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Associazione Culturale
August 28

Caucaso infuocato

Un’estate questa in cui i colori sfavillanti ed il riverbero acustico dello specchietto per allodole dell’Olimpiade cinese hanno contrastato con il cupo colore della terra del Caucaso ed il sordo rumore delle cannonate. Il teatro di guerra che ha scosso i notiziari internazionali è stata la Georgia, laddove truppe russe hanno intrapreso un’irruzione inaspettata ai più nella regione dell’Ossezia. Uno scenario di guerra che ci ha certo rattristati, ma non tanto per il fatto che un nuovo focolaio si sia acceso improvvisamente, cosa che, con buona pace dei pacifisti, sempre è accaduta nella storia e probabilmente continuerà ad accadere in ogni dove. Ciò che provoca tristezza e rancore è la arroganza americana che si esprime sul suolo europeo; non che ci credessimo avulsi da un certo qual tipo di rancore, è chiaro, ma è altrettanto chiaro che dover registrare un asservimento tale - sebbene sia l’ennesimo - da parte dei paesi che avrebbero un bagaglio di civiltà europea da cui poter attingere, ci è sempre di difficile digestione. Iniziamo col premettere che mentre scriviamo la situazione politico-militare in quella zona è in evolversi, il cessate il fuoco proposto dalla UE è stato sottoscritto da entrambi i contendenti, ma una risoluzione ufficiale non è ancora stata condivisa dalle parti in causa; intanto la Russia procede verso un lento e guardingo ritiro e riconosce l’indipendenza dei territori di Olsezia e Abkhazia, non mancando di inviare gagliarde frecciate alla NATO. Fatta la premessa, passiamo all’analisi. La Georgia, piccola regione che affaccia sul versante orientale del Mar Nero, è uno dei tanti Stati che riacquisirono l’indipendenza dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, un’indipendenza che può dirsi sacrosanta dati i caratteri di specificità culturale che contraddistinguono il popolo georgiano da quello russo. Indipendenza che, come le altre avvenute nel medesimo periodo in altre zone del Caucaso, fu conclamata dai media occidentali come una conquista tanto agognata da popolazioni che, dopo decenni di dittatura sovietica, riuscivano finalmente ad emanciparsi dall’oscurità, vedendosi spalancare lungo il proprio cammino la porta d’accesso al mondo presumibilmente sano e cristallino della democrazia. Finalmente la libertà dunque, che però sotto la superficie edulcorata dei diritti dei popoli tanto paventati, si esprime in realtà attraverso i freddi calcoli economici dei banchieri occidentali: governi fantoccio che consentono frontiere dei mercati aperte senza riserva di chiusura alcuna, privatizzazioni scellerate e nuovi consumatori di cui potersi servire. Questa la libertà che i paladini di democrazia a stelle e strisce, in nome di una presunta missione messianica di cui si sentono investiti, donano candidamente ai popoli oppressi; una mera parola che nei fatti è infarcita di speculazione e profitto, concetti che poco attengono alla sovranità di un popolo di esprimere liberamente una propria cultura. Contraddizione che ha avuto il suo sintomatico evolversi in Georgia appunto; non era certo la salvaguardia delle tradizioni secolari nè del popolo georgiano né di qualunque altro che interessavano ieri gli USA, bensì l’opportunità di accaparrarsi un bacino affaristico ulteriore. A far gola alla brama americana c’è oggi un lungo oleodotto di 1768 Km che partendo da Baku, capitale dell’Azerbaigian, e passando per la Georgia, arriva fino al porto turco del Mediterraneo di Ceyhan. Questo lungo oleodotto ha una caratteristica che rassicura momentaneamente e fa gongolare gli USA: è l’unico oleodotto europeo che non passa per territorio russo e che è controllato da una società privata in parte americana. E in progetto c’è anche un analogo gasdotto che obbedisce sempre alla logica di tagliar fuori la Russia dagli approvvigionamenti energetici, usando la Georgia. Ritengono quindi necessario che a rappresentare formalmente il piccolo Stato caucasico vi sia un governo amico dell’amministrazione Bush, per meglio dire, governo fantoccio. Un governo nato sulla breccia di una delle tante “rivoluzioni colorate” che si sono palesate ad Est Europa ogni qual volta un governo non facesse gli interessi dell’alta finanza mondialista, al fine di delegittimarlo agli occhi dell’opinione pubblica tacciandolo di retrogrado autoritarismo e corruzione, sostituendolo quindi con una casta politica nuova, piena di propositi verbalmente sinceri, finanziata da lobbies di ricchi mercanti e formata da provetti tecnici formatisi nelle più rinomate università occidentali. Un processo curato a puntello dai burattinai americani e che produce ogni qual volta una situazione congeniale ai loro interessi, privando tra l’altro la temibile Russia di importanti aree di influenza. Appunto, proprio ciò che è avvenuto in Georgia ed ha visto prendere il potere al burattino Saakasvili, amico dell’occidente e strategica spina nel fianco di Putin. Uno spietato genocida che oggi finge da agnello sacrificale dell’improvvisa irriverenza russa, ma che in realtà le aveva già preparato una calda accoglienza, facendo trovare il proprio esercito pronto allo scontro con tanto di armi puntate, armi fornitegli dall’alleato israeliano, investitore di spicco nell’economia georgiana. Le stesse armi utilizzate per perpetrare una sanguinosa repressione ai danni della minoranza osseta che da secoli reclama la propria indipendenza dalla Georgia e che storicamente sente un forte legame con la Russia. Avvalendosi dello stesso criterio utilizzato nottetempo dai georgiani per assicurarsi la propria indipendenza dall’allora Unione Sovietica, i russi intendono oggi peronare la causa degli osseti, fornendo a questi ultimi la possibilità di assumere la cittadinanza russa, in modo tale da legittimare il proprio intervento poiché in difesa di connazionali. E’ evidente che il principale interesse russo non sia la salvaguardia della specificità del popolo osseto, bensì la volontà di non farsi tagliare fuori dalla logica del controllo delle risorse energetiche su un territorio su cui ancora oggi esercita una notevole influenza oltre che politica, culturale. Non azzardiamo a credere nella bontà di Mosca e nell’opportunità di legarsi fedelmente alla sua indiscutibile imponenza odierna, ma sicuramente non ci è sopportabile l’atteggiamento americano, che intende utilizzare il sacro suolo d’Europa come scacchiere dei propri interessi finanziari, imponendo subdolamente il proprio modello culturale tramite le sue multinazionali che edificano come funghi le proprie strutture laddove le bombe dell’esercito preparano il terreno facendo tabula rasa. Preferiamo che i lunghi tentacoli dei polipi d’oltreoceano vengano amputati prima che arrivino a violare le nostre terre e che i famelici mercanti che li conducono si occupino di affari di bottega invece di gestire armi e causare guerre fratricide. Vorremmo un’Europa che possa quantomeno sperimentare un tentativo di sovranità che non si riconduca al mero mercantilismo american-israeliano, ma che nasca dal cuore pulsante dei suoi popoli, riconoscendo magari quale alternativa al polo occidentale la Russia, per risorse energetiche, prestigio politico e ampiezza di territorio. Un’Europa che è agli antipodi rispetto ad una miserabile Polonia legata a campanilismi obsoleti, piegata all’esigenza americana di costruire sul proprio suolo uno scudo missilistico anti-russo; rispetto ad una inetta Germania che avalla l’entrata nella NATO della Georgia, rischiando così di inviare soldati di tutti i paesi appartenenti al mutuo soccorso occidentale a scannarsi con i russi per interessi che di europeo non hanno nulla; rispetto ad una traditrice Serbia che vende un suo fiero ex leader ad un tribunale internazionale che si arroga il diritto di giudicarlo un criminale; rispetto ad una servile Georgia quale artificiale strumento americano di accesso all’energia. C’è un motto georgiano che dice: Dzala ertobasia, l’unione fa la forza. Ebbene, vorremmo che venisse assunto che l’unione da riscoprire, tale da generare forza, è quella tra i popoli d’Europa, affinchè si possa esser padroni a casa propria. Scacciare i mercanti, uccidendo idealmente - in degna proposizione di San Giorgio, patrono appunto della Georgia - quel nefasto drago simboleggiato oggi dal materialismo liberista che affonda le proprie radici nelle menti diaboliche di pensatori di origini extra-europee…
anti-nato
July 29

29 luglio 1883, nasce Benito Mussolini

Nel celebrare la data che in Dovia di Predappio, nell'entroterra romagnolo, diede i natali al Duce Benito Mussolini, una citazione che ancora oggi, a 125 anni di distanza, conserva un evidente crisma d'attualità, in barba ad ogni nostalgismo di carattere meramente folcloristico e dunque castrante in quanto tale.
 
“Le fedi che sorgono sono necessariamente intransigenti, mentre sono transigentissime le fedi che declinano e muoiono.” (Dal discorso al Parlamento del 10 Dicembre 1921)
 
Cam10
July 24

24 luglio 1694, nasce la Banca d'Inghilterra

Il "debito pubblico" è l'entità finanziaria che vincola l'emisfero povero ai voleri dell'emisfero ricco.

Colpevoli di tale angheria sono le banche, le organizzazioni non governative e le multinazionali, ma sopratutto la cultura consumista a cui la massa è stata iniziata dal progressismo figlio della rivoluzione libertaria.

Il nord potrebbe vivere delle risorse che la natura gli ha donato, né misere né eccessive, ma la logica del commercio e del capitale lo portano a derubare ricchezze altrui, preferibilmente se in possesso ad indifesi.

L'origine di questo neoimperialismo la troviamo nel mercato: in teoria dovrebbe mettere tutti i partecipanti piccoli o grandi sullo stesso piano, in realtà è studiato per concedere ai poteri forti azioni ancora più ampie ed incisive.

Dopo l'ultimo dopo Guerra organi di credito come BIRDS e FMI (fondati stranamente nel 1944, a Bretton Woods) creano il debito pubblico nel Terzo Mondo inserendo insieme al prestito concordato, clausole che gli Stati clienti sono obbligati ad accettare, pena la scomunica dalla chiesa tecnocrate. Le "proposte" avanzate, privatizzazioni e dazi azzerati, danno successivamente alle multinazionali la possibilità di sfruttare risorse di enorme portata, acquistate a cifre irrisorie.

L'incapacità di risolvere il contratto di prestito e le passività in continuo aumento, sono le catene che legano il prigioniero al carceriere.

Non deve però trarre in inganno questa simbiosi: il modello di vita occidentale è rappresentabile nella duplice veste sia di complice che di vittima, reo d'aver creato la sottomissione economica ma d'averne subito anche le conseguenze.

E' nel Nord che si è sviluppato il primo "debito pubblico", virus che ha poi contagiato il Sud per esigenze vitali. Destinato a non estinguersi è l'effetto di troppe guerre ed ingiuste sconfitte europee. Possiamo solo dire che l'archetipo ancora in vita è più alto di quello terzomondista al quale la massa preferisce interessarsi.

 

Di recente George Bush senior, parafrasando il David Rockeffeler di qualche anno fa, ha dichiarato: "da questi tempi di sconvolgimento può emergere il nostro obbiettivo, un Nuovo Ordine Mondiale".

Rimanere nell'ombra, istigare al caos, ed uscire al momento opportuno travestito da benefattore, è da sempre prerogativa dell'illuminato.

Lui non si cura delle vittime, considera gli uomini merce da usare, è l'unico consumatore, la pietra angolare che sovrasta una piramide costruita con le pendenze accumulate dai popoli nei confronti del Dio economico, la banca.

Da questo punto di vista, il debito pubblico assume una importanza fondamentale per arrivare al fine ultimo del Piano: l'egemonia sul mondo.

L'infame lobby può contare sull'aiuto dei media; la disinformazione ha il vantaggio di concedere la giusta riservatezza ai salotti buoni mentre a noi ci rifila notizie spazzatura.

 

La scienza economica si sovrappone alla sovranità e all'indipendenza delle nazioni, mentre le menzogne minano la sacralità della religione.

Detronizzare e calunniare, proprio come fece il Portatore di Luce.

In questo conflitto si và a creare quindi un caos interiore, e considerato che la fede nell'intangibile è stata barattata con la libertà di trasgredire, forme di redenzione alternative sono sempre ben accette : Moralismo fariseo fatto passare come etica Cristiana, avvenimenti musicali "impegnati" dove si pensa a salvarsi facendo festa, esplosioni d’edonismo "altruista", apoteosi di talenti individuali inutili che si esprimono nel canto e nel ballo, in epoche segnate da grandi crisi come quella che stiamo attraversando sono segnali che ci avvertano dell'autodistruzione in corso.

Abbiamo di fronte una fede, per cui l'espiazione passa attraverso la spesa di un sms (1€), a sostegno un giorno dello Zimbabwe l'altro alla Bolivia, o almeno così dicono...

Questo donare le proprie risorse interiori oltre che economiche, fanno degli interessati veri e propri credenti.

E' palese che queste proteste siano volutamente dispersive per salvaguardare il potere del Sistema.

 

L'Occidente ha nutrito in seno la dottrina che ha posto fine alla sua gloria, grazie agli aiuti non solo economici ma anche intellettuali, di una certa etnia "costretta" a maneggiare il denaro quando questa attività era ritenuta sporca e vile.

Con l'affermarsi delle ideologie tecnocratiche aumentò di conseguenza il prestigio di chi poteva finanziare questi studi. Nacquero organismi privati auto-costituiti senza alcun mandato nè divino nè umano, il loro unico scopo era quello di creare un’oligarchia internazionale d'elité, per sottomettere e infine distruggere la memoria atavica dei popoli.

Le banche private in mano a dinastie di conclamata fede ebraica quali Rotschild, Hambro, Barclais Montagu, Warburg, Baring,etc hanno investito ingenti capitali perchè il potere passasse dal Signore al mercante; Mayer Amschel Rotschild amava farsi chiamare "re dei banchieri, banchiere dei Re".

Fino al XVII secolo erano obbligati a ricevere un deposito di moneta metallica  prima di rilasciare un "biglietto di cambio", al quale era riconosciuto un valore nominale.

Il flusso delle appena concepite banconote era vincolato alle esigenze del cliente. Per eludere questo rapporto le banche cominciarono a "battere moneta", creandola di sana pianta, esponendosi così ad un rischio di liquidità ben presto risolto grazie ad autorizzazioni concesse dalla monarchia, sempre più gretta e bisognosa di prestiti per finanziare inutili guerre.

Il monopolio per l'emissione di denaro cambia quindi proprietario. Viene ceduto senza ritegno ad istituti senza patria con la licenza di controllare il credito e moltiplicare il capitale, in maniera del tutto artificiosa.

Esempio rappresentativo fu l’aggressione all’Inghilterra del calvinista Guglielmo III d’Orange, e la destituzione di Giacomo II Stuart, ultimo re filo-cattolico in quella che sarà poi chiamata “Gloriosa Rivoluzione” (1688), celebrata tutt’oggi per le vie di Belfast e di altre roccaforti protestanti della Gran Bretagna dagli "orangisti" filo-britannici.

Le operazioni militari di Guglielmo III furono spinte dalla banca d’Amsterdam, prima città europea capitale della massoneria e dell'anticristianesimo, che dopo la vittoria, richiese ed ottenne di presiedere alla creazione di una banca centrale in Inghilterra.

La proposta fu discussa dal parlamento inglese e approvata il 24 luglio 1694.

A più di un milione di sterline ammontava il debito con gli olandesi.

L’ impossibilità di saldarlo permise al Sistema di mettere definitivamente le radici in Inghilterra.

Iniziava in questa maniera, sempre attuale, la triste epopea del "debito pubblico".

Le conseguenze furono un Parlamento depositario di un potere inesistente, e la Banca depositaria di un potere sostanziale.

 

La globalizzazione e le sue degenerazioni hanno comunque i giorni contati, e non potranno niente contro la ciclicità del cosmo.

Il giorno che il mondo della borsa, dei mercati e dei debiti crollerà, quando l'Uomo sarà considerato "in rovina" secondo i canoni della società passiva che stà per abbandonare, libero ormai da soprusi, potrà vedere ed imboccare la strada da intraprendere per tornare ad essere finalmente libero.

Sacrifici esemplari ci attendono e gli esiti non potranno che essere positivi.

Ritengo giusto terminare citando un poeta che si occupò di quest’argomento, il cui coraggio non sarà mai dimenticato:

 

 

Ed Ellice :"Gode, la Banca d'Inghilterra, di privilegi

di cui non gode nessun'altra corporazione".

Mr. Benton continuò: I possessori di titoli

americani, a lagnanze straniere non occorre rispondere.

Era noto. La Banca ha acquisito

beni immobili per un valore di tre milioni...

privilegi speciali permettono loro di trarre profitto

gli azionisti dovrebbero essere grati

usura al 46%.

SCIRE FACIAS

L'istituzione è troppo vasta e potente.

Il Vice Presidente ordinò a Benton di riprendere la parola.

Il potere diretto (della banca) è prodigioso... emissioni sconfinate.

A chi è dato questo potere?

a una compagnia di privati, in angoli remoti.

Diretta da?

Sette, quattro, nessuno dal popolo

Nè responsabile verso il popolo.

Intaccano il potere dello Stato,

monopolio assoluto.

La Gran Bretagna nel 1795, agli ordini :

"Della corte dei Direttori di banca"

sia in politica che in economia. Una banca

del genere tende a soggiogare il governo;

A ostacolarlo

prendere in prestito 50 e ripagare 100,

tende a creare un DEBITO pubblico.

1694: il prestito era di £ 1.200.000.

L'interesse £ 80.000 le spese £ 4.000

Questo il GERME, il nucleo, e ora il debito è 900 milioni.

Tende a creare e prolungare inutili guerre;

aggrava le ineguaglianze; crea e distrugge patrimoni.

 

Ezra Pound, c. 88-1131 di Rock-Drill (perforatrice di roccia) , 1956

 

Contributo cortesemente concessoci da un amico di Firenze.

 

bankofenglandorangisti

July 14

14 luglio 1789, la rivoluzione francese

Da quel dì che segnò non solo un drastico e violentissimo eco sobillatore limitato ai confini politici francesi, bensì un punto di rottura con un mondo che poggiava su ben altri valori rispetto a quelli proclamati dai giacobini, vogliamo riconoscere non la volgarità con cui fece irruzione nella storia, non l'impeto con cui volle affermarsi, non il fallimento che produsse, ma il coraggio di una minoranza di temerari fedeli alla propria terra, alla cultura che la stessa emana. In nome dei "Diritti dell'uomo" venne applicato in terra vandeana un vero e proprio genocidio teso ad eliminare ogni focolare di dissenso, di difesa dei principi cristiani e di opposizione a quell'opera di secolarizzazione che si intendeva peronare attraverso la violenza, il materialismo, gli "alberi della libertà" che sostituirono nell'immaginario rivoluzionario le tradizionali croci e le "anticamere della morte", lager ove i detenuti venivano lasciati morire di fame. Onore ai martiri vandeani che pagarono un altissimo tributo di sangue pur di non tradire la propria fedeltà a Dio ed alla Chiesa, un principio di trascendenza che riecheggia immortale.
Guerra di Vandea
July 10

10 luglio 1943, l'inizio della fine...

Un presagio di quanto sta per accadere avviene già il 9 di luglio per mezzo del metodo che è più congeniale agli invasori: il bombardamento indiscriminato di città, a pagar dazio Caltanissetta, Siracura, Palazzolo, Acreide e Porto Empedocle. La dinamite lanciata dal cielo sulla nobile isola siciliana spiana la strada all'invasione per costa che si consuma nel tratto tra Siracusa e Gela alle primissime ore dell'alba del 10 luglio, laddove la corazzata anglo-americana trova una coraggiosa sebbene inutile resistenza delle impari divisioni Livorno e Goering. In soli sette giorni gli invasori raggiungono Palermo, sancendo il controllo totale della strategica isola all'estremo sud dell'Italia e il conseguente tassello primario, fondamentale, per perseguire un cammino che li porterà fino a Roma. Da quel 10 luglio si sancisce anche, ahinoi, il ritorno incombente della mafia, delle mafie anzi, spazzate via dall'autorità fascista atta a consegnare sovranità all'italica patria e dunque a sbarazzarsi d'ogni virus interno al paese e servita invece al governo americano per pianificare lo sbarco e per instaurarsi all'interno dell'isola. E' quindi quello del 10 luglio 1943 l'inizio di una fine che si consuma quotidianamente ancora oggi, nella misura in cui in Italia stazionano 113 basi americane e nella misura in cui un governo, quello di recente investitura nel caso specifico, minaccia di farsi beffa del risultato di un referendum cittadino che dovrà decidere se opporsi o meno all'ampliamento di una base in quel di Vicenza, al fine di "rispettare gli accordi presi con l'alleato americano"...
 
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June 24

...di nuovo su Emanuela Orlandi alla luce del "superteste"

Non avranno alcun valore al fine di consegnare alle autorità il bersaglio, anzi i bersagli dei suoi attacchi. Fondate o meno che esse siano, le dichiarazioni della cosiddetta superteste sul rapimento di Emanuela Orlandi - avvenuto venticinque anni fa e sul cui giallo ci siamo già espressi in un articolo inserito lo scorso 22 giugno - non serviranno certo a rendere giustizia, né tantomeno a ripagare una famiglia dall’indicibile dolore patito per la scomparsa improvvisa di una figlia appena quindicenne. Serviranno altresì ai mezzi d’informazione per poter fornire all’opinione pubblica la notizia ad effetto, accompagnandola magari, onde riempire una prima pagina dall’indiscutibile richiamo, dal decreto del governo che provoca starnazzi inutili da parte delle solite oche dei parlamenti e dall’ennesimo, straziante folle e inaspettato omicidio che coinvolge genti di tutte le età. Culminata infrangendosi sul solito scoglio del mistero irrisolto, la notizia tornerà ad ammuffirsi nel dimenticatoio, checché ne sembri ora, quand’anche raggiunta la massima estensione in altezza di questa superflua onda emotiva, pare debbano finalmente spalancarsi delle piccole ma apparentemente confidabili porte d’accesso alla speranza di conoscer verità. Queste ottimistiche porte non corrisponderanno certo a quelle pagine dei fascicoli dell’inchiesta già arenatasi in passato, neanche alle cripte che si è già accennato voler aprire per cercare indizi, ma il cui gesto serve soltanto a scomodare i morti. Prerogativa, quest’ultima, che appartiene ai pentiti; sono le dichiarazioni spesso contraddittorie, confusionarie, inattendibili, di quest’ultima ignobile categoria di persone tanto in voga nel “belpaese” a muovere i magistrati, a direzionare le indagini dei processi. Mai un tentativo concreto di proiettare un fascio di luce sui loschi rapporti tra potere e criminalità quando l’opportunità di flagranza è ancora viva, soltanto la messinscena di riaprire il caso ad anni di distanza dai fatti, senza che i diretti interessati possano difendersi dalle accuse e che dunque possa essere dimostrata l’eventuale colpevolezza degli stessi. Insomma, il copione è sempre lo stesso: c’è chi specula come sciacallo sui morti e per questo viene in qualche modo premiato, nel caso specifico dalla vetrina dei palcoscenici televisivi tanto in voga tra la plebe e dal riconoscimento di una sana redenzione cristiana; c’è chi a sua volta superficialmente specula su tutto ciò per alimentare il cinico mercato dell’informazione che gli garantisce profitto; c’è chi soffre portando con sé per sempre il fardello dell’immenso dolore e il miraggio della verità a cui fideisticamente s’aggrappa; c’è infine chi è stato realmente colpevole, coloro è davanti a Dio che dovranno render conto delle loro azioni, sempre che non lo abbiano già fatto. La nostra linea rimane la stessa tracciata nel precedente articolo; rimaniamo sensibili a questa inquietante vicenda come a tutte le altre, innumerevoli, che restano tragedie contornate da un fitto mistero e rappresentano il simbolo osceno dell’Italietta democratica evidentemente sottomessa a sovranità altrui. Il resto è, per l’appunto, scenografia atta a soddisfare le passeggere esigenze emozionali del consumatore di dis-informazione usa e getta.

June 22

...ma Emanuela Orlandi?

Una nazione non può dirsi realmente libera allorquando il filo rosso che ne ripercorre la cronistoria presenti delle macchie nere, di un nero fitto color mistero che risucchia a se in un abisso di inquietanti aneddoti e di strane coincidenze la curiosità di quanti abbiano intenzione di tentare di approfondire, recalcitranti all’idea di doversi legare alla convenzione superficiale dei più: considerare la storia come un processo chiaro e senza intoppi, lungi porsi interrogativo alcuno. Tutte le misteriose vicende che caratterizzano la storia della Repubblica Italiana sono contraddistinte innanzitutto da dolorosi fatti di sangue o di scomparse, dall’enorme sofferenza di migliaia di innocenti costretti all’improvviso a dover far fronte a vicende riguardanti i propri famigliari inermi, vittime inconsapevoli di spaventosi quanto cinici ed oscuri giochi di potere. Questo l’altissimo prezzo che i cittadini italiani si sono spesso visti costretti a pagare a coloro che delle istituzioni democratiche si fanno garanti, in cambio di una vacua libertà: quella caratterizzata dal consumismo che impone la continua ricerca materiale di ciò che non è indispensabile e che rende l’uomo schiavo del proprio egoismo individualista e lontano da ogni dimensione comunitaria della vita. Capita quindi che a farne le spese, che a venir ridotta a merce di scambio di questo sistema disgustoso sia una allegra adolescente romana di appena quindici anni. Venticinque anni fa, precisamente il 22 giugno del 1983, spariva in circostanze misteriose Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Come sempre accade in certi casi, innumerevoli sono stati gli episodi atti a coinvolgere fatti, persone e stati nazionali e ad alimentare sospetti o a creare confusione ulteriore spargendo cortine di nubi su questo mistero già alquanto tortuoso. Tentiamo di seguire un certo ordine e di focalizzare l’attenzione su alcuni aneddoti definibili quantomeno strani: Il giorno della scomparsa Emanuela si reca alla scuola di musica che frequentava a Piazza Sant’Apollinare e nello stesso pomeriggio fa pervenire per l’ultima volta prima dell’inizio del mistero la sua voce ai genitori. Verso le 19.00, dopo essere uscita anticipatamente dalla lezione, telefona a casa riferendo alla sorella di aver avuto una proposta di lavoro molto allettante da uno sconosciuto, ma la sorella le dice di lasciar perdere. Dopodichè viene accompagnata da un’amica a Corso Rinascimento, alla fermata autobus posta proprio sotto Palazzo Madama, ove risiede il Senato. E’ qui che si registra l’ultimo avvistamento: avviene da parte del vigile urbano in servizio sul posto quel pomeriggio che rivela di averla vista dialogare con un uomo a bordo di una BMW nera che chiede allo stesso vigile se può lasciare parcheggiata la propria auto sotto il Senato, alla risposta negativa altri testimoni sostengono che l’uomo si allontana dal posto con Emanuela a bordo dell’auto. A questo esiguo indizio seguono una sequela di telefonate anonime a casa Orlandi più o meno attendibili, fin quando il 5 luglio ne giunge una alla sala stampa del Vaticano: un uomo dallo spiccato accento straniero (verrà appunto ribattezzato “l’Amerikano”) auspica l’intervento del Papa al fine del rilascio di Emanuela Orlandi. Chiama in causa l’attentatore del Papa Ali Agka chiedendone la scarcerazione entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiama a casa Orlandi, fa ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, che sembra essere Emanuela. Ma la registrazione potrebbe essere precedente alla scomparsa della ragazza. Successivamente arrivano altre 15 chiamate dall’Amerikano, tutte provenienti da cabine telefoniche. Il 20 novembre viene pubblicato anche un comunicato in cui i Lupi Grigi, movimento politico turco di stampo nazionalista di cui fa parte Ali Agka, dichiarano di avere tra le proprie mani in ostaggio sia Emanuela Orlandia sia Mirella Gregori, altra quindicenne scomparsa nel maggio dello stesso anno a Roma. Nazionalismo turco che da sempre pone la sua ostilità al cristianesimo; nasce dal “padre della patria” turco Ataturk e dal suo movimento dei Giovani Turchi, i quali erano legati alla massoneria e alle sette eretiche degli ebrei marrani e sostenevano che il vero fedele doveva gettarsi a capofitto nel male per oltrepassare le porte dell’impurità. Esoterismo, eresia, complotti, trame oscure: un groviglio di inquietanti vie labirintiche che appaiono, almeno superficialmente, non riguardare un’entità sacra qual è il Vaticano. Eppure, dal Concilio Vaticano II (salutato favorevolmente dalle congreghe massoniche) personaggi loschi evidentemente tutt’altro che pii fanno il loro ingresso nello Stato della Città del Vaticano. L’identikit della voce dell’Amerikano sembra infatti corrispondere alla figura di Paul Marcinkus, arcivescovo statunitense designato sotto il pontificato di Paolo VI e collegato ad importanti scandali finanziari che negli anni ’80 coinvolgono lo IOR (la banca del Vaticano) in vicende avvolte nel mistero legate all’ascesa e al successivo fallimento del Banco Ambrosiano Veneto, a Roberto Calvi, a Michele Sindona, a Licio Gelli e alle logge massoniche. Così come vengono coinvolti i Lupi Grigi, un’altra associazione criminale fa il suo ingresso nella scena: la Banda della Magliana, già coinvolta in altri misteri italiani. Pare infatti che dalla descrizione che il vigile che ha visto per l’ultima volta sotto il Senato Emanuela fa ai Carabinieri si evinca che la persona della BMW nera possa essere un tale Renatino, appartenente a questo gruppo e a quei tempi latitante. Tal Renatino che è inspiegabilmente sepolto nella basilica di Sant’Apollinare e che, quando viene arrestato nel 1984, altrettanto inspiegabilmente non viene confrontato con l’identikit del vigile, nonostante gli stessi Carabinieri avessero colto la notevole somiglianza, e mai verrà coinvolto nell’indagine. Nella trasmissione RAI “Chi l’ha visto?” nel 2005 una telefonata anonima sentenzia: “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all'epoca”. Dalla stessa trasmissione più di recente vengono alla luce altri anomali avvenimenti: per esempio che il padre di Emanuela, a seguito delle dichiarazioni del vigile, si sarebbe recato in Senato per avere il nastro con le registrazioni video del pomeriggio della scomparsa dalla telecamera puntata su Corso Rinascimento. Guarda caso, gli sarebbe stato risposto che proprio quel pomeriggio un singolare guasto momentaneo non avrebbe permesso la registrazione dei filmati. Altro strano avvenimento: pare che poco prima della scomparsa di Emanuela, due altrettanto giovani figlie di altri dipendenti del Vaticano, sospettose di esser pedinate da sconosciuti individui, avrebbero richiesto ed ottenuto delle guardie personali. Tutti indizi che non provano nulla di oggettivo ma che rappresentano una consistente quantità di eventi inquietanti, spesso criptati come se si trattasse di esoterici riferimenti in codice. Non hanno fatto altro che rendere ancora più ingarbugliata la matassa, forse perchè finalizzati proprio a nasconderne il bandolo, legittimando ogni tipo di allusione sui poteri oscuri che da dietro le quinte dell’ufficialità gestiscono gli eventi della storia e che godono di una fittissima rete di agganci che muovono in ogni campo: le strade, rispettando le leggi che ne governano le norme ed eludendo quelle istituzionali; i corridoi degli uffici finanziari e delle stesse istituzioni, corrompendo uomini deboli al denaro e al fascino del potere; i tenebrosi cunicoli sotterranei delle logge, nei quali si consumano riti esoterici e si esercitano forze oscure. Restano appunto allusioni e sospetti grandi come lo sgomento per la scomparsa di una ragazza innocente che aveva ancora davanti a se una giovinezza da dover vivere e che è invece sparita nel nulla, lasciando nel dolore più ricolmo una famiglia intera. Le allusioni portano a pensare che è questo il prezzo da dover pagare per la libertà concessaci da una presunta liberazione e da uno Stato sedicente democratico, e ciò provoca immensa rabbia. Si è vero, sono solo indizi quelli elencati e nessuno può stabilire che più indizi facciano una prova, ma quando gli stessi vengono occultati o sottaciuti restano tali anche quando potrebbero trasformarsi in prove e così spianare la strada alla conoscenza della verità.  

bocca_bianca
June 15

Fuga da Alcatraz

Nel secolo scorso si è registrato un oggettivo fermento culturale sensibile ai temi della libertà dell’uomo e della dignità dell’individualità dello stesso. Temi che si sono spesso scontrati con un sistema frenetico che non dimostra di temere affatto di mostrare il suo cinismo, sacrificando tutto ciò di cui l’uomo libero dovrebbe nutrirsi in nome della produzione ossessiva che genera profitto. Un cinismo che ha finito per influenzare l’opinione pubblica contribuendo a rendere le metropoli occidentali caotici coacervi infestati da animi individualisti che mirano all’arrivismo, tanto spietati nel perseguirlo quanto impermeabili alla perdita del proprio senso più profondo di esseri umani: la libertà di potersi fermare a riflettere, di apprezzare la lentezza e la contemplazione, la specificità e la distinzione, la libertà di poter sviluppare diverse aspirazioni a seconda delle differenti attitudini d’ognuno. La vivacità nel poter rivendicare tutto questo che orgogliosamente definiamo quanto di più antico s’è persa nei rivoli del caos moderno! Grandi libertà scaturite talvolta da piccoli ma oggi arcani gesti, ahinoi soppresse e sostituite dalle loro corrispettive effimere: il conseguimento di denaro, l’apparenza, il cantuccio borghese. L’aver sovvertito questa scala di valori è il merito, si fa per dire, del tanto glorificato progresso. Il risultato è desolante: un’umanità vuota si cela dietro la patina effervescente dei mille colori che si alternano in un disordinato movimento di eventi scenici e pubblicità ovunque, il grigio di una detenzione spirituale dietro le sbarre multicromo del “migliore dei mondi possibili”. Una volta presa coscienza di tale degrado, sviluppato un disgusto legittimo nei confronti di una condizione dell’uomo di svilimento, non possono che essere salutate con positivo interesse tutte quelle produzioni culturali che denunciano lo stato di fatto attuale rivendicando ben altri valori. Nel campo della cinematografia spicca un valido lavoro che vede Clint Eastwood quale attore principale, un urlo di ribellione contro il livellamento e che si proietta dunque verso la rivendicazione di libertà. “Fuga da Alcatraz” narra la vicenda realmente accaduta nel giugno del 1962 di un uomo, Frank Morris, che riuscì a coinvolgere altri due detenuti dell’omonimo carcere americano di massima sicurezza in una incredibile fuga. La biografia carceraria dell’uomo in questione, il sagace e tenebroso Frank, ricalca la storia dei tanti uomini che finiscono per essere spediti dietro le sbarre nell’isola di Alcatraz nella Baia di San Francisco, laddove è situata l’inespugnabile roccaforte: un rifiuto delle regole che la società intende imporre, i conseguenti problemi con quel meccanismo sadico che la stessa società si arroga il diritto di chiamare giustizia, la reclusione, la fuga verso la libertà. Una concatenazione il cui strumento efficace per arginarla risponde al nome di carcere di Alcatraz. Strumento che si erge non in nome della necessità di recupero morale del detenuto al fine di incentivarne il reintegro nella società, bensì nel sadismo becero che si propone di reprimere, relegando al concetto di pena il brutale cardine su cui si basa tutto il sistema carcerario. Frank Morris è colui che mantiene saldi i propri nervi, ferma la propria idea di distinzione che si manifesta attraverso il rifiuto delle regole imposte, dei compromessi, la mira della libertà e l’ennesima evasione, la più ostica battaglia personale da dover portare a termine pur di non tradire se stesso. Una rete di solidarietà, che paradossalmente proprio nel triste e alienante ambito della detenzione riesce a stabilirsi tra gli uomini, permette a Frank di poter contare sull’ausilio di altri carcerati per pianificare l’insperata fuga; altri tre detenuti sposano l’iniziativa, anche se uno dei tre tradirà in extremis il richiamo di libertà per paura. Scavando le pareti delle due celle in cui erano reclusi con un cucchiaio riusciranno ad aprire un utile pertugio attraverso l’impianto di ventilazione che li condurrà fuori dal carcere verso la costa dell’isola, laddove per mezzo di gommoni costruiti artigianalmente con degli impermeabili avrebbero proseguito la loro fuga. Il condizionale è a questo punto d’obbligo, poiché dei tre spiriti ribelli si sono perse da quel dì di giugno le tracce; l’ipotesi più accreditata è che siano morti nel tentativo di nuotare le gelide acque della baia e che il mare abbia inghiottito i loro corpi. Un rischio, quello dell’estremo sacrificio, che i tre avevano sicuramente preventivato e che hanno preferito correre pur di rimanere fedeli al bisogno di libertà insito in ogni uomo ma manifestato soltanto da pochi arditi. E’ dunque questa una vicenda che trova un misterioso epilogo che le rende maggior fascino e carattere d’avventura, ma il cui principio animatore è una metafora della vita. Il carcere quale luogo di repressione e sopraffazione, il carcere quale proiezione ideale di una società imbarbarita che produce omologazione, che preme, compressa e schiaccia ogni velleità ribellistica, lungi dal rispetto della dignità umana, dalla volontà di recupero. E’ bene chiarire, affinchè venga ribadita una coscienza individuale che ci permetta di dirci non facenti parte di un gregge privo di capacità intellettiva, la totale estraneità a quel livellamento culturale che si richiama a determinati principi e che si materializza attraverso leggi liberticide, totalmente avverse a quei diritti umani che le democrazie paventano, incoerenze costantemente sottaciute dalla meschinità borghese. E’ d’obbligo in tal senso non solo prendere le necessarie distanze, ma anche esprimere il proprio disgusto nei riguardi dei deterrenti che lo Stato si propone di utilizzare per far fronte al problema sicurezza, oppure alle posizioni che lo stesso rivendica con forza in politica estera, avallando in modo coercitivo l’imperialismo di USA-Israele. Nessuno si lasci abbindolare dal mito del governo di destra che combatte l’immigrazione; non è certo trasformando gli attuali CPT in veri e propri carceri od espellendo in massa i clandestini (escluse le badanti chiaramente, causa necessità di appioppare a qualche “schiavetta” le “grane senili” dei nostri anziani) che la si combatte. Il miraggio del benessere occidentale è stato propedeutico fin quando ci si è serviti della manodopera a bassissimo costo, salvo accanirsi contro le vittime di questo criminale processo qual è l’immigrazione quando il limite massimo di necessità è stato raggiunto. Per non parlare poi, è qui siamo al legame tra politica estera e politica interna col suo problema sicurezza, degli arresti preventivi nei confronti degli islamici soltanto sospettati di appartenere ad organizzazioni terroristiche o presunte tali, alimentando in tal modo la cultura dello scontro tra civiltà tanto cara a chi assume posizioni decisionali più alte dei nostri politici nello scacchiere internazionale. Accanimento che proviene da una cultura, quella della repressione, del nascondere lo sporco sotto il letto dagli occhi innocenti di una borghesia infantile abituata a nutrirli di soli specchietti per le allodole. Cultura che in quanto tale non permette eccezione ed agisce indiscriminatamente anche verso gli italiani: li getta dietro le sbarre se contestano quelle istituzioni che goffamente tentano di far fronte alla propria negligenza, causa dell’abominio delle strade di Napoli infestate da immondizia, costruendo nuove discariche; li fa marcire in galera per tempi lunghissimi in attesa di processo, talvolta per aver manifestato quale unica colpa quella di pensare (vedi reati d’opinione), riempie così le già sovraffollate carceri e si propone di renderle ancora meno vivibili andando a rivedere la Legge Gozzini, che afferma il valore rieducativo della pena, disciplinando tra l’altro diritti e retribuzione per i lavori dei detenuti nei penitenziari. Non c’è altro da dire, se non che è più che mai opportuno distinguersi rifiutando l’imposizione di un livellamento delle coscienze che sopprime l’uomo e che trova nella cultura repressiva la sua coerente proiezione; distinguersi rivendicando la propria ideale “fuga da Alcatraz”, nel giugno del 1962 da quella angusta isola, nel giugno del 2008 da questa angusta dittatura democratica.
free
June 09

Azzurra gioventù

I bagordi d’ogni tipo che scaturirono appena due estati fa dalla vittoria della Coppa del Mondo da parte della nazionale italiana di calcio furono particolarmente elevati; caroselli, sbandieramenti, urla di giubilo ed altre tra le più variegate espressioni di contentezza e vivacità accolsero l’evento in tutto lo stivale, culminando qui a Roma, in pieno centro storico. Scene che dimostrano come la vicenda sportiva riesca ancora oggi a coinvolgere gli animi degli uomini, nonostante l’oggettiva degenerazione indirizzata chiaramente verso una matrice spiccatamente affaristica di quello che nasce invece nell’antica Grecia come valore di sana e disinteressata competizione agonistica. Le rivendicazioni di identità ed appartenenza, elementi di imprescindibile legame nello sport così come nella vita, appaiono sempre più distanti dalla patina delle pubblicità e degli sponsor che sembra in quanto ad importanza rischiano addirittura di sostituirsi all’evento agonistico in sè. Privo quindi di questi due elementi, lo sport risulta essere sempre più un contenitore vuoto d’emozioni, un microcosmo artificiale retto in piedi da lucrose leggi di mercato. Ebbene, la partecipazione tanto calorosa di innumerevoli persone in tutto il pianeta dimostra che l’approccio allo sport riesce ancora ad eludere le dinamiche mercantili che intendono assoggettarlo e regala al buio moderno del razionalismo un sussulto di luce che nasce dal cuore. Un approccio popolare che ha avuto in passato la sua degnissima proiezione nello spirito puro degli atleti, in questo caso non solo indistinguibili rappresentanti dello sport quale valore universale, bensì cavalieri di un’idea che, attraverso lo slancio agonistico ed il palcoscenico che lo stesso offre, hanno potuto ergersi a delegati di una identità, simboli di istanze innanzitutto meta-sportive. La vittoria sportiva come mezzo e non come fine, lo sport come tassello organico dell’individuo che si nutre di una completa composizione al fine di sentirsi affermato fisicamente, mentalmente e spiritualmente. Come non ricordare in tal senso il celebre gesto di coraggio dei due velocisti negri che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, dopo aver vinto una gara salirono sul podio e, al momento dell’inno statunitense, indossarono entrambi un guanto nero e alzarono il pugno al cielo in segno di protesta? Gesto che faceva esplicito riferimento alle Pantere Nere, movimento di negri americani che rivendicavano i propri diritti in un paese, quello degli Stati Uniti, che dietro la maschera della democrazia nascondeva un regime di feroce apartheid, l’unico esistito in un paese occidentale nel ‘900. Ma i casi in cui la miccia della mistica politica ha fatto il suo corso divampando in un plateale ingresso nello sport sono davvero tanti, alcuni dei quali di notevole fascino: Un paio d’esempi? Gli scontri rugbystici tra irlandesi ed inglesi, rappresentazione delle tante battaglie che per secoli si sono consumate sul verde d’Irlanda tra i patrioti e gli invasori; la maestosa rissa che fece seguito ad una agguerritissima partita tra Cecoslovacchia ed URSS in piena guerra fredda, quando l’est Europa viveva sotto la cupa egida sovietica. Anche istanze extra-politiche hanno potuto avere la propria affermazione per mezzo dello sport: la forza di volontà che affronta, combatte e supera il destino tragicamente avverso si è mostrata in tutta la sua lucentezza attraverso l’impeto di atleti che, sebbene una vita tragicamente segnata da gravi menomazioni fisiche, sono riusciti nell’intento di poter competere quasi alla pari rispetto agli altri. Insomma, lo sport, questo metodo umano così fisico, così naturale di fare competizione può trascendere la sua dimensione prettamente immanente e farsi labaro di esigenze, culture e talvolta di avanguardie ideali. A tema con un torneo internazionale qual è il campionato europeo di calcio che si tiene di questi tempi, riteniamo opportuno rendere un omaggio a quegli azzurri che negli anni ’30, col fascio littorio stampato sulle maglie all’altezza del petto e con i volti scavati dalla fatica e dalla tenacia, fecero l’impresa di regalare all’Italia le prime due Coppe del Mondo della sua storia calcistica, al di là dei pronostici di quegli esperti occidentali - sportivi solo da salotto - che screditavano la nazionale italiana perché fascista e rappresentante di uno Stato giovane, forte, sovrano, salvo riverire le vittorie di qualche arrogante nazione democratica, sfortunatamente per loro vittorie estranee ai verdetti del campo, poichè relegate soltanto alla dialettica borghese. Undici atleti che seppero imporsi anche grazie al loro atteggiamento sbrigliato e brioso, peculiarità di ogni migliore gioventù, misto all’eleganza ed alla classe che contraddistinguono da sempre le aristocrazie italiche. Ma le loro vittorie furono la conseguenza e la più nitida testimonianza di un nuovo ordine che si era instaurato in Italia per concederle sovranità e vigore in ogni campo. Altre discipline sportive del “fatto in Italia” conobbero in quegli anni un periodo aureo: mai dimenticare il mito del gigante friulano Primo Carnera nel pugilato, l’ardititismo al volante di Tazio Nuvolari, il cimento sportivo femminile di Ondina Valla nella corsa a ostacoli, in barba a quanti sottacciono il ruolo di assolute protagoniste che le donne svolsero in epoca fascista. E’ su questa nobilissima scia che si consumano le due vittorie mondiali della nazionale di calcio nel 1934 e nel 1938. Una scia prodotta dalla politica realmente popolare del regime, che seppe innanzitutto trasmettere ai cittadini il concetto di italianità per poi raccogliere i frutti di questo lavoro potendosi occupare di una comunità racchiusa intorno ad un destino comune. Nella riscoperta non demagogica del mito di Roma il fascismo si fa garante del motto mens sana in corpore sano e sollecita l’attività sportiva, instaura un giorno dedicato alle discipline del corpo (il “sabato fascista”) e nel 1928 crea il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI). Tutto ciò desta oggettivi apprezzamenti, tanto che nel 1932 la FIFA decide di affidare all’Italia l’organizzazione dei mondiali di calcio del 1934; per la prima volta nella storia una nazione europea viene riconosciuta degna di organizzare un evento di cotanto valore, nonostante qualche invidiosa perplessità dimostrata dai detrattori dai paesi liberali. Gli stessi detrattori che dovranno inventare presunti favoritismi arbitrali pro-squadra di casa pur di non concedere il meritato apprezzamento ad una nazionale italiana che, lontana dai favori del pronostico, conquista il 10 giugno la sua prima Coppa del Mondo battendo in finale un’ostica Cecoslovacchia. Allusioni ai favoritismi che verranno negli anni successivi smentite dall’indubbio valore di un’Italia che riuscirà ancora ad aggiudicarsi un campionato olimpico a Berlino nel 1936 ed una nuova Coppa del Mondo due anni più tardi. Molto gustosa fu quest’ultima vittoria, la cui importanza fu imbevuta di politica fin dai mesi precedenti all’inizio della competizione: la Francia dimostrò una spiccata propensione a voler appropriarsi del titolo mondiale sul proprio suolo, strappando la coppa ai detentori italiani, cugini d’oltralpe e fautori di una politica avversa a quella del coacervo demoplutocratico di cui anche la Francia faceva parte. I blues (ai tempi ancora di carnagione chiara) dovettero invece accontentarsi di arrestare il proprio cammino all’accesso ai Quarti di finale, laddove ebbero la sfortuna di incontrare proprio la vituperata Italia che regolò gli avversari con un autoritario 1-3. Risultato che spianò la strada agli azzurri che in semifinale eliminarono il temibile Brasile ed a Parigi il 19 giugno del 1938, imponendosi per 4-2 sull’esperta Ungheria, si aggiudicarono il secondo titolo mondiale della loro storia. Nell’arco di quattro anni l’Italia di calcio fascista, guidata dal celebre Vittorio Pozzo e rappresentata da una compagine di affiatati giovani tanto abili quanto modesti, ebbe il merito di vincere i due maggiori titoli mondiali ed il torneo olimpico; una vera impresa se si pensa che in quasi un secolo di storia non è riuscita ad eguagliare questo albo l’arrogante Inghilterra, la perfida che si ammanta di aver dato i natali a tale straordinario sport.
calcio24
May 26

Ettore Muti: un eroe!

Il fascismo è stato senza dubbio un periodo storico che ha segnato indelebilmente il corso della storia d’Italia e del globo intero. Vanta una tale portata storica da essere riconosciuto trasversalmente come un motivo d’argomento ancora oggi attuale, seppur sovente in maniera talmente approssimativa da essere presentato più come fenomeno folcloristico che reale affermazione di volontà popolare. Non serve faziosismo per rivelarne gli aspetti positivi che ha prodotto nei vari campi del sociale che, raggruppati insieme, rappresentano la forma ideale di una nazione sana, operativa, vigorosa ed orgogliosa al tempo stesso. Riscoperta del passato glorioso di Roma, non per mezzo di uno sterile nostalgismo, bensì attraverso la riaffermazione di valori eterni che ne contraddistinsero la magnificenza imperiale contestualizzati nel secolo XX. Atteggiamento quest’ultimo che è purtroppo venuto meno con la caduta del regime, lasciando il passo ad un annichilente società moderna all’insegna del capitalismo. Opere di indiscutibile bontà sono ancora oggi visibili ai nostri occhi, di altre ne traiamo benefici sociali senza che la maggioranza degli italiani sia cosciente della loro paternità. Queste considerazioni fanno del fascismo una fucina di arte; ma sarebbe limitante riconoscere l’arte soltanto in base a quanto si edifica materialmente con quadri, sculture, viali, palazzi e quant’altro avvenga per mezzo della materia. Arte è anche modellare gli uomini, lavorare sul loro spirito al fine di forgiarne la caratura e renderli dunque testimoni di virtù che trascendano il concetto di tempo. Arte è inquadrare l’uomo in una schiera di ideali fratelli che formano un’unica volontà, concedendo loro uno stile assorbito dalla parola d’ordine “onore e fedeltà”. Produrre uomini di questo aspetto non poteva che essere prerogativa di un movimento che si costruì tra le trincee, laddove si manifestano spiccatamente spirito di corpo e coraggio. Molti di questi uomini ebbero modo di vivere in prima persona il fascismo sin dagli albori, rappresentandone poi la migliore essenza fino agli ultimi sanguinosi mesi, quelli della guerra civile, della scelta nobilissima di perseguire una battaglia su di una barricata ormai perduta, pur di non tradire. Alcuni di questi non ebbero purtroppo modo di appartenere a questa più recente fase storica del fascismo, il destino glielo proibì, il Signore li chiamò a sé prima di vederli sicuri protagonisti di quell’ultima battaglia per l’onore d’Italia. Caddero in guerra con la dignità di aver servito l’Idea sino all’estrema conseguenza a centinaia. A questi eroi fa eccezione una delle figure più fulgide e splendenti del ventennio, una delle sue migliori espressioni umane, Ettore Muti. L’epopea del guerriero ravennate Ettore Muti inizia quando egli è ancora giovanissimo; a 14 anni tenta una fuga verso il fronte di guerra in cui è impegnata l’Italia nel 1916 ma viene smascherato e rispedito a casa. Riprova l’anno successivo e stavolta, per mezzo di documenti falsi, riesce ad entrare organicamente tra le file dell’esercito, riuscendo appena quindicenne a distinguersi per le sue imprese; nello stesso anno nascono gli Arditi, di cui il minorenne Ettore entra subito a far parte. Nel 1919 cova un sentimento di legittima insoddisfazione, così come migliaia d’altri giovani italiani, nei confronti di un governo che, sebbene appartenente alla schiera dei paesi vincitori della Grande Guerra, si contraddistingue nell’elargire dei propri territori a sovranità altrui. La cosiddetta Vittoria Mutilata spinge anche lui verso Fiume al fine di rivendicarne l’italianità e di portare alto il prestigio di una nazione insieme ad una nutritissima fetta di giovani speranze. Il petto di Muti inizia a riempirsi di mostrine e l’avvento del fascismo non può che concedergli un ruolo da protagonista in battaglia: si afferma in Etiopia nella prima metà degli anni ’30, laddove nasce il mito di Muti quale eroe alato, presente alla guida del suo aereo ovunque si consumi uno scontro concitato. Dall’Africa, terra alla quale il colto e curioso Ettore Muti si affeziona, si trasferisce ben presto in Spagna. Il fascismo ha deciso di appoggiare i falangisti nella acerrima lotta che questi intendono perpetrare al cospetto di un esercito repubblicano che, in nome di un comunismo ferocemente ateo giunto dalla Russia fino alla penisola iberica, sta abbattendo ogni testimonianza di cultura spagnola alla luce dell’internazionalismo che il Komintern vuole diffondere. Qui si consuma probabilmente la più eccelsa impresa dell’esercito italiano che si fregia di onori in una guerra che per l’Italia non ha significato territoriale, bensì etico e di condivisione di civiltà con degli europei in lotta per la loro terra. Muti ha modo di giganteggiare sui cieli dell’Alcaniz, laddove riesce ad abbattere o a mettere in fuga 18 aerei avversari che lo avevano accerchiato. A suggello di queste valide imprese degli anni ‘30 viene insignito con merito della medaglia d’oro al valore militare e nel 1939 gli viene affidata la segreteria del Partito Fascista Repubblicano. In un periodo delicatissimo per la nazione si decide per l’affidare un ruolo così importante ad un uomo puro e dall’indiscutibile valore; ma è proprio la delicatezza del periodo che rende l’esperienza di Muti dietro la scrivania molto breve, l’entrata in guerra non può esimere un guerriero dal campo di battaglia. E’ così che abbandona l’incarico e riparte in volo verso missioni esemplari. Dopo il clamoroso ordine del giorno di Grandi e il conseguente arresto del Duce Mussolini, Muti viene trasferito in Spagna, dove gode di grande popolarità e dove è ritenuto a ragione il più illustre combattente della guerra civile. E’ proprio a Madrid che nel mese di agosto del 1943, dopo un mese dall’esilio a cui è stato forzato dal nuovo governo, apprende che in Italia si sta preparando un armistizio con gli anglo-americani; la notizia lo sconvolge e si piomba immediatamente a Roma. indignato mostra il suo veemente disappunto al nuovo capo di governo Badoglio. Per tutta risposta giorni dopo, il 19 agosto, lo stesso Badoglio arriva a chiedere a Muti di recarsi a Fregene, presso la divisione corazzata Camicie Nere, per convincere gli ufficiali a togliere la M rossa dalle mostrine dei loro soldati. Muti ovviamente non accetta di colpire la dignità di genuini servitori della Patria e si ritira sì nelle vicinanze di Fregene, ma per trovare serenità e meritato riposo nella sua villetta insieme alla compagna Edith Fucherova, ballerina polacca. E’ qui che la notte tra il 23 e il 24 agosto del 1943 si consuma l’infame omicidio ai suoi danni; Badoglio carpisce che Muti rappresenta l’essenza più pura del fascismo, la figura che nonostante le intenzioni denigratorie è impossibile da infangare, il perno attorno al quale potrebbero raggrupparsi nuclei di giovani smarriti dai fatti del luglio precedente. Viene allora inviato a prelevarlo da casa un commando di Carabinieri che senza dargli valide spiegazioni conduce Muti nei pressi di una pineta adiacente alla sua abitazione e che, dopo aver inscenato una inutile commedia con le parvenze di un processo seduta stante, lo fredda a tradimento con innumerevoli spari dietro la schiena, vengono addirittura lanciate al suo indirizzo due bombe… Il corpo verrà ignominiosamente nascosto tra le pattumiere dell’ospedale militare del Celio e solo grazie all’intervento di due suoi amici dell’esercito verrà rintracciato e trasportato al Verano. Soltanto con l’avvento della Repubblica Sociale, esattamente il 17 febbraio 1944, le spoglie dell’eroe verranno trasferite a Ravenna e solennemente sepolte nella chiesa di San Francesco, dove riposano i ravennati illustri, dove riposa anche Dante Alighieri. I suoi nemici, che corrispondono anche ai nemici dell’Italia tutta nel suo periodo di massima sovranità e splendore, vollero con la sua uccisione colpire il simbolo del fascismo: la semplicità, l’abnegazione, la Marcia su Roma, sulle terre d’Africa e di Spagna. Invece quel 24 agosto rappresenta il solco verso la rinascita; il fremito e l’indignazione spinse innumerevoli italiani a rompere ogni indugio iniziale e ad effettuare una scelta chiara finalizzata a riscattare la Patria dall’opportunismo che portò le anime empie ad avallare l’invasione anglo-americana del nostro territorio. La scelta chiara ebbe manifestazione il mese successivo e risponde al nome di Repubblica Sociale Italiana. Il 22 maggio del 1902 nasce quindi non solo un degno figlio d’Italia, non solo un eroe di guerra ed un uomo che alle ambizioni e alla vetrina preferì sempre la solidarietà verso i camerati e la semplicità degli uomini più saggi, nasce un mito che fece da detonatore ai natali settembrini di un gagliardetto tricolore fregiato dalle parole “onore e fedeltà”. Celebriamone i 106 anni!
Muti
May 09

9 maggio 1978, il giallo Aldo Moro

Il 12 maggio del 1978, esattamente trenta anni fa, si svolgono in una Roma ancora scossa ed in austera solennità i funerali del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, morto tre giorni prima per mano delle Brigate Rosse, a seguito di un rapimento ed una detenzione durata quasi due mesi. Ai funerali di Stato partecipano ovviamente tutte le autorità italiane e molti rappresentanti esteri, il lutto è condiviso trasversalmente da tutte le realtà sociali e partitiche. Ma in un clima di tale condivisione emotiva mancano i parenti dello statista, decisi a non voler partecipare poiché in aperta polemica con le autorità che, a loro dire, non avrebbero fatto tutto il necessario per far sì che la trattativa coi rapitori potesse rilevare spiragli di speranza per le sorti del loro famigliare. In effetti questa grave vicenda storica è contornata fin dalle origini, fin da momenti precedenti al rapimento, da ombre che ne oscurano la logica ricostruzione dei tasselli che la compongono e la indirizzano nel corposo ed inquietante alveo dei cosiddetti misteri irrisolti d’I