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June 24 ...di nuovo su Emanuela Orlandi alla luce del "superteste"Non avranno alcun valore al fine di consegnare alle autorità il bersaglio, anzi i bersagli dei suoi attacchi. Fondate o meno che esse siano, le dichiarazioni della cosiddetta superteste sul rapimento di Emanuela Orlandi - avvenuto venticinque anni fa e sul cui giallo ci siamo già espressi in un articolo inserito lo scorso 22 giugno - non serviranno certo a rendere giustizia, né tantomeno a ripagare una famiglia dall’indicibile dolore patito per la scomparsa improvvisa di una figlia appena quindicenne. Serviranno altresì ai mezzi d’informazione per poter fornire all’opinione pubblica la notizia ad effetto, accompagnandola magari, onde riempire una prima pagina dall’indiscutibile richiamo, dal decreto del governo che provoca starnazzi inutili da parte delle solite oche dei parlamenti e dall’ennesimo, straziante folle e inaspettato omicidio che coinvolge genti di tutte le età. Culminata infrangendosi sul solito scoglio del mistero irrisolto, la notizia tornerà ad ammuffirsi nel dimenticatoio, checché ne sembri ora, quand’anche raggiunta la massima estensione in altezza di questa superflua onda emotiva, pare debbano finalmente spalancarsi delle piccole ma apparentemente confidabili porte d’accesso alla speranza di conoscer verità. Queste ottimistiche porte non corrisponderanno certo a quelle pagine dei fascicoli dell’inchiesta già arenatasi in passato, neanche alle cripte che si è già accennato voler aprire per cercare indizi, ma il cui gesto serve soltanto a scomodare i morti. Prerogativa, quest’ultima, che appartiene ai pentiti; sono le dichiarazioni spesso contraddittorie, confusionarie, inattendibili, di quest’ultima ignobile categoria di persone tanto in voga nel “belpaese” a muovere i magistrati, a direzionare le indagini dei processi. Mai un tentativo concreto di proiettare un fascio di luce sui loschi rapporti tra potere e criminalità quando l’opportunità di flagranza è ancora viva, soltanto la messinscena di riaprire il caso ad anni di distanza dai fatti, senza che i diretti interessati possano difendersi dalle accuse e che dunque possa essere dimostrata l’eventuale colpevolezza degli stessi. Insomma, il copione è sempre lo stesso: c’è chi specula come sciacallo sui morti e per questo viene in qualche modo premiato, nel caso specifico dalla vetrina dei palcoscenici televisivi tanto in voga tra la plebe e dal riconoscimento di una sana redenzione cristiana; c’è chi a sua volta superficialmente specula su tutto ciò per alimentare il cinico mercato dell’informazione che gli garantisce profitto; c’è chi soffre portando con sé per sempre il fardello dell’immenso dolore e il miraggio della verità a cui fideisticamente s’aggrappa; c’è infine chi è stato realmente colpevole, coloro è davanti a Dio che dovranno render conto delle loro azioni, sempre che non lo abbiano già fatto. La nostra linea rimane la stessa tracciata nel precedente articolo; rimaniamo sensibili a questa inquietante vicenda come a tutte le altre, innumerevoli, che restano tragedie contornate da un fitto mistero e rappresentano il simbolo osceno dell’Italietta democratica evidentemente sottomessa a sovranità altrui. Il resto è, per l’appunto, scenografia atta a soddisfare le passeggere esigenze emozionali del consumatore di dis-informazione usa e getta. June 22 ...ma Emanuela Orlandi?
Una nazione non può dirsi realmente libera allorquando il filo rosso che ne ripercorre la cronistoria presenti delle macchie nere, di un nero fitto color mistero che risucchia a se in un abisso di inquietanti aneddoti e di strane coincidenze la curiosità di quanti abbiano intenzione di tentare di approfondire, recalcitranti all’idea di doversi legare alla convenzione superficiale dei più: considerare la storia come un processo chiaro e senza intoppi, lungi porsi interrogativo alcuno. Tutte le misteriose vicende che caratterizzano la storia della Repubblica Italiana sono contraddistinte innanzitutto da dolorosi fatti di sangue o di scomparse, dall’enorme sofferenza di migliaia di innocenti costretti all’improvviso a dover far fronte a vicende riguardanti i propri famigliari inermi, vittime inconsapevoli di spaventosi quanto cinici ed oscuri giochi di potere. Questo l’altissimo prezzo che i cittadini italiani si sono spesso visti costretti a pagare a coloro che delle istituzioni democratiche si fanno garanti, in cambio di una vacua libertà: quella caratterizzata dal consumismo che impone la continua ricerca materiale di ciò che non è indispensabile e che rende l’uomo schiavo del proprio egoismo individualista e lontano da ogni dimensione comunitaria della vita. Capita quindi che a farne le spese, che a venir ridotta a merce di scambio di questo sistema disgustoso sia una allegra adolescente romana di appena quindici anni. Venticinque anni fa, precisamente il 22 giugno del 1983, spariva in circostanze misteriose Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Come sempre accade in certi casi, innumerevoli sono stati gli episodi atti a coinvolgere fatti, persone e stati nazionali e ad alimentare sospetti o a creare confusione ulteriore spargendo cortine di nubi su questo mistero già alquanto tortuoso. Tentiamo di seguire un certo ordine e di focalizzare l’attenzione su alcuni aneddoti definibili quantomeno strani: Il giorno della scomparsa Emanuela si reca alla scuola di musica che frequentava a Piazza Sant’Apollinare e nello stesso pomeriggio fa pervenire per l’ultima volta prima dell’inizio del mistero la sua voce ai genitori. Verso le 19.00, dopo essere uscita anticipatamente dalla lezione, telefona a casa riferendo alla sorella di aver avuto una proposta di lavoro molto allettante da uno sconosciuto, ma la sorella le dice di lasciar perdere. Dopodichè viene accompagnata da un’amica a Corso Rinascimento, alla fermata autobus posta proprio sotto Palazzo Madama, ove risiede il Senato. E’ qui che si registra l’ultimo avvistamento: avviene da parte del vigile urbano in servizio sul posto quel pomeriggio che rivela di averla vista dialogare con un uomo a bordo di una BMW nera che chiede allo stesso vigile se può lasciare parcheggiata la propria auto sotto il Senato, alla risposta negativa altri testimoni sostengono che l’uomo si allontana dal posto con Emanuela a bordo dell’auto. A questo esiguo indizio seguono una sequela di telefonate anonime a casa Orlandi più o meno attendibili, fin quando il 5 luglio ne giunge una alla sala stampa del Vaticano: un uomo dallo spiccato accento straniero (verrà appunto ribattezzato “l’Amerikano”) auspica l’intervento del Papa al fine del rilascio di Emanuela Orlandi. Chiama in causa l’attentatore del Papa Ali Agka chiedendone la scarcerazione entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiama a casa Orlandi, fa ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, che sembra essere Emanuela. Ma la registrazione potrebbe essere precedente alla scomparsa della ragazza. Successivamente arrivano altre 15 chiamate dall’Amerikano, tutte provenienti da cabine telefoniche. Il 20 novembre viene pubblicato anche un comunicato in cui i Lupi Grigi, movimento politico turco di stampo nazionalista di cui fa parte Ali Agka, dichiarano di avere tra le proprie mani in ostaggio sia Emanuela Orlandia sia Mirella Gregori, altra quindicenne scomparsa nel maggio dello stesso anno a Roma. Nazionalismo turco che da sempre pone la sua ostilità al cristianesimo; nasce dal “padre della patria” turco Ataturk e dal suo movimento dei Giovani Turchi, i quali erano legati alla massoneria e alle sette eretiche degli ebrei marrani e sostenevano che il vero fedele doveva gettarsi a capofitto nel male per oltrepassare le porte dell’impurità. Esoterismo, eresia, complotti, trame oscure: un groviglio di inquietanti vie labirintiche che appaiono, almeno superficialmente, non riguardare un’entità sacra qual è il Vaticano. Eppure, dal Concilio Vaticano II (salutato favorevolmente dalle congreghe massoniche) personaggi loschi evidentemente tutt’altro che pii fanno il loro ingresso nello Stato della Città del Vaticano. L’identikit della voce dell’Amerikano sembra infatti corrispondere alla figura di Paul Marcinkus, arcivescovo statunitense designato sotto il pontificato di Paolo VI e collegato ad importanti scandali finanziari che negli anni ’80 coinvolgono lo IOR (la banca del Vaticano) in vicende avvolte nel mistero legate all’ascesa e al successivo fallimento del Banco Ambrosiano Veneto, a Roberto Calvi, a Michele Sindona, a Licio Gelli e alle logge massoniche. Così come vengono coinvolti i Lupi Grigi, un’altra associazione criminale fa il suo ingresso nella scena: la Banda della Magliana, già coinvolta in altri misteri italiani. Pare infatti che dalla descrizione che il vigile che ha visto per l’ultima volta sotto il Senato Emanuela fa ai Carabinieri si evinca che la persona della BMW nera possa essere un tale Renatino, appartenente a questo gruppo e a quei tempi latitante. Tal Renatino che è inspiegabilmente sepolto nella basilica di Sant’Apollinare e che, quando viene arrestato nel 1984, altrettanto inspiegabilmente non viene confrontato con l’identikit del vigile, nonostante gli stessi Carabinieri avessero colto la notevole somiglianza, e mai verrà coinvolto nell’indagine. Nella trasmissione RAI “Chi l’ha visto?” nel 2005 una telefonata anonima sentenzia: “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all'epoca”. Dalla stessa trasmissione più di recente vengono alla luce altri anomali avvenimenti: per esempio che il padre di Emanuela, a seguito delle dichiarazioni del vigile, si sarebbe recato in Senato per avere il nastro con le registrazioni video del pomeriggio della scomparsa dalla telecamera puntata su Corso Rinascimento. Guarda caso, gli sarebbe stato risposto che proprio quel pomeriggio un singolare guasto momentaneo non avrebbe permesso la registrazione dei filmati. Altro strano avvenimento: pare che poco prima della scomparsa di Emanuela, due altrettanto giovani figlie di altri dipendenti del Vaticano, sospettose di esser pedinate da sconosciuti individui, avrebbero richiesto ed ottenuto delle guardie personali. Tutti indizi che non provano nulla di oggettivo ma che rappresentano una consistente quantità di eventi inquietanti, spesso criptati come se si trattasse di esoterici riferimenti in codice. Non hanno fatto altro che rendere ancora più ingarbugliata la matassa, forse perchè finalizzati proprio a nasconderne il bandolo, legittimando ogni tipo di allusione sui poteri oscuri che da dietro le quinte dell’ufficialità gestiscono gli eventi della storia e che godono di una fittissima rete di agganci che muovono in ogni campo: le strade, rispettando le leggi che ne governano le norme ed eludendo quelle istituzionali; i corridoi degli uffici finanziari e delle stesse istituzioni, corrompendo uomini deboli al denaro e al fascino del potere; i tenebrosi cunicoli sotterranei delle logge, nei quali si consumano riti esoterici e si esercitano forze oscure. Restano appunto allusioni e sospetti grandi come lo sgomento per la scomparsa di una ragazza innocente che aveva ancora davanti a se una giovinezza da dover vivere e che è invece sparita nel nulla, lasciando nel dolore più ricolmo una famiglia intera. Le allusioni portano a pensare che è questo il prezzo da dover pagare per la libertà concessaci da una presunta liberazione e da uno Stato sedicente democratico, e ciò provoca immensa rabbia. Si è vero, sono solo indizi quelli elencati e nessuno può stabilire che più indizi facciano una prova, ma quando gli stessi vengono occultati o sottaciuti restano tali anche quando potrebbero trasformarsi in prove e così spianare la strada alla conoscenza della verità. June 15 Fuga da AlcatrazNel secolo scorso si è registrato un oggettivo fermento culturale sensibile ai temi della libertà dell’uomo e della dignità dell’individualità dello stesso. Temi che si sono spesso scontrati con un sistema frenetico che non dimostra di temere affatto di mostrare il suo cinismo, sacrificando tutto ciò di cui l’uomo libero dovrebbe nutrirsi in nome della produzione ossessiva che genera profitto. Un cinismo che ha finito per influenzare l’opinione pubblica contribuendo a rendere le metropoli occidentali caotici coacervi infestati da animi individualisti che mirano all’arrivismo, tanto spietati nel perseguirlo quanto impermeabili alla perdita del proprio senso più profondo di esseri umani: la libertà di potersi fermare a riflettere, di apprezzare la lentezza e la contemplazione, la specificità e la distinzione, la libertà di poter sviluppare diverse aspirazioni a seconda delle differenti attitudini d’ognuno. La vivacità nel poter rivendicare tutto questo che orgogliosamente definiamo quanto di più antico s’è persa nei rivoli del caos moderno! Grandi libertà scaturite talvolta da piccoli ma oggi arcani gesti, ahinoi soppresse e sostituite dalle loro corrispettive effimere: il conseguimento di denaro, l’apparenza, il cantuccio borghese. L’aver sovvertito questa scala di valori è il merito, si fa per dire, del tanto glorificato progresso. Il risultato è desolante: un’umanità vuota si cela dietro la patina effervescente dei mille colori che si alternano in un disordinato movimento di eventi scenici e pubblicità ovunque, il grigio di una detenzione spirituale dietro le sbarre multicromo del “migliore dei mondi possibili”. Una volta presa coscienza di tale degrado, sviluppato un disgusto legittimo nei confronti di una condizione dell’uomo di svilimento, non possono che essere salutate con positivo interesse tutte quelle produzioni culturali che denunciano lo stato di fatto attuale rivendicando ben altri valori. Nel campo della cinematografia spicca un valido lavoro che vede Clint Eastwood quale attore principale, un urlo di ribellione contro il livellamento e che si proietta dunque verso la rivendicazione di libertà. “Fuga da Alcatraz” narra la vicenda realmente accaduta nel giugno del 1962 di un uomo, Frank Morris, che riuscì a coinvolgere altri due detenuti dell’omonimo carcere americano di massima sicurezza in una incredibile fuga. La biografia carceraria dell’uomo in questione, il sagace e tenebroso Frank, ricalca la storia dei tanti uomini che finiscono per essere spediti dietro le sbarre nell’isola di Alcatraz nella Baia di San Francisco, laddove è situata l’inespugnabile roccaforte: un rifiuto delle regole che la società intende imporre, i conseguenti problemi con quel meccanismo sadico che la stessa società si arroga il diritto di chiamare giustizia, la reclusione, la fuga verso la libertà. Una concatenazione il cui strumento efficace per arginarla risponde al nome di carcere di Alcatraz. Strumento che si erge non in nome della necessità di recupero morale del detenuto al fine di incentivarne il reintegro nella società, bensì nel sadismo becero che si propone di reprimere, relegando al concetto di pena il brutale cardine su cui si basa tutto il sistema carcerario. Frank Morris è colui che mantiene saldi i propri nervi, ferma la propria idea di distinzione che si manifesta attraverso il rifiuto delle regole imposte, dei compromessi, la mira della libertà e l’ennesima evasione, la più ostica battaglia personale da dover portare a termine pur di non tradire se stesso. Una rete di solidarietà, che paradossalmente proprio nel triste e alienante ambito della detenzione riesce a stabilirsi tra gli uomini, permette a Frank di poter contare sull’ausilio di altri carcerati per pianificare l’insperata fuga; altri tre detenuti sposano l’iniziativa, anche se uno dei tre tradirà in extremis il richiamo di libertà per paura. Scavando le pareti delle due celle in cui erano reclusi con un cucchiaio riusciranno ad aprire un utile pertugio attraverso l’impianto di ventilazione che li condurrà fuori dal carcere verso la costa dell’isola, laddove per mezzo di gommoni costruiti artigianalmente con degli impermeabili avrebbero proseguito la loro fuga. Il condizionale è a questo punto d’obbligo, poiché dei tre spiriti ribelli si sono perse da quel dì di giugno le tracce; l’ipotesi più accreditata è che siano morti nel tentativo di nuotare le gelide acque della baia e che il mare abbia inghiottito i loro corpi. Un rischio, quello dell’estremo sacrificio, che i tre avevano sicuramente preventivato e che hanno preferito correre pur di rimanere fedeli al bisogno di libertà insito in ogni uomo ma manifestato soltanto da pochi arditi. E’ dunque questa una vicenda che trova un misterioso epilogo che le rende maggior fascino e carattere d’avventura, ma il cui principio animatore è una metafora della vita. Il carcere quale luogo di repressione e sopraffazione, il carcere quale proiezione ideale di una società imbarbarita che produce omologazione, che preme, compressa e schiaccia ogni velleità ribellistica, lungi dal rispetto della dignità umana, dalla volontà di recupero. E’ bene chiarire, affinchè venga ribadita una coscienza individuale che ci permetta di dirci non facenti parte di un gregge privo di capacità intellettiva, la totale estraneità a quel livellamento culturale che si richiama a determinati principi e che si materializza attraverso leggi liberticide, totalmente avverse a quei diritti umani che le democrazie paventano, incoerenze costantemente sottaciute dalla meschinità borghese. E’ d’obbligo in tal senso non solo prendere le necessarie distanze, ma anche esprimere il proprio disgusto nei riguardi dei deterrenti che lo Stato si propone di utilizzare per far fronte al problema sicurezza, oppure alle posizioni che lo stesso rivendica con forza in politica estera, avallando in modo coercitivo l’imperialismo di USA-Israele. Nessuno si lasci abbindolare dal mito del governo di destra che combatte l’immigrazione; non è certo trasformando gli attuali CPT in veri e propri carceri od espellendo in massa i clandestini (escluse le badanti chiaramente, causa necessità di appioppare a qualche “schiavetta” le “grane senili” dei nostri anziani) che la si combatte. Il miraggio del benessere occidentale è stato propedeutico fin quando ci si è serviti della manodopera a bassissimo costo, salvo accanirsi contro le vittime di questo criminale processo qual è l’immigrazione quando il limite massimo di necessità è stato raggiunto. Per non parlare poi, è qui siamo al legame tra politica estera e politica interna col suo problema sicurezza, degli arresti preventivi nei confronti degli islamici soltanto sospettati di appartenere ad organizzazioni terroristiche o presunte tali, alimentando in tal modo la cultura dello scontro tra civiltà tanto cara a chi assume posizioni decisionali più alte dei nostri politici nello scacchiere internazionale. Accanimento che proviene da una cultura, quella della repressione, del nascondere lo sporco sotto il letto dagli occhi innocenti di una borghesia infantile abituata a nutrirli di soli specchietti per le allodole. Cultura che in quanto tale non permette eccezione ed agisce indiscriminatamente anche verso gli italiani: li getta dietro le sbarre se contestano quelle istituzioni che goffamente tentano di far fronte alla propria negligenza, causa dell’abominio delle strade di Napoli infestate da immondizia, costruendo nuove discariche; li fa marcire in galera per tempi lunghissimi in attesa di processo, talvolta per aver manifestato quale unica colpa quella di pensare (vedi reati d’opinione), riempie così le già sovraffollate carceri e si propone di renderle ancora meno vivibili andando a rivedere la Legge Gozzini, che afferma il valore rieducativo della pena, disciplinando tra l’altro diritti e retribuzione per i lavori dei detenuti nei penitenziari. Non c’è altro da dire, se non che è più che mai opportuno distinguersi rifiutando l’imposizione di un livellamento delle coscienze che sopprime l’uomo e che trova nella cultura repressiva la sua coerente proiezione; distinguersi rivendicando la propria ideale “fuga da Alcatraz”, nel giugno del 1962 da quella angusta isola, nel giugno del 2008 da questa angusta dittatura democratica.
June 09 Azzurra gioventùI bagordi d’ogni tipo che scaturirono appena due estati fa dalla vittoria della Coppa del Mondo da parte della nazionale italiana di calcio furono particolarmente elevati; caroselli, sbandieramenti, urla di giubilo ed altre tra le più variegate espressioni di contentezza e vivacità accolsero l’evento in tutto lo stivale, culminando qui a Roma, in pieno centro storico. Scene che dimostrano come la vicenda sportiva riesca ancora oggi a coinvolgere gli animi degli uomini, nonostante l’oggettiva degenerazione indirizzata chiaramente verso una matrice spiccatamente affaristica di quello che nasce invece nell’antica Grecia come valore di sana e disinteressata competizione agonistica. Le rivendicazioni di identità ed appartenenza, elementi di imprescindibile legame nello sport così come nella vita, appaiono sempre più distanti dalla patina delle pubblicità e degli sponsor che sembra in quanto ad importanza rischiano addirittura di sostituirsi all’evento agonistico in sè. Privo quindi di questi due elementi, lo sport risulta essere sempre più un contenitore vuoto d’emozioni, un microcosmo artificiale retto in piedi da lucrose leggi di mercato. Ebbene, la partecipazione tanto calorosa di innumerevoli persone in tutto il pianeta dimostra che l’approccio allo sport riesce ancora ad eludere le dinamiche mercantili che intendono assoggettarlo e regala al buio moderno del razionalismo un sussulto di luce che nasce dal cuore. Un approccio popolare che ha avuto in passato la sua degnissima proiezione nello spirito puro degli atleti, in questo caso non solo indistinguibili rappresentanti dello sport quale valore universale, bensì cavalieri di un’idea che, attraverso lo slancio agonistico ed il palcoscenico che lo stesso offre, hanno potuto ergersi a delegati di una identità, simboli di istanze innanzitutto meta-sportive. La vittoria sportiva come mezzo e non come fine, lo sport come tassello organico dell’individuo che si nutre di una completa composizione al fine di sentirsi affermato fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Come non ricordare in tal senso il celebre gesto di coraggio dei due velocisti negri che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, dopo aver vinto una gara salirono sul podio e, al momento dell’inno statunitense, indossarono entrambi un guanto nero e alzarono il pugno al cielo in segno di protesta? Gesto che faceva esplicito riferimento alle Pantere Nere, movimento di negri americani che rivendicavano i propri diritti in un paese, quello degli Stati Uniti, che dietro la maschera della democrazia nascondeva un regime di feroce apartheid, l’unico esistito in un paese occidentale nel ‘900. Ma i casi in cui la miccia della mistica politica ha fatto il suo corso divampando in un plateale ingresso nello sport sono davvero tanti, alcuni dei quali di notevole fascino: Un paio d’esempi? Gli scontri rugbystici tra irlandesi ed inglesi, rappresentazione delle tante battaglie che per secoli si sono consumate sul verde d’Irlanda tra i patrioti e gli invasori; la maestosa rissa che fece seguito ad una agguerritissima partita tra Cecoslovacchia ed URSS in piena guerra fredda, quando l’est Europa viveva sotto la cupa egida sovietica. Anche istanze extra-politiche hanno potuto avere la propria affermazione per mezzo dello sport: la forza di volontà che affronta, combatte e supera il destino tragicamente avverso si è mostrata in tutta la sua lucentezza attraverso l’impeto di atleti che, sebbene una vita tragicamente segnata da gravi menomazioni fisiche, sono riusciti nell’intento di poter competere quasi alla pari rispetto agli altri. Insomma, lo sport, questo metodo umano così fisico, così naturale di fare competizione può trascendere la sua dimensione prettamente immanente e farsi labaro di esigenze, culture e talvolta di avanguardie ideali. A tema con un torneo internazionale qual è il campionato europeo di calcio che si tiene di questi tempi, riteniamo opportuno rendere un omaggio a quegli azzurri che negli anni ’30, col fascio littorio stampato sulle maglie all’altezza del petto e con i volti scavati dalla fatica e dalla tenacia, fecero l’impresa di regalare all’Italia le prime due Coppe del Mondo della sua storia calcistica, al di là dei pronostici di quegli esperti occidentali - sportivi solo da salotto - che screditavano la nazionale italiana perché fascista e rappresentante di uno Stato giovane, forte, sovrano, salvo riverire le vittorie di qualche arrogante nazione democratica, sfortunatamente per loro vittorie estranee ai verdetti del campo, poichè relegate soltanto alla dialettica borghese. Undici atleti che seppero imporsi anche grazie al loro atteggiamento sbrigliato e brioso, peculiarità di ogni migliore gioventù, misto all’eleganza ed alla classe che contraddistinguono da sempre le aristocrazie italiche. Ma le loro vittorie furono la conseguenza e la più nitida testimonianza di un nuovo ordine che si era instaurato in Italia per concederle sovranità e vigore in ogni campo. Altre discipline sportive del “fatto in Italia” conobbero in quegli anni un periodo aureo: mai dimenticare il mito del gigante friulano Primo Carnera nel pugilato, l’ardititismo al volante di Tazio Nuvolari, il cimento sportivo femminile di Ondina Valla nella corsa a ostacoli, in barba a quanti sottacciono il ruolo di assolute protagoniste che le donne svolsero in epoca fascista. E’ su questa nobilissima scia che si consumano le due vittorie mondiali della nazionale di calcio nel 1934 e nel 1938. Una scia prodotta dalla politica realmente popolare del regime, che seppe innanzitutto trasmettere ai cittadini il concetto di italianità per poi raccogliere i frutti di questo lavoro potendosi occupare di una comunità racchiusa intorno ad un destino comune. Nella riscoperta non demagogica del mito di Roma il fascismo si fa garante del motto mens sana in corpore sano e sollecita l’attività sportiva, instaura un giorno dedicato alle discipline del corpo (il “sabato fascista”) e nel 1928 crea il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI). Tutto ciò desta oggettivi apprezzamenti, tanto che nel 1932 la FIFA decide di affidare all’Italia l’organizzazione dei mondiali di calcio del 1934; per la prima volta nella storia una nazione europea viene riconosciuta degna di organizzare un evento di cotanto valore, nonostante qualche invidiosa perplessità dimostrata dai detrattori dai paesi liberali. Gli stessi detrattori che dovranno inventare presunti favoritismi arbitrali pro-squadra di casa pur di non concedere il meritato apprezzamento ad una nazionale italiana che, lontana dai favori del pronostico, conquista il 10 giugno la sua prima Coppa del Mondo battendo in finale un’ostica Cecoslovacchia. Allusioni ai favoritismi che verranno negli anni successivi smentite dall’indubbio valore di un’Italia che riuscirà ancora ad aggiudicarsi un campionato olimpico a Berlino nel 1936 ed una nuova Coppa del Mondo due anni più tardi. Molto gustosa fu quest’ultima vittoria, la cui importanza fu imbevuta di politica fin dai mesi precedenti all’inizio della competizione: la Francia dimostrò una spiccata propensione a voler appropriarsi del titolo mondiale sul proprio suolo, strappando la coppa ai detentori italiani, cugini d’oltralpe e fautori di una politica avversa a quella del coacervo demoplutocratico di cui anche la Francia faceva parte. I blues (ai tempi ancora di carnagione chiara) dovettero invece accontentarsi di arrestare il proprio cammino all’accesso ai Quarti di finale, laddove ebbero la sfortuna di incontrare proprio la vituperata Italia che regolò gli avversari con un autoritario 1-3. Risultato che spianò la strada agli azzurri che in semifinale eliminarono il temibile Brasile ed a Parigi il 19 giugno del 1938, imponendosi per 4-2 sull’esperta Ungheria, si aggiudicarono il secondo titolo mondiale della loro storia. Nell’arco di quattro anni l’Italia di calcio fascista, guidata dal celebre Vittorio Pozzo e rappresentata da una compagine di affiatati giovani tanto abili quanto modesti, ebbe il merito di vincere i due maggiori titoli mondiali ed il torneo olimpico; una vera impresa se si pensa che in quasi un secolo di storia non è riuscita ad eguagliare questo albo l’arrogante Inghilterra, la perfida che si ammanta di aver dato i natali a tale straordinario sport.
May 26 Ettore Muti: un eroe!Il fascismo è stato senza dubbio un periodo storico che ha segnato indelebilmente il corso della storia d’Italia e del globo intero. Vanta una tale portata storica da essere riconosciuto trasversalmente come un motivo d’argomento ancora oggi attuale, seppur sovente in maniera talmente approssimativa da essere presentato più come fenomeno folcloristico che reale affermazione di volontà popolare. Non serve faziosismo per rivelarne gli aspetti positivi che ha prodotto nei vari campi del sociale che, raggruppati insieme, rappresentano la forma ideale di una nazione sana, operativa, vigorosa ed orgogliosa al tempo stesso. Riscoperta del passato glorioso di Roma, non per mezzo di uno sterile nostalgismo, bensì attraverso la riaffermazione di valori eterni che ne contraddistinsero la magnificenza imperiale contestualizzati nel secolo XX. Atteggiamento quest’ultimo che è purtroppo venuto meno con la caduta del regime, lasciando il passo ad un annichilente società moderna all’insegna del capitalismo. Opere di indiscutibile bontà sono ancora oggi visibili ai nostri occhi, di altre ne traiamo benefici sociali senza che la maggioranza degli italiani sia cosciente della loro paternità. Queste considerazioni fanno del fascismo una fucina di arte; ma sarebbe limitante riconoscere l’arte soltanto in base a quanto si edifica materialmente con quadri, sculture, viali, palazzi e quant’altro avvenga per mezzo della materia. Arte è anche modellare gli uomini, lavorare sul loro spirito al fine di forgiarne la caratura e renderli dunque testimoni di virtù che trascendano il concetto di tempo. Arte è inquadrare l’uomo in una schiera di ideali fratelli che formano un’unica volontà, concedendo loro uno stile assorbito dalla parola d’ordine “onore e fedeltà”. Produrre uomini di questo aspetto non poteva che essere prerogativa di un movimento che si costruì tra le trincee, laddove si manifestano spiccatamente spirito di corpo e coraggio. Molti di questi uomini ebbero modo di vivere in prima persona il fascismo sin dagli albori, rappresentandone poi la migliore essenza fino agli ultimi sanguinosi mesi, quelli della guerra civile, della scelta nobilissima di perseguire una battaglia su di una barricata ormai perduta, pur di non tradire. Alcuni di questi non ebbero purtroppo modo di appartenere a questa più recente fase storica del fascismo, il destino glielo proibì, il Signore li chiamò a sé prima di vederli sicuri protagonisti di quell’ultima battaglia per l’onore d’Italia. Caddero in guerra con la dignità di aver servito l’Idea sino all’estrema conseguenza a centinaia. A questi eroi fa eccezione una delle figure più fulgide e splendenti del ventennio, una delle sue migliori espressioni umane, Ettore Muti. L’epopea del guerriero ravennate Ettore Muti inizia quando egli è ancora giovanissimo; a 14 anni tenta una fuga verso il fronte di guerra in cui è impegnata l’Italia nel 1916 ma viene smascherato e rispedito a casa. Riprova l’anno successivo e stavolta, per mezzo di documenti falsi, riesce ad entrare organicamente tra le file dell’esercito, riuscendo appena quindicenne a distinguersi per le sue imprese; nello stesso anno nascono gli Arditi, di cui il minorenne Ettore entra subito a far parte. Nel 1919 cova un sentimento di legittima insoddisfazione, così come migliaia d’altri giovani italiani, nei confronti di un governo che, sebbene appartenente alla schiera dei paesi vincitori della Grande Guerra, si contraddistingue nell’elargire dei propri territori a sovranità altrui. La cosiddetta Vittoria Mutilata spinge anche lui verso Fiume al fine di rivendicarne l’italianità e di portare alto il prestigio di una nazione insieme ad una nutritissima fetta di giovani speranze. Il petto di Muti inizia a riempirsi di mostrine e l’avvento del fascismo non può che concedergli un ruolo da protagonista in battaglia: si afferma in Etiopia nella prima metà degli anni ’30, laddove nasce il mito di Muti quale eroe alato, presente alla guida del suo aereo ovunque si consumi uno scontro concitato. Dall’Africa, terra alla quale il colto e curioso Ettore Muti si affeziona, si trasferisce ben presto in Spagna. Il fascismo ha deciso di appoggiare i falangisti nella acerrima lotta che questi intendono perpetrare al cospetto di un esercito repubblicano che, in nome di un comunismo ferocemente ateo giunto dalla Russia fino alla penisola iberica, sta abbattendo ogni testimonianza di cultura spagnola alla luce dell’internazionalismo che il Komintern vuole diffondere. Qui si consuma probabilmente la più eccelsa impresa dell’esercito italiano che si fregia di onori in una guerra che per l’Italia non ha significato territoriale, bensì etico e di condivisione di civiltà con degli europei in lotta per la loro terra. Muti ha modo di giganteggiare sui cieli dell’Alcaniz, laddove riesce ad abbattere o a mettere in fuga 18 aerei avversari che lo avevano accerchiato. A suggello di queste valide imprese degli anni ‘30 viene insignito con merito della medaglia d’oro al valore militare e nel 1939 gli viene affidata la segreteria del Partito Fascista Repubblicano. In un periodo delicatissimo per la nazione si decide per l’affidare un ruolo così importante ad un uomo puro e dall’indiscutibile valore; ma è proprio la delicatezza del periodo che rende l’esperienza di Muti dietro la scrivania molto breve, l’entrata in guerra non può esimere un guerriero dal campo di battaglia. E’ così che abbandona l’incarico e riparte in volo verso missioni esemplari. Dopo il clamoroso ordine del giorno di Grandi e il conseguente arresto del Duce Mussolini, Muti viene trasferito in Spagna, dove gode di grande popolarità e dove è ritenuto a ragione il più illustre combattente della guerra civile. E’ proprio a Madrid che nel mese di agosto del 1943, dopo un mese dall’esilio a cui è stato forzato dal nuovo governo, apprende che in Italia si sta preparando un armistizio con gli anglo-americani; la notizia lo sconvolge e si piomba immediatamente a Roma. indignato mostra il suo veemente disappunto al nuovo capo di governo Badoglio. Per tutta risposta giorni dopo, il 19 agosto, lo stesso Badoglio arriva a chiedere a Muti di recarsi a Fregene, presso la divisione corazzata Camicie Nere, per convincere gli ufficiali a togliere la M rossa dalle mostrine dei loro soldati. Muti ovviamente non accetta di colpire la dignità di genuini servitori della Patria e si ritira sì nelle vicinanze di Fregene, ma per trovare serenità e meritato riposo nella sua villetta insieme alla compagna Edith Fucherova, ballerina polacca. E’ qui che la notte tra il 23 e il 24 agosto del 1943 si consuma l’infame omicidio ai suoi danni; Badoglio carpisce che Muti rappresenta l’essenza più pura del fascismo, la figura che nonostante le intenzioni denigratorie è impossibile da infangare, il perno attorno al quale potrebbero raggrupparsi nuclei di giovani smarriti dai fatti del luglio precedente. Viene allora inviato a prelevarlo da casa un commando di Carabinieri che senza dargli valide spiegazioni conduce Muti nei pressi di una pineta adiacente alla sua abitazione e che, dopo aver inscenato una inutile commedia con le parvenze di un processo seduta stante, lo fredda a tradimento con innumerevoli spari dietro la schiena, vengono addirittura lanciate al suo indirizzo due bombe… Il corpo verrà ignominiosamente nascosto tra le pattumiere dell’ospedale militare del Celio e solo grazie all’intervento di due suoi amici dell’esercito verrà rintracciato e trasportato al Verano. Soltanto con l’avvento della Repubblica Sociale, esattamente il 17 febbraio 1944, le spoglie dell’eroe verranno trasferite a Ravenna e solennemente sepolte nella chiesa di San Francesco, dove riposano i ravennati illustri, dove riposa anche Dante Alighieri. I suoi nemici, che corrispondono anche ai nemici dell’Italia tutta nel suo periodo di massima sovranità e splendore, vollero con la sua uccisione colpire il simbolo del fascismo: la semplicità, l’abnegazione, la Marcia su Roma, sulle terre d’Africa e di Spagna. Invece quel 24 agosto rappresenta il solco verso la rinascita; il fremito e l’indignazione spinse innumerevoli italiani a rompere ogni indugio iniziale e ad effettuare una scelta chiara finalizzata a riscattare la Patria dall’opportunismo che portò le anime empie ad avallare l’invasione anglo-americana del nostro territorio. La scelta chiara ebbe manifestazione il mese successivo e risponde al nome di Repubblica Sociale Italiana. Il 22 maggio del 1902 nasce quindi non solo un degno figlio d’Italia, non solo un eroe di guerra ed un uomo che alle ambizioni e alla vetrina preferì sempre la solidarietà verso i camerati e la semplicità degli uomini più saggi, nasce un mito che fece da detonatore ai natali settembrini di un gagliardetto tricolore fregiato dalle parole “onore e fedeltà”. Celebriamone i 106 anni!
May 09 9 maggio 1978, il giallo Aldo MoroIl 12 maggio del 1978, esattamente trenta anni fa, si svolgono in una Roma ancora scossa ed in austera solennità i funerali del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, morto tre giorni prima per mano delle Brigate Rosse, a seguito di un rapimento ed una detenzione durata quasi due mesi. Ai funerali di Stato partecipano ovviamente tutte le autorità italiane e molti rappresentanti esteri, il lutto è condiviso trasversalmente da tutte le realtà sociali e partitiche. Ma in un clima di tale condivisione emotiva mancano i parenti dello statista, decisi a non voler partecipare poiché in aperta polemica con le autorità che, a loro dire, non avrebbero fatto tutto il necessario per far sì che la trattativa coi rapitori potesse rilevare spiragli di speranza per le sorti del loro famigliare. In effetti questa grave vicenda storica è contornata fin dalle origini, fin da momenti precedenti al rapimento, da ombre che ne oscurano la logica ricostruzione dei tasselli che la compongono e la indirizzano nel corposo ed inquietante alveo dei cosiddetti misteri irrisolti d’Italia. Eventi, questi ultimi, spesso di una efferata tragicità, che condividono tutti delle sinistre caratteristiche quali le morti sospette di testimoni, l’occultamento e il depistaggio di prove, le indagini non svolte, il coinvolgimento frequente dei servizi segreti, organizzazioni massoniche e, un po’ meno frequente, di gruppi della criminalità organizzata. Mai la certezza di individuare i colpevoli reali, troppo spesso la necessità di trovarne di comodo e di gettare in tal modo ulteriore discredito sul prestigio storico del “bel paese”. L’approssimazione e il maldestro tentativo di presentare versioni alquanto incredibili vengono sovente condannati dalla indiscutibile importanza dei fatti. Alcuni di questi fatti non possono che essere messi in evidenza e destare punti interrogativi anche nel caso dell’omicidio Moro. Come dicevamo poco sopra, questa vicenda assume delle prime avvisaglie già quattro anni prima: ”Nel 1974 - spiega Galloni, allora esponente della Democrazia Cristiana - il presidente americano Ford e Kissinger (allora ministro degli esteri e capo della Cia) convocarono a Washington il nostro presidente della Repubblica, che era Giovanni Leone e il ministro degli Esteri, Moro. Gli americani erano preoccupati per le frasi di Aldo Moro, quando, dopo il referendum sul divorzio, iniziò a parlare dell’attenzione che si doveva rivolgere al partito comunista. Ad un certo momento della riunione Kissinger chiamò Moro e gli disse chiaramente che se continuava su quella linea ne avrebbe avuto delle conseguenze gravissime sul piano personale”. Lo stesso Galloni spiega che Moro successivamente gli confidò di essere certo che all’interno delle Brigate Rosse vi fossero elementi infiltrati dalla Cia e dal Mossad e che dunque avrebbe mantenuto una guardia alta. Ma perché questa ostilità americana nei confronti di un noto esponente di un governo italiano presieduto da una DC da sempre strumento d’oltreoceano e rassicurazione di un loro controllo sulle politiche di un paese che avevano invaso nel 1945 e che ancora oggi non cessano di voler tenere sotto il proprio controllo? Forse l’Aldo Moro precursore del governo dalle larghe intese eccedeva di autonomia decisionale? Forse non era ben accetto il fatto che per neutralizzare i comunisti volesse integrarli all’interno del sistema proponendogli incarichi in cambio del voto di fiducia al governo Andreotti? Possibile; agli americani conveniva magari relegare il comunismo ed ogni altra eversione in Italia ai margini della società, nel terrorismo e nella logica fratricida degli opposti estremismi, affinchè l’opinione pubblica avvertisse la necessità di mettere al bando ogni ideologia che si opponesse a quella imposta dallo Zio Sam. Ipotesi, queste. Fatti, invece, quelli che fanno della vicenda del rapimento e dell’uccisione di Moro un mistero. Il primo dubbio sorge in merito al luogo in cui avviene il rapimento, a Roma in via Fani. I rapitori fin dal giorno precedente all’azione hanno pianificato il tutto. Eppure, apparentemente nessuno dovrebbe sapere che la mattina del 16 marzo Aldo Moro percorrerà via Fani, in quanto i suoi innumerevoli impegni quotidiani lo portano a cambiare tragitto continuamente. Ma nessuno riesce ad evitare l’agguato, nonostante oltretutto nei giorni precedenti, in una trasmissione di Radio Città Futura giunge una pesante indiscrezione: le Brigate Rosse starebbero preparando un “colpo ad effetto” contro lo Stato proprio per la mattina del 16 marzo, giorno in cui verrà votata la fiducia di DC e PCI al governo Andreotti. Agguato molto deciso che non intende risparmiare nessuno: transita una moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo. Una spara alcuni colpi di mitra contro due testimoni. Nessun investigatore ha mai identificato queste persone. Nessuna conferma è mai giunta dai brigatisti, irriducibili, pentiti o dissociati. Inoltre, vengono uccisi tutti gli uomini della scorta, come se anch’essi potessero rappresentare scomodi testimoni di un qualcosa che deve rimanere segreto. Viene però risparmiato il colonnello del Sismi Gueglielmi, stranamente presente su quella medesima strada la stessa mattina. La sera del giorno successivo iniziano a manifestarsi i primi sospetti: alla direzione della Polizia giunge una segnalazione precisa: in via Gradoli, una traversa di via Cassia, al numero civico 96, vi è un covo delle Brigate Rosse. In quello stabile, all'interno 11, vivono da giorni Mario Moretti e Barbara Balzerai. La mattina successiva agenti di polizia perquisiscono gli appartamenti di via Gradoli 96 (che tra l’altro appartengono tutti ai servizi segreti…), tranne uno, quello occupato appunto dai brigatisti. Come ogni mistero che possa esser definito tale in ogni sua sfaccettatura, non può mancare la componente esoterica, elemento che annuncia la presenza come attori protagonisti di strutture legate da vincoli di confraternita massonica. Componente che irrompe in questa vicenda il 2 aprile del ’78 nei pressi di Bologna: un gruppo di professori universitari, tra i quali Romano Prodi e moglie, tiene una seduta spiritica. Nel gioco del piattino compare la parola "Gradoli". La notizia viene comunicata alle autorità e la Polizia fa un blitz a Gradoli, cittadina in provincia di Viterbo, dove vengono perquisite tutte le abitazioni ma non viene trovata traccia di Moro nè dei rapitori. In quelle ore concitate, Eleonora, moglie di Aldo Moro, si rivolge alla Segreteria del Ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Chiede se Gradoli sia anche il nome di una via di Roma. La risposta è secca: a Roma, via Gradoli non esiste. Il 18 aprile irrompe invece nella vicenda la componente criminale: una telefonata al quotidiano romano Il Messaggero annuncia l'arrivo di un messaggio delle Brigate Rosse. Nel comunicato numero 7 si annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si troverebbe "nei fondali limacciosi del lago della Duchessa." Ma il comunicato è visibilmente contraffatto. Nonostante ciò le forze dell'ordine si recano con elicotteri e uomini lungo le rive del Lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Anche in questo caso, di Moro nessuna traccia. Il documento viene scritto materialmente da un certo Tony Chicchiarelli, falsario della Banda della Magliana (gli stessi che assassineranno il giornalista Mino Pecorelli, personaggio legato alla massoneria che sapeva molto su Aldo Moro ed amava scriverne sulle pagine dei giornali), in contatto con uomini del Sismi e della loggia massonica P2 di Licio Gelli. Contessa che ricorre nella vicenda: in via Caetani, proprio laddove sorge il palazzo della contessa in questione (quella a cui è intitolato il lago reatino e la via romana), verrà fatto ritrovare dai terroristi il corpo di Aldo Moro in data 9 maggio 1978. Nel mese di marzo scorso, in occasione della ricorrenza del rapimento, la TV francese France 5 ha mandato in onda un film-inchiesta dal titolo “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”. Il momento più importante dell’inchiesta è l’intervista a tal Steve Pieczenik, ex membro del Dipartimento di Stato statunitense, inviato da Jimmy Carter ufficialmente come “consulente psicologico” durante il rapimento, ma che in realtà si rivela un ambasciatore con l’obiettivo di rendere la situazione il più possibile sotto il controllo americano. Egli rivela davanti le telecamere: "Era necessario che Aldo Moro rimanesse in vita il tempo necessario a mettere in opera una strategia per garantire la stabilità politica italiana" dichiara Pieczenik ed aggiunge "la decisione conseguente, il prezzo per mantenere la stabilità politica era la morte di Aldo Moro". Giunti alla quarta settimana di prigionia ed aumentati i rischi di comunicazione da parte di Moro di segreti di stato, "è stato necessario prendere la decisione se poteva vivere o morire" e "la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti". Peccato che questo filmato non sia stato ancora trasmesso da alcuna emittente italiana e che qui da noi addirittura se ne ignori l’esistenza. Sta di fatto che l’intervista a questa figura misteriosa si conclude così: "l’uccisione di Moro ha impedito il crollo dello Stato, la ragion di Stato ha prevalso sulla vita dell’ostaggio". Parole sibilline che lasciano pensare all’ennesimo complotto perpetrato ai danni del paese attraverso oscure trame che fanno muovere i fili della politica ufficiale da dietro le quinte, oggi come ieri.
May 05 5 maggio 1981, martirio di Bobby Sands
“Mi hanno dato per casa un'angusta cella, rubato il mio cuore e il mio destino; hanno detto che sono pericoloso: qualcosa di cui non bisogna parlare.
Bobby Sands, carcere di Long Kesh 8 aprile 1981
April 28 28 aprile 1945: piovon fiori su Piazzale Loreto...
Tutto sarà fatto nel nome della democrazia, della giustizia e della libertà: un paravento dietro il quale si nascondono gli interessi del più sudicio capitalismo, venga questo da Londra, da New York o da Mosca.
April 25 25 aprile: lutto!E’ pazzesco, è evidente dimostrazione di inettitudine o, peggio, di malafede travestita da falso moralismo. E’ un insulto esplicito all’Europa, agli anni contrassegnati dallo splendore nelle arti e nella guerra, dal dominio sul mondo intero in ogni campo culturale. E’ un falso storico che riecheggia ogni anno ad aprile e che fa si che ci si autoconvinca masochisticamente che nello stesso mese dell’ormai lontanissimo 1945 sia avvenuto per il continente, per il pianeta tutto, un fatto positivo. Si celebra la data che rappresenta il suggello di un’infame guerra civile che ha visto uomini della stessa nazione scannarsi come fiere mosse da primitivi impulsi, gli uni per difendere ogni brandello della propria terra dall’invasione di popoli che, provenienti dall’Est bolscevico o dall’Ovest plutocratico, erano accomunati dal medesimo proposito: aggredirci ed imporre la loro visione del mondo, il loro giogo alle nazioni legate da un patto d’acciaio all’insegna del latino fascio littorio e dal nordico swastica. Oltraggioso nei confronti della nostra dignità di europei, della catena di sangue e spirito che ci ricollega idealmente a secoli e secoli di affascinante storia, non riconoscere che nell’aprile del 1945 non vi sia stata esclusivamente una sconfitta per gli italiani o per i tedeschi. E’ necessario ribadire fino a che avremo fiato in gola ed inchiostro da poter spendere su carta che la seconda guerra mondiale fu persa dall’Europa. Fregiati del titolo di vincitori hanno perso la guerra anche gli inglesi e i francesi, i belgi e gli olandesi, gli slavi e gli scandinavi, così come i neutrali spagnoli. Sebbene alcuni di questi paesi abbiano decorato il loro petto con medaglie luccicanti ed abbiano partecipato alla miserabile spartizione di territori al tavolo degli americani e dei sovietici. Chiunque abbia un minimo di cognizione di causa in materia storiografica, chiunque si approcci all’argomento con un barlume d’obiettività e di logica, rileva come quell’aprile 1945 abbia segnato la fine di un prestigioso percorso che, attraversando il tumultuoso e talvolta severo corso della storia, aveva insignito il Vecchio Continente quale guida, politica e spirituale, degli umani eventi. A seguito di quei giorni cupi l’Europa, da soggetto, si avviava a diventare oggetto della politica mondiale. I fatti ci hanno dato inesorabilmente ragione, a prescindere dagli starnazzi da oche dei burattini e dei burocrati della politica che ci paventano presunto vigore e senso di comunità, forti di quella meschina struttura prettamente economica che risponde al nome di Comunità Europea. Starnazzi che come tali, al cospetto dell’evidenza di un’Europa sempre più americanizzata nei costumi e sempre più appiattita come coscienza dal cancro dell’individualismo e del mito del progresso materiale, rappresentano per le nostre orecchie inquinamento acustico. Nulla potrebbe oggi l’Europa qualora le onde degli orgogliosi e devoti popoli islamici, delle stoiche e volenterose neo-potenze asiatiche decidessero di urtare contro le sue decrepite strutture sempre più dipendenti dal padrone a stelle e strisce. La loro veemenza è dimostrata dall’enorme mole immigratoria che riescono a muovere verso di noi; la loro scafatezza e volontà d'affermazione e di espansione, le loro donne dal ventre sempre energicamente propenso a generare nuove vite. Di contro, la secolarizzazione della nostra fede, la desolazione delle nostre di donne, dal ventre dedito al massimo a muoversi al ritmo musicale su di una pista da ballo. Questa è un’Europa svuotata da ogni slancio verticale dal materialismo e dal benessere borghese che rendono l’uomo relegato a cane da guardia della proprietà, del suo cantuccio, della sua effimera libertà di sentirsi padrone anarchico di se stesso e di ciò che lo circonda, del prezioso bene con cui Dio ci ha donato di convivere: la natura. Questo lo squallido paesaggio verso cui i nostri destini di europei si sono affacciati il giorno in cui ci venne aperta innanzi la porta della libertà: un grigiore che col passare dei decenni s’è infittito e ci sta condannando sempre più evidentemente alla stregua di volgo urlante ed isterico; materia grigia scarsamente stimolata, cuore vuoto d’ogni fede, ecco il tipo umano deriso e truffato da caste di abbuffini che speculano sulla sua miseria, facendolo soltanto credere libero e tenendolo realmente come uno scodinzolante cagnolino al collare di subdole ed invisibili dittature presiedute da lobby finanziarie che dettano regole a governi che “democraticamente” la massa elegge attraverso la farsa della croce sulla scheda elettorale. Ebbene, è coerente allora con la loro bassezza che i nostri contemporanei riconoscano nel 25 aprile una data chiave della turpe svolta cui fu vittima sacrificale l’Europa, la definitiva affermazione della deriva antropologica di cui sopra. Il merito storico di tentare una svolta a tale deriva viene riconosciuto ancora oggi da chi crede ancora nella purezza del proprio cuore e del proprio sangue che ne pompa le arterie. Riconoscimento che va all’Asse italo-germanica, non è un caso che l’ostracismo di tutto il mondo occidentale (quello dei plutocrati) fosse stato palesato verso i fascismi ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Una solida Asse che si prefisse il nobile scopo di ridare una spina dorsale all’Europa tutta, di ricondurla sulla strada della grandezza e della sovranità, spezzando le reni alle sanguisughe dell’alta finanza che intendevano avventarsi su di essa. Nell’Asse riviveva, in forma contestualizzata al periodo storico, il mito del Sacro Romano Impero, quell’incontro operante tra romanità e germanesimo che aveva assicurato all’Europa la fioritura della civiltà medievale. Non a caso a Berlino si guardava alla spiritualità nordica ed a Roma riviveva il classicismo imperiale. Inevitabile fu lo scontro radicale con le potenze nemiche, con chi opponeva a questa comunione di spiriti una visione del mondo nel nome del materialismo. In molti, a prescindere dall’appartenenza nazionale, ebbero la sagacia di cogliere la portata universale di un tale scontro ed ebbero, prima la qualità spirituale di riconoscersi nell’Asse, poi la volontà e il coraggio di condividerne la barricata. Ogni angolo del Vecchio Continente è testimone di episodi che videro protagonisti eroi di tutte le nazioni che, nonostante l’impari superiorità meccanica del nemico, tennero duro fino alla fine, sino in fondo, fin davanti al plotone d’esecuzione o davanti alle condanne delle Corti eccezionali. L’Europa è dunque morta nell’aprile 1945, ma l’ha fatto con onore. I suoi ultimi cavalieri ne hanno tenuto alto il vessillo: lo hanno fatto i francesi della divisione Charlemagne sotto il Reichstag berlinese fino ad oltre un mese dalla fine della guerra, lo hanno fatto i falangisti spagnoli caduti presso Leningrado o nella prigionia siberiana, come i superbi combattenti della Legione Vallone che arrivarono fino al Caucaso o i camerati dell’Est che tentarono coraggiosamente di difendersi dalla crudeltà dell’orso sovietico. Lo hanno fatto gli ultimi superstiti germanici per difendere strenuamente i ponti dell’Adige e del Po, accanto ai marò della X flottiglia MAS. E’ nostro compito oggi cogliere il senso del loro sacrificio, raccoglierne l’ideale torcia e badare a tenerla accesa al fine di creare uno spiraglio di luce nel buio della notte cui oggi siamo noi tutti condannati, auspicando che tale luminosità venga alimentata da chi dopo di noi sarà chiamato a farlo. Laddove c’è sincero ricordo di un passato dignitoso c’è speranza di un futuro nuovamente tale. Viva L’Europa!
April 20 XXI Aprile“Roma non è soltanto una entità geografica.
E’ partendo da questo concetto che si deve fondare ogni meta ideale, riferimento, aspirazione a quel prestigioso mantra di quattro lettere che racchiude in sé una potenza di tale portata da renderla trascendente nel tempo. Il 21 aprile non v’è in città alcuna festa patronale, né tantomeno comunale; il 21 aprile è una data sui generis, un ancestrale mistero storico in cui riconoscere l’inizio di un superbo cammino a tappe che riproduce nel proprio microcosmo la ciclicità delle vicende umane. Celebrare il 21 aprile è un rito che costantemente si ripete al fine di esumare quelle forze arcaiche che corrispondono a valori di fede, onore, gerarchia, volontà, a prescindere dall’appartenenza geografica. Concetti che vengono riassunti dall’impetuoso termine Imperium, le cui vestigia furono ammirevolmente ereditate da altre degne progenie nel corso dei secoli successivi alla caduta dell’ultimo Cesare. Roma, dunque il 21 aprile che ne rappresenta i sacri natali, è la Tradizione, è la volontà di evadere dai liquami del mondo moderno e di proiettare sé stessi verso la luce di quella dimensione metastorica che funge da ponte tra cielo e terra, tra sacro e materiale. E’ dunque azione che riconosce il proprio punto focale in una precisa data ma che si svolge quotidianamente, beffandosi d’ogni mera e incapacitante staticità nostalgica; Roma và affermata, non contemplata. Del 21 aprile vanno fieri di celebrarlo quanti si riconoscono in tutto questo, non quanti intendono esclusivamente sostenere la festa vuota di contenuti dell’agglomerato di individui che oggi popolano la città senza condividerne lo storico destino aureo. Affermare Roma è quindi la nostra parola d’ordine, farlo riscoprendone i segnali che quel suo passato di gloria ci propone per vivificarli e renderli attuali nella nostra lotta al mondo moderno, quello che si pone agli antipodi da Roma, quello in cui vige l’ateismo ed il potere si riflette nel mondialismo che vuole schiacciare anche noi, stoici baluardi della Tradizione, verso l’appiattimento della società che ha prodotto. E’ bene stimolare la lotta che ci proponiamo di portare avanti scrutando talvolta tra gli angoli più oscuri, rispolverandoli dal dimenticatoio dei più, quegli episodi che si rendono sintomatici della maestosità di Roma. In tal senso vogliamo riferirci a quanto avvenne nel giugno del 451 d.c. nel Nord della attuale Francia, precisamente nei pressi di Châlons-en-Champagne (località oggi famosa per la produzione dell’omonimo vino). La Battaglia dei Campi Catalaunici non è un episodio storico da ascrivere esclusivamente alla già ampia lista di vittorie delle insegne imperiali, bensì è uno spunto di riflessione, un breve lasso di tempo se paragonato alla vastità di diversi secoli d’Impero Romano ma denso di significato: un riassunto della superiorità di Roma, del suo stile apollineo, coerente, lineare scolpito nel marmo innanzi alla barbarie della violenza priva d’ogni indirizzo trascendente e di ogni coscienza di volontà. E’ un periodo, quello intorno al 451, in cui l’Impero, giunto oramai quel lasso temporale di inesorabile declino chiamato tardo impero, è suddiviso in Oriente ed Occidente; il riferimento a Roma si è trasformato in un mero apparato burocratico che produce disgregazione, caos ed anarchia, con lotte tribali e pericolosi campanilismi tra popolazioni vicine. La totale assenza di compantezza ed unità d’intenti che contraddistinsero gli anni più prestigiosi di Roma nell’ambito del suo vasto Impero sono ormai un ricordo, l’attuale situazione di precarietà è tangibile anche al di fuori dei confini imperiali e porge il fianco ad eventuali velleità belliche di qualche violenta popolazione barbarica. L’occasione di infliggere un duro colpo nel cuore dell’Europa civilizzata, dell’Impero Romano, è fin troppo ghiotta per gli Unni del feroce Attila, popolo di stirpe turco-mongola che, tra un saccheggio e l’altro, và imperversando per tutta l’Europa dell’Est, seminando morte e terrore. Un popolo, quello unno, che sa trasformare il nomadismo in affilata arma di espansione e conquista, si fa beffa delle difese poste innanzi alla sua avanzata verso Ovest e riesce a penetrare sino in Gallia, mettendo in ginocchio antiche roccaforti romane e ponendosi l’obiettivo di occupare Tolosa, capitale dello stato dei Visigoti e fulcro dell’Impero in quella zona dell’Europa. E’ da queste prerogative che inizia il duello decisivo con Roma; la perdita di una città di così vitale importanza comporterebbe un fardello quasi mortale per l’Impero tutto. E’ qui che entra in scena uno degli uomini più insigni della storia degli ultimissimi anni dell’Impero Romano, il fulveo generale Ezio, germanico da parte di padre e patrizio romano da parte di madre. Un adulto figlio d’Europa assume quindi l’onere di sbarrare la strada alle mire blasfeme dei nomadi Unni; responsabile militare dell’Impero d’Occidente e fervido fedele al nome di Roma, prepara scrupolosamente quello che prevede sarà lo scontro decisivo con i nemici. Mobilita tutte le popolazioni della Gallia, scuote le Legioni, convince che ne vale della sopravvivenza dell’Europa, delle proprie diverse tradizioni che Roma seppe integrare senza mai confonderle né soppiantarle. Rompendo finalmente gli indugi, parte all’indirizzo di Orleans, laddove arriva però in ritardo: gli Unni stanno appena finendo l’assedio, lasciando alle loro spalle fiamme e disperazione. Ma Ezio intuisce che gli Unni sono ormai stanchi, le loro forze vengono sempre meno ed essi, riluttanti alla disciplina e all’ordine, da buoni zingari, non possono concepire il concetto di ritirata in stile classico, un eventuale ripiegamento al contrario provocherebbe spaccature insanabili tra le file comandate da Attila. Per questo Ezio li tallona e fa sì che i due schieramenti si trovino a fronteggiarsi nei Campi Catalaunici. Lo scontro sarà violentissimo, la stima dei caduti si aggira intorno alle 300 mila unità. Militarmente la bilancia si inclina dalla parte dei Romani, tanto da far convincere Attila che l’Impero sul campo, impersonato nella figura del generale Ezio, è ancora solido come un tempo, imbattibile.Un episodio che colpì profondamente Attila, una sconfitta che fu tanto atroce nei numeri quanto nella carica simbolica che la stessa assunse, consapevolezza che costrinse il condottiero unno all’insonnia la notte successiva. Egli vagò col suo cavallo per i campi, teatro di battaglia poche ore prima, e, scrutando i corpi senza vita dei soldati ed ascoltando i lamenti dei mutilati lasciati sul terreno, apprese una dura verità. La lotta contro Roma non era una lotta contro un territorio nemico, come d’altronde le tante che aveva condotto nel passato e che gli valsero i galloni dell’abile condottiero. Roma era un principio ed una civiltà ordinatrice che non poteva certo esser soppiantata dagli istinti primordiali di un popolo della steppa. Attila capì che i suoi uomini avevano un limite che mai gli avrebbe concesso la grandezza di un Impero: essi, slanciati verso la conquista, dimostrarono abilità ed efferatezza nel distruggere, ma mai nel riedificare, al contrario dei Romani. Roma era le città, le strade che le collegavano, il sistema giuridico che ne regolava la vita all’interno e le Legioni che ne badavano all’incolumità sui suoi confini. Roma era l’arte e la cultura dei suoi raffinati mecenati, l’edilizia ed i mercati degli astuti uomini d’ingegno, la politica dei sagaci governanti, la religione fermamente radicata nell’animo della gente e magicamente catalizzata intorno ai templi ed ai suoi sacerdoti, la solidità delle famiglie ed il culto della propria discendenza, dei propri avi. Tutto ciò era Roma, passato ed avvenire, un principio trascendente e nobile che si colloca al di sopra d’ogni dottrina meramente storica. Attila, il coraggioso, l’astuto, il cinico, dovette ammettere la propria inferiorità, quella del suo popolo, alla razza che seppe esprimere cotanta aristocrazia dello spirito e che, seppur in un periodo di oggettivo declino, regolò i suoi uomini, specialisti del terrore e dello stupro, con una sonora sconfitta. Vicenda storica che rappresenta un emblema: fu dimostrato in quell’occasione che la barbarie non può vincere sul principio dell’ordine ed è d’uopo riscoprirne il senso al fine di rendere attuali e capacitanti le celebrazioni del 21 aprile. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||