’anno nuovo, si avvicendavano notizie considerate di secondo piano relative alla politica estera, imprimendo nell’immaginario collettivo soltanto l’immagine superficiale descritta dai media e sciogliendosi subitamente come neve al sole. Alcune di queste notizie hanno invece stimolato il nostro spirito critico e la nostra vivace curiosità, spingendoci ad andare a fondo.

E’ assai raro che da parte delle istituzioni vengano oggi, in clima di buonismo e politicamente corretto, utilizzati termini particolarmente forti e accusatori nel designare gli atteggiamenti assunti da un determinato stato, tanto più se da parte di un organo internazionale di universale riconoscimento qual è l’ONU. Il termine apartheid è sicuramente uno di questi, in quanto si riferisce alla politica di segregazione attuata in Sud Africa e  storicamente condannata. Ebbene, il 24 e 25 novembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha esaminato il rapporto del suo Segretario Generale sulla situazione in Palestina. Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann, sacerdote cattolico e membro del Fronte Sandinista del Nicaragua (appartenenza al fronte di liberazione che gli costò la sospensione da parte di Woityla), già scagliatosi subito dopo il suo insediamento contro le missioni in Iraq ed Afghanistan, ha deciso di aprire la seduta in modo così fermo: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate ». Ha terminato il suo discorso facendo esplicito intendimento ad una campagna di boicottaggio verso Israele.acendo esplicito o discorso a »emitismo, è stata la prima organizzazione sionista a reagireirulenza ed efficacia. menti assunti Questa categorica presa di posizione anti-israeliana da parte di un presidente dell’Assemblea della maggiore istituzione sovranazionale ha fatto chiaramente raggelare il sangue di chi è disabituato a doversi sorbire redarguite simili da un organo all’interno del quale la propria influenza spira particolarmente, potendo esercite potere di veto. Evidentemente queste affermazioni di Brockmann sono state considerate come lo sfogo impulsivo di un riluttante da chiamare immediatamente all’ordine, se è vero com’è vero che le reazioni sioniste non sono tardate ad arrivare e si sono contraddistinte per virulenza ed efficacia. L’Anti-Defamation League, quell’organizzazione ebraica che si occupa di indagare scrupolosamente su quelle che considera pericolose avvisaglie di anti-semitismo, è stata la prima organizzazione sionista a reagire chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire antisemita delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann. I sionisti dunque, per bocca della loro zelante organizzazione di ispezione finalizzata a stroncare ogni pericolo verso il popolo ebraico, si sono sentiti in diritto di bollare come antisemite le dichiarazioni di Brockmann che, seppur nette, rivolgevano una critica esclusivamente a quella che è la politica di Israele verso i palestinesi. Hanno in tal modo reso ad un livello di mera banalizzazione una critica ed una proposta di boicottaggio che necessitava invece di un’attenta analisi e di una seria riflessione che avrebbe dovuto coinvolgere i vari governi e sensibilizzare le coscienze. Al contrario, questa vicenda è stata relegata all’estemporaneità del momento, non avendo prodotto nemmeno un dibattito. Chiaramente è ben arduo che avvenga un dibattito in merito ad un argomento avvolto da una coltre di silenzio talmente spessa da indurre a pensare alla censura. Nonostante la forza sprigionata dai termini forti utilizzati da Brockmann, nessun organo d’informazione italiano ha ritenuto di dover dare conto a questa notizia, se non attraverso velocissime agenzie atte appositamente a sminuirne la portata. Per giorni e giorni s’è atteso invano che venissero puntati i riflettori su questa vicenda evidentemente scomoda, che si sapesse qualcosa in merito agli sviluppi, invece niente di niente. La portata delle dichiarazioni non ha sortito alcun effetto nemmeno al Presidente della Repubblica Napolitano, tant’è che in un suo recente viaggio in Israele si è limitato a ribadire i monologhi sulla memoria, sulle sofferenze ebraiche e sulla condanna dei vari fenomeni storici etichettati come “male assoluto”. Ma nessuna parola è stata spesa dall’ex comunista sulle attualissime sofferenze che il popolo palestinese è costretto a subire sulla propria pelle a causa di un’occupazione sempre più impellente. Farebbe sorridere che il Presidente della Repubblica italiana si preoccupi tanto del passato, quanto ignori totalmente gli avvenimenti del presente. Farebbe sorridere se non fosse che l’Italia è palesemente una colonia che si trova costretta a recitare una parte impostale, tanto più se a recitarla da parte delle sue più alte cariche. Nessuna attenzione è stata poi rivolta alle dichiarazioni di Tzipi Livni, la donna a capo del partito Kadima e Primo Ministro designato d’Israele, in merito alla futuribile eventualità di due stati, appunto israeliano e palestinese. La Livni si propone, al fine di “preservare il carattere giudaico e democratico di Israele” la nascita di “due entità nazionali distinte”. L’aspirazione è dunque chiara: rendere Israele uno stato etnicamente puro, costringendo alla migrazione forzata gli oltre un milione di cittadini arabi di Israele. Uno stato etnicamente puro, proprio così. Un’ambizione da parte del maggior candidato per le prossime elezioni a guidare il paese israeliano, che non fa altro che rendere le affermazioni di Brockamann tutt’altro che peregrine. Ma tutto questo in Italia dev’essere sottaciuto, pena la tremenda accusa di antisemitismo. Intanto, mentre andiamo in pubblicazione, sta per terminare nel modo più atroce per la Palestina un 2008 che ha rappresentato il sessantesimo anniversario di sofferenze e sangue: il solo 27 dicembre un’offensiva israeliana ha provocato circa 200 morti, un vero e proprio eccidio che i media si dimostrano vergognosamente diffidenti nel condannare. I presagi per il 2009 sono paurosamente neri per i popoli in lotta contro l’imperialismo sionista…




January 03

Diffondi fuocopuro, "cronache dal Kaliyuga"

Vi invitiamo a visitare ed a diffondere questo link: http://fuocopuro.blogspot.com/
L'intenzione dell'autore è quella di concedere visibilità a documenti video ed a contributi scritti sulla questione israelo-palestinese che i media ufficiali (sedicenti liberi ed indulgenti) osteggiano e censurano per opportunismo politico. Testimonianza forte ed esplicativa il video "Gaza - The killing zone":
 
 
 

Associazione Culturale ZENIT Primavalle

Location
MySpace:
www.myspace.com/zenit_primavalle

Contattaci qui:
ass.culturale_zenit@hotmail.it
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 

Contatore